Tag Archives: cinema

20Mag/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il falò delle vanità ” di Brian De Palma (1990)

di Roberto Bolzan

Ci ha lasciati Tom Wolfe, giornalista e cultore di un romanzo realista sulla scia di Steinbeck, Faulkner, Hemingway e Fitzgerald, gente per noi sacra, e noto per quel termine, radical-chic, che tanto c’intriga.

A cinquantasei anni pubblica la sua prima fiction-novel, un ponderoso volume, subito caso letterario destinato all’adattamento per il grande schermo, dipingendo il ritratto di un antieroe contemporaneo, Sherman McCoy (Tom Hanks), colonna di Wall Street che, per un crudele gioco del destino, si trova coinvolto in una vicenda strumentalizzata dai media e al centro di bassi intrighi politici.
Attorno alle sue disgrazie (di Sherman McCoy), che insieme all’amante Maria (Melanie Griffith) investe con la sua Mercedes un ragazzo nero, svolazzano diversi avvoltoi: il reverendo Bacon (John Hancok) il procuratore Abe Weiss (F. Murray Abraham), il giornalista Peter Fallow (Bruce Willis) coprotagonista e voce narrante, fino a che, dato in pasto alla stampa, finito in rovina, piantato dalla moglie Judy (Kim Kattrall), grazie ad un nastro riesce a dimostrare la sua innocenza e si salva. Continue reading

06Mag/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Andrej Rublëv” di Andrej Tarkovskij (1966)

di Roberto Bolzan

Aiutiamo Andrea Babini nella creazione della sua opera (97 capitoli sul medioevo, non una cosetta) iniziando a presentare di tanto in tanto delle pellicole storiche. La prima non può che essere questa, che amiamo molto.

Andreij Rublëv è un’epopea che abbraccia 23 anni di storia della Rus’, a partire dall’anno 1400, attraverso le gesta del più grande pittore di icone della storia russa.

Per i russi corrisponde al periodo del basso medioevo mentre in occidente mancano solo pochi anni alla scoperta dell’America.
Ma nemmeno per i russi è notte fonda; ancora divisi in principati fratricidi e azzannati a ondate intermittenti dalle orde mongole, la futura Russia ha già sviluppata le tre colonne che la terranno in piedi fino alla rivoluzione d’ottobre: popolo unito, aristocrazia e ortodossia. Manca solo lo zar, che arriverà un secolo e mezzo doo.

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29Apr/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman (1975)

di Roberto Bolzan

Nel 1975 esce questo film incredibile, che è da ricordare in questi giorni per la scomparsa di Miloš Forman.

In un ospedale psichiatrico tutto ordine e pulizia arriva un giorno il giovane Randle P. McMurphy, che, condannato per reati di violenza, spera, spacciandosi per matto, di sottrarsi al carcere: ai medici il compito di scoprire se sia o meno un simulatore.
La sua comparsa, intanto, porta lo scompiglio in quel chiuso ambiente di repressione mascherata, di intransigente disciplina imposta e mantenuta da una ferrea capo-infermiera, la signorina Ratched. L’allegro McMurphy volge in burla le sedute psicanalitiche di gruppo, si improvvisa radiocronista di immaginarie partite di baseball, organizza una “scappatella” in barca coi suoi compagni, impianta una squadra di basket. Più i ricoverati, però, gli stringono fiduciosi intorno, contagiati dal suo spirito di disubbidienza, più la Ratched stringe la vite del sistema repressivo.
Il finale è drammatico ed il film termina con un vero e proprio inno alla fuga ed alla libertà stupendamente musicato da Jack Nitzsche.

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01Apr/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “La forma dell’acqua – Shape of water” di Guillermo del Toro (2017)

di Roberto Bolzan

Storia d’amore tra una muta ed un pesce ghiotto di uova sode. In sintesi.
Che dire?

A volte immaginiamo il processo che produce certe opere cinematografiche. Immaginiamo il regista con i suoi collaboratori. Immaginiamo che la storia sia in qualche modo piaciuta. Si parte da qui, immagino. E in questo caso pensiamo che sia piaciuta perché bizzarra. Non vogliamo fare una cosa normale, vero? bizzarra va bene.

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11Mar/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson (2017)


di Roberto Bolzan

Abbiamo forse involontariamente fatto uno sgarbo ad un’amica, per altro cara, che ha pensato bene di ripagarci cucendo una trappola diabolica nella quale siamo caduti come dei polli. Ce ne siamo accorti subito, dopo i primi minuti quando ci è apparsa chiara l’eternità che ci aspettava, ma ormai era troppo tardi.

La storia che abbiamo visto ieri sera, a sala piena e quindi impediti da sgattaiolare alla chetichella, è la vita di un sarto di Londra dall’ego ipertrofico, come si usa dire, comunque dal pessimo carattere che in oltre due ore si cerca di fare passare per sublime genio.

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25Feb/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The party” di Sally Potter,

di Roberto Bolzan

Non è che siamo contrari agli esercizi di stile. Bisogna che siano per una buona causa, ecco, si.

Qui la causa è buonissima, atteso che the party è sia la festa che il Partito, quello laburista britannico, naturalmente, e ad essere presi in mezzo sono i vezzi ed i tic dell’establishment. E che, se pur di commedia si tratta, è nella versione nera, con il disfacimento di ogni convinzione (le convenzioni sono disfatte da un pezzo) e conseguente finale drammatico.

Un appartamento, sette persone e mille segreti con altrettante bugie: il tutto nell’arco di una serata. È quanto accade a casa di Janet e Bill, pronti a ricevere gli amici più stretti per un party celebrativo: la donna è stata nominata ministro-ombra della salute per i laburisti. Mentre la moglie sembra pregustare la vittoria maneggiando tra i fornelli, il marito appare preoccupato e distratto. È sufficiente una sua confessione a scatenare fra gli ospiti un dirompente effetto domino.

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18Feb/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The Post” di Steven Spielberg (2017)

di Roberto Bolzan

Film patinato. L’establishment in prima pagina ed i valori americani che sono il primo emendamento, la stampa libera e Meryl Streep.

Film di retorica bolsa e svogliata, antica, di linotype, rotative e carte appallottolate nel cestino. Film girato con urgenza, per non perdere il momento, ma senza il tempo di farne una storia, con la testa altrove. Noblesse oblige, a volte tocca fare qualcosa per mantenere la posizione nella buona società; chiaro che a questo livello ci si può permettere di dare il minimo sindacale.

Non mancano i suggerimenti, nel filone “è la stampa bellezza, e tu non ci puoi fare nulla”: le suole consumate in primo piano, le pagine umidicce d’inchiostro, i pacchi caricati sui camion in piena notte, la verità spiegazzata dal giornalaio di prima mattina, il presidente assediato nella sua casa bianca. Quinto potere, Prima pagina, L’asso nella manica, The conspirator, L’ultima minaccia, per finire con Tutti gli uomini del presidente, esplicitamente richiamato nelle ultime sequenze con le quali si evoca il Watergate. E’ bastato prenderli, assemblarli, unire quanto basta di dialoghi che spieghino passo per passo quel che accade ed ecco fatto e scodellato quel che serve al pubblico bisognoso di didascalie.
Ah, ovvio, luci, scenografia, fotografia e attori istituzionali, al massimo livello. Ci mancherebbe.
E comunque il filone nostalgia funziona sempre.

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11Feb/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Ore 15:17 – Attacco al treno” di Clint Eastwood (2018)

di Roberto Bolzan

Eravamo pronti, dopo Sully, ad affondare i denti nel collo, pronti ad uccidere. Perché non crediamo nei capolavori in serie.

Ci eravamo anche preparati ed avevamo preso appunti: la scena del gelato troppo lunga, la terrazza del Gritti, Dio mio il Gritti, che banale. E poi dormono in tre nella stessa stanza, signora mia. E poi a Roma, americani a Roma! la fiera del cattivo gusto.

Insomma, volevamo demolire. Ci piaceva attaccare a picconate il mostro sacro che già avevamo colto in fallo con J. Edgar.

Mal ce ne incolse. Sarebbe bastato leggere Wikipedia (Tre turisti americani affrontano un attacco terroristico a bordo di un treno diretto a Parigi. Imbarazzante) per capire a cosa saremmo andati incontro. Ma l’abbiamo letto dopo e allora Il vecchio Clint ci ha preso di sorpresa. Ci ha annichiliti.

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04Feb/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il lungo addio” di Robert Altman (1973)

di Roberto Bolzan

Ho promesso qualche settimana fa, quando ho recensito Chinatown, di parlare de Il lungo addio di Altman, girato appena un anno prima, ed ogni promessa è debito. E questo è di quei tipi di debito (non sono tanti) che fa piacere pagare.
Abbiamo quindi rivisto il film dopo tantissimi anni e, esattamente come allora, ci siamo persi immediatamente nella trama e di siamo abbandonati alla camera ed al suo caotico andamento.

Ci sono opere che fanno da spartiacque, dopo le quali nulla è più come prima. Questa è una di quelle opere.

E’ inutile leggere il libro di Chandler per seguire la trama del film. Altman ha infatti talmente trasformato la trama da rendere irriconoscibile non solo il racconto ma perfino i personaggi. Pipe si trasformano in sigarette, omicidi diventano suicidi, storie d’amore s perdono in onde oceaniche, gangster emergono dalla battigia, gatti e vicine di casa diventano protagonisti nel film senza esserlo nemmeno di striscio nel romanzo. E Marlowe da antieroe bastardo, ma a suo modo leale e buonista seppur succube degli eventi, riesce a riscattarsi in maniera sorprendente chiudendo, nella scena finale, ogni possibilità di ritorno al noir ed insieme al cinema classici. Solo Chinatown gli sopravviverà, grazie alla perfezione formale ed alla terribile crudeltà della storia. Poi basta, il lungo addio è proprio al cinema classico, quello delle origini.

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28Gen/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “L’ora più buia” di Joe Wright (2017)

di Roberto Bolzan

Noi che abbiamo studiato amiamo la retorica e sappiamo che esistono quella buona e quella cattiva, esattamente come il colesterolo. E ci sono sia il colesterolo che la retorica in questo film. Quindi è d’uopo distinguere.

Il colesterolo ci si alza al vedere le colazioni di Churchill, le salsicce a pranzo e le abbondanti bevute, che apprezziamo e approviamo convinti tra l’altro. La retorica, quella cattiva, la troviamo in due momenti: quando ci raccontano che Gary Oldman lamenta di essersi quasi intossicato fumando 400 sigari al prezzo di 400 Euro ciascuno, e noi che fumiamo i Romeo y Julieta che troviamo a Miami a 15 Dollari vorremmo averlo a tiro per una salutare pedata nel sedere; il secondo momento quando Churchill, sceso in metropolitana, declama versi di Thomas Babington Macaulay ed un negro casualmente presente nel vagone li prosegue a memoria, evidentemente conoscendoli benissimo, avendoli letti sul tavolo di cucina invece di andare a bere al pub come tutti. Faccio notare che non si tratta di Macaulay Culkin.

Ecco, queste retoriche ci fanno imbestialire.

Ma il resto, il colesterolo buono e la retorica buona, quelli sono magnifici.

L’ora più buia è ambientato all’inizio della seconda guerra mondiale, nel momento cruciale della scelta, da parte del primo ministro britannico Winston Churchill (Gary Oldman), tra l’armistizio con la Germania nazista e l’intervento nel conflitto.
Di fronte all’avanzata dell’esercito tedesco e all’imminente invasione della Gran Bretagna, Churchill è chiamato a decidere tra la tutela del paese in nome di una pace apparente e temporanea e la difesa dei propri ideali di autonomia e libertà. Dietro le quinte la moglie Clementine (Kristin Scott Thomas) e la segretaria personale Elizabeth Nel (Lily James). Ben Mendelsohn nei panni di Re Giorgio VI, Ronald Pickup come Neville Chamberlain, il primo ministro uscente, firmatario dei patti di Monaco e Lord Halifax (Stephen Dillane).

Ci sono tutti, come si vede, così come le riunioni del Parlamento, che avvengono esattamente come ce le immaginiamo. Così come ci immaginiamo siano le relazioni familiari di Churchill, di cui in realtà non sappiamo molto nonostante la grande quantità di scritti che ci ha lasciato.

Il film non è un film storico. Chi vuole sapere la storia guardi History Channel. Il film è un romanzo su uno dei momenti cruciali del secolo scorso, un momento che ha segnato la storia ed il destino di tutti noi.

Abbiamo da poco visto Dunkirk, Come questo, film astratto, musica la storia prendendola a pretesto per generare un ritmo magico, così Wright narra una storia universale prendendo i personaggi storici come sfondo, come nel più classico dei romanzi. E la storia universale si riassume nel viaggio in metropolitana, dove ci sono una partenza (la nomina di Churchill a primo ministro), un viaggio (i suoi dubbi, viaggio interiore nella viscere della terra) ed un arrivo (la risoluzione dei dubbi e la decisione di andare in guerra). E se non mettiamo le emozioni in questo momento, quando mai?

Chi vuole la storia guardi History Channel. Qui c’è la retorica, ancor meglio e ancora di più. Lord Halifax dirà che Churchill ha mobilitato la lingua inglese per portarla in guerra. Non sappiamo immaginare una frase più bella e più chiara.

Quando pensiamo al politico che non ha mai lavorato in vita sua, e lo disprezziamo, dovremmo pensare a Churchill, che pensava di saper cucinare un uovo solamente perché l’aveva visto fare, che non aveva mai nemmeno pensato di dover lavorare. Dovremmo pensare ai danni fatti da chi ha sempre lavorato e tantissimo e poi, quando è stato il momento, non ha saputo che combinare guai. Al politico non si addice il lavoro.

La parola distingue l’uomo dagli animali, nient’altro che la parola. E questo è un film di parole. Di più, è un romanzo, un romanzo classico. Un’opera rara.

21Gen/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. Ripensamento su “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh (2017)

di Roberto Bolzan

Saremmo andati a rivedere un film che ci aveva molto presi, ma siamo stati trattenuti dal pensiero che ci sarebbe piaciuto meno. Il segno è inequivocabile, perché questo non ci succede mai con le opere solide e con i prodotti del genio, quelli veri.

Inoltre, durante la settimana, abbiamo ripensato alla pellicola vista da poco, ne abbiamo parlato a pranzo ed a cena e ci siamo perfino interrogati su dei dettagli che inizialmente avevamo trascurato.

Alla fine ci siamo chiesti se fosse lecito cambiare idea e se fosse giusto esporsi pubblicamente tipo banderuola e ci siamo risposti che si, andava fatto. Che non solo il cambiare orientamento è segno di vitalità, ma che è addirittura una delle cose belle e interessanti della vita.

E allora lo diciamo, che il film di Martin McDonagh ci ha già stancati, così come l’opera che nasce già esausta dall’intreccio meticoloso e faticoso dei dialoghi, ben scritti, certo, ma obbligati con la forza a reggere da soli una trama che non sta in piedi in alcun modo.

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14Gen/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh (2017)


di Roberto Bolzan

Film che non si discute, bello senza riserve, ma a noi piace discutere e diffidiamo del troppo bello, che spesso si confonde con il furbo o, in questi anni senz’anima, con l’eccessiva familiarità con la cineteca.

Diciamo che l’esplorazione del cinema degli anni ’90 ha trovato nei fratelli Cohen una fonte infinita di ispirazione e, in questo caso, anche una sintonia nella passione per la scrittura minuziosa ed implacabilmente precisa. Film di un cinefilo, come si capisce, che tradisce fin troppo, nella fin troppa bravura, il suo gioco. La fin troppo brava Frances McDormand non solo allude ma ci scaraventa nelle atmosfere di Fargo, dalle quali è impossibile sottrarsi.

Territori neri, quelli dei fratelli di St. Louis Park, dove si ambienta una commedia nera. La madre di una ragazza violentata ed uccisa decide di affittare tre spazi pubblicitari ed affiggere un richiamo per la polizia locale, che non ha mai concluso le indagini né trovato l’assassino della figlia.
Lo sceriffo è malato di cancro e tutta la cittadina lo sa. Si suicida virilmente lasciando delle lettere alle persone chiave di quesa storia. Il vice sceriffo, picchiatore di negri, rimane sfigurato nell’incendio dell’ufficio.  Nel contempo quello che pare essere l’assassino pare essere individuato, ma non si sa veramente. se è lui e quale sarà il suo destino. Altre cose accadono nel corso della narrazione. Continue reading