“L’ultimo samurai” di Edward Zwick (2003)

Nei giorni scorsi ci siamo rivisti questo film, rimanendone incantati.

L’ultimo samurai, ambientato alla fine del 1800, racconta la storia di Nathan Algren, capitano del 7° cavalleggeri, un uomo alla deriva: dopo la Guerra Civile americana, gli orrori dello sterminio dei pellerossa, infatti, lo perseguitano e lui trova rifugio solo nell’alcool.

Assoldato per addestrare un esercito di leva in Giappone, con cui i consiglieri dell’imperatore intendono distruggere i samurai per aver mano libera nei loro loschi traffici commerciali con gli Stati Uniti, Nathan entra in contatto con Katsumoto, ultimo erede di una dinastia di guerrieri, e resta affascinato dalla sua filosofia, tanto da abbracciarne la causa.

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“La caduta dell’impero americano” di Denys Arcand (2019)

Fatale fu l’attrazione che abbiamo per Montreal (motivo per cui non ci perdiamo un solo romanzo di Kahty Reichs) e la speranza di vedere qualche scorcio di una città che amiamo molto. Per cui, senza esitazioni, abbiamo abboccato al richiamo e, in dispregio a giuramenti più volte espressi, abbiamo visto un film di classificazione “francese”.

I film francesi sono particolarmente detestabili perché basati fondamentalmente sulla chiacchiera continua. I personaggi, quando ci sono, sono enfatici e montati, le azioni, quando ci sono, sono didascaliche a corredo delle chiacchiere, l’intreccio, quando c’è, è confuso e montato a chiacchiere. Su tutto domina una chiacchiera interminabile, leziosa, seriosa, noiosa e ammorbante.

Ma ci siamo cascati.

Il sermone racconta la storia di un fattorino che assiste ad una rapina finita male che gli permette di imboscarsi un paio di borse piene di dollari. Può finalmente cambiare vita.
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“La passione di Cristo” di Mel Gibson (2004)

Ci hanno vietato di usare il titolo SCIAK (il Dito nell’occhio al cinema) e di firmarci ma siamo sempre noi. Tranquilli.
Con gli auguri pasquali vi portiamo questo film immaginoso e potente.

La storia è ben nota. Mel Gibson ne narra il finale, dall’arresto nell’Orto degli Ulivi alla resurrezione.

Girato a Matera e nel paese fantasma di Craco (solo gli interni a Cinecittà), con attori in gran parte italiani e recitato in latino, aramaico ed ebraico, il film spiazza per il crudo realismo delle scene e in particolare per l’impatto della violenza mostrata con sadismo.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA.”La favorita” di Yorgos Lanthimos (2018)

di Roberto Bolzan

Ho letto un folle, che Dio lo perdoni, che ha paragonato questo film a Barry Lyndon ed ha evocato Kubrick a proposito di un brano di Schubert che ha orecchiato nella Favorita.
Non è la prima volta che succede, anche nel Sacrificio del cervo sacro si osava il paragone con 2001, odissea nello spazio. Allora il pretesto erano le musiche di Ligeti.
Immagino quindi che nell’ufficio stampa di Lanthimos ci sia qualcuno particolarmente aggressivo e cha la scena sia questa: “Vediamo un po’: Kubrick. Non si capisce niente nei suoi film, ma era un mito, ‘sto vecchione. Usiamolo.”.

La storia di per sé è intrigante, non c’è che dire. Siamo in un momento cruciale della storia d’Inghilterra. Anna (Olivia Colman) diviene la prima regina del regno di Gran Bretagna, che uni all’inizio del ‘700 Inghilterra e Scozia. Incapace di portare a termine una gravidanza non ebbe discendenti e con lei finì il dominio della casa degli Stuart. Il padre, Giacomo II, non potrà regnare perché cattolico. Anna, malata e priva dell’educazione necessaria per esercitare le funzioni regali, fu una regina debole; sotto il suo regno iniziò a strutturarsi il sistema di partiti (tories e whigs) che perdura tutt’oggi.
Per un lungo periodo del regno di Anna il potere effettivo fu esercitato dai Marlborough e in particolare da Sarah Jennings (Rachel Weisz), moglie di John Churchill, uno dei più importanti generali dell’epoca, Anna era la sua più intima amica e una dei suoi più influenti consiglieri. I rapporti tra Anna e la duchessa di Marlborough si deteriorarono durante il 1707. Anna cominciò a preferirle Abigail baronessa Masham (Emma Stone) fino ad esiliare la prima mentre iniziava negoziati con la Francia per la fine della guerra. Parliamo della guerra di successione spagnola.

Il resto è #metoo.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Moonwalkers” di Antoine Bardou-Jacquet (2015)

di Roberto Bolzan

Che l’uomo sia o non sia andato sulla Luna, diciamocelo, è del tutto insignificante. Cioè, chi se ne frega, alla fin fine.

La quantità di chiacchiere e di ipotesi che si sono fatte su questo è di gran lunga più appassionante. Volete mettere? da una parte un’operazione certo ardita ma tutto sommato oggi replicabile senza tanti problemi, non più meravigliosa ed incredibile come all’epoca; dall’altra la produzione intellettuale nel cercare di dimostrare la fattibilità di un falso così impegnativo.
Nel film, intelligentemente, il tema è messo subito sul tavolo: come facciamo a nascondere la truffa? “Semplice” gli rispondono “come hanno fatto gli egiziani per nascondere l’ingresso delle piramidi”. L’agente segreto capisce quindi che alla fine sarà eliminato per chiudergli la bocca e deglutisce, nervoso.

Alla vigilia del lancio dell’Apollo 11 il comando americano metta in cantiere un finto sbarco da studio da mandare in onda in mondovisione se le cose dovessero mettersi male lassù.
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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Roma” di Alfonso Cuarón (2018)

di Roberto Bolzan

Diciamo subito, per toglierci il pensiero, che il bianco e nero disturba parecchio. Noi, che dobbiamo forzare un proposito che abbiamo fatto da tempo (mai film in B/N); il regista, che deve darsi a virtuosismi di messe a fuoco perfette, fori stenopeici, calibratura dei toni e immagini graficamente perfette, quando sarebbe molto meglio che si fosse dedicato interamente alla storia.

Tra immagini di mattonelle, panni stesi tra mille gradi di trasparenza ed altri grafismi si dipana lentamente la storia di una famiglia borghese che nei primi anni ’70 vive nel quartiere Roma di Città del Messico. Padre (che se ne va subito), madre, nonna, quattro figli, due domestiche ed un cane scagazzone che svolgono i compiti quotidiani tra mille scosse ma senza provocarci brividi.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Bohemian Rhapsody” di (Bryan Singer) Dexter Fletcher (2018)

di Roberto Bolzan

Da tanti anni non ci capitava di vedere un film in prima fila angolata e questo ci ha fatto tornare anche spiritualmente all’epoca per noi eroica nella quale è ambientato il film, quando non si poteva prenotare il posto e si frequentavano i cineclub.

Ci siamo perciò goduti fino in fondo la scomodità, omaggio ai bei tempi ahimè andati ed alle atmosfere del tempo che fu. Perché oggi, tempi di identità non binarie e Lgbtqi e chi più ne ha più ne metta, vedere un Freddy Mercury un po’ vergognosetto negli approcci con i maschi ci è apparso come un salutare ritorno ad una tradizione  sana e quasi bacchettona.

Che poi, i Queen! a parte le canottiere candide di Freddy non hanno mai trasgredito granché e anche nel film si dichiarano elettricisti mancati, avvocati o comunque carriere ben allineate. Al massimo qualche vestito da donna. Niente a che vedere con i Sex Pistols, con i Van der Graaf, con i Led Zeppelin, con i Deep Purple, con i Doors. Questi si li abbiamo amati torbidamente, con il cuore in subbuglio e con l’anima tesa verso il peccato. I Queen mai. (altro…)

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