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05Ago/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “USS Indianapolis” di Mario Van Peebles (2016)

di Roberto Bolzan

Film che canta le armi e gli eroi (anzi, giustamente, l’eroe), le uniformi e le foto, le gambe abbronzate, le ragazze, gli amori, le lettere, la giovinezza e le scazzottate. Gli ufficiali, le divise immacolate, le responsabilità e l’onore, il nemico, la lealtà. E l’oceano, il Mar delle Filippine infestato da squali e musi gialli.

Nel 1945, agli sgoccioli della seconda guerra mondiale, l’incrociatore USS Indianapolis trasporta in gran segreto Little Boy, la prima delle due bombe atomiche lanciate sul Giappone. Durante il viaggio di ritorno la nave, simbolo della potenza bellica americana, viene affondata da un siluro giapponese al largo delle Filippine.
Trecento moriranno subito. I novecento superstiti rimarranno attaccati alle poche scialuppe ed in mare aperto per cinque giorni in quanto, essendo una missione top secret, l’SOS non verrà mai recepito. Solo un terzo di loro sopravviverà alla disperazione e agli squali e il capitano Charles Butler McVay (Nicholas Cage), loro comandante, dovrà anche prendersi responsabilità non sue e affrontare un lungo e logorante processo. Verrà parzialmente assolto ma questo non impedirà le consegunze estreme che ne verranno. Continue reading

15Lug/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il ciclone” di Leonardo Pieraccioni (1996)

di Roberto Bolzan

Intanto, perché parlare oggi di questo film? ma perché abbiamo sempre vivo il suo ricordo come del fondo dell’abisso di un periodo particolarmente infelice del cinema italiano e pensiamo sempre di doverne parlare. Un prototipo, insomma, da prendere ad esempio negativo per le nostre chiacchierate domenicale sul cinema.
Qualche giorno fa abbiamo interloquito con amici, stupendo per il nostro giudizio (accade spesso) ed ecco spiattellata l’occasione. Non ce la facciamo scappare.

Allora. la pellicola narra, se così si può dire, di un gruppo di ballerine spagnole di flamenco che, rimaste a piedi, trovano ospitalità presso una famiglia in una casa della campagna toscana, portando scompiglio a causa delle loro prorompente bellezza e della vitalità ispanica.
Tutta la famiglia vede la vita sconvolta, in particolare il figlio ragionier Levante che s’innamora di una di queste. Dopo una gran quantità di interecci amorosi che coinvolgono anche la figlia e l’altro figlio il gruppo riparte portando con sé Levante che alla farà famiglia in Spagna, sempre da ragioniere.

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10Giu/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli (1966)

di Roberto Bolzan

Grazie al cielo non siamo musoni. Ci siamo presi l’impegno di fare una recensione di film sul medioevo una volta al mese, in modo da fare compagnia agli sforzi eroici di Andrea Babini che sta sfornando capitoli e capitoli del suo libro sul medioevo. Ma nessuno ci obbliga ad essere filologi ed alla correttezza storica prossimo preferire la commedia. Possiamo divagare e divertirci.

E questo film è divertimento. E’ colore. E’ commedia allo stato puro. E’ gramelot burino. E’ popolare ed erudito insieme. E’ cult istintivo e naturale. E’ paccottiglia, sana paccottiglia alla quale non rinunciare mai.

Colori sgargianti ovunque, nei costumi, nelle scenografie, negli ambienti esterni e interni, perfino nella “mala bestia”, il mitico cavallo Aquilante con il suo indimenticabile color giallino. Eremiti e streghe, crociate e peste nera, invasioni barbariche e ordalie, vergini, santi, principesse, dame, castelli e cavalieri. Voci irreali, tronfie o stridule, sempre falsate, gridate e borbottate, spesso declamatorie, sempre a metà tra il volgare e il latino maccheronico. Citazioni dal Settimo sigillo ai film di Akira Kurosawa senza tralasciare Cervantes, ma senza mai essere stucchevolmente colti cioè leziosi. Un medioevo straccione e cialtrone fatto di poveri, di ignoranti, di ferocia, di fango e di freddo. Ispirazione e genio libero.

La storia è questa: un cavaliere in viaggio per prendere possesso del feudo di Aurocastro, viene assalito dai briganti che, dopo averlo sopraffatto, lo gettano in un fosso. Un membro della banda, avendo trovato la pergamena che attesta l’investitura del feudo, convince l’amico Brancaleone a sostituirsi al cavaliere. Brancaleone si mette al comando dei briganti ma lungo il percorso per Aurocastro incappa in diverse avventure: l’incontro con Teofilatto ed i suoi bizantini, l’occupazione e la fuga da una città in preda alla peste, il salvataggio di una stravagante promessa sposa. Giunta infine al feudo, l’armata viene assalita dai Saraceni ma è salvata dai guerrieri comandati dal cavaliere che era stato aggredito dalla banda. Per Brancaleone ed i suoi uomini non resta che partire per una Crociata in Palestina.

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03Giu/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il tamburo di latta” di Volker Schlöndorff (1979)

di Roberto Bolzan

Ci sono film visti con leggerezza e poi mai dimenticati. Così il Tamburo di latta, 1979, l’anno in cui divise con Apocalypse now la Palma d’oro come miglior film al 32º Festival di Cannes. Inspiegabilmente, perché quest’ultimo certo non la meritava.

Die Blechtrommel è un film diretto da Volker Schlöndorff, basato sull’omonimo romanzo di Günter Grass. Narrato in prima persona, con una trama che si sviluppa a cavallo di due guerre mondiali, ambientato nella Città Libera di Danzica, Qui coesistono polacchi e tedeschi e il film si muove tra tensioni che colpiscono due popoli e l’ipocrisia di una famiglia piccolo borghese.

Oscar nasce a Danzica, nel 1924. Agnès è sposata con il droghiere Alfred Matzerath, tedesco, ma è anche amante del cugino polacco Jan Bronski e il bambino può essere suo. Oscar alla festa del suo terzo compleanno decide di rimanere un bambino per sempre. Le sue doti sono di possedere una voce acutissima con la quale può frantumare i cristalli e di saper suonare un tamburo di latta dal quale non si separa mai.
La storia scorre. Un giorno ridicolizza una grande parata nazista che prelude allo scoppio della II Guerra Mondiale. Il primo settembre 1939 la Germania occupa la Polonia e nella prima battaglia nel palazzo della Posta Jan viene preso e fucilato. Sigismond Marcus, suo amico, un venditore di giocattoli, si suicida dopo l’occupazione tedesca. La madre muore ed Oscar segue il circo di Bebra e di Roswitha Raguna di cui diviene l’amante. Tornato a Danzica, assiste all’arrivo della giovane servetta polacca Maria che Alfred rende madre. All’arrivo dei sovietici Oscar provoca involontariamente anche la morte del padre.
Oskar decide alla fine di seppellire il suo tamburo di latta col suo padre putativo e di riprendere la crescita fisica.

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27Mag/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Big eyes” di Tim Burton (2015)

di Roberto Bolzan

Da qualche parte nel dormiglione Woody Allen immagina che la società del futuro avrebbe considerato i quadri di Margaret Keane come una tra le più alte forme d’arte del passato.

Erano in realtà di una bruttezza impressionante. Bambini e bambine con gli occhioni enormi, i vestitini da orfanelli, in braccio un gattino, un cagnolino, un peluche, sullo sfondo vicoli o macerie. Orrendi, ma invasero le case dei nuovi sobborghi americani, quale con il giardino davanti e dietro e alle pareti le stampe della Keane non potendo permettersi i quadri.

C’è una moglie timida e introversa (Margaret Keane – Amy Adams) che per esprimere se stessa non fa altro che dipingere quadri in cui spuntano come folletti dei bambini dagli occhi enormi. C’è anche un marito (Walter Keane – Christoph Waltz), scaltro anche troppo, che conosce il vero valore di quelle opere e si attribuisce la paternità di quei dipinti.
Presa tra l’incudine e il martello, tra la vita prospera che le garantisce il marito e la paura per le sue violenze nonché il dolore di vedere disconosciute le sue qualità, Margaret divorzio e poi rivela al mondo la verità, che poi le viene riconosciuta dal tribunale dopo una straordinaria udienza nella quale viene chiesto a lei ed al marito di dipingere per provare le rispettive capacità.

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20Mag/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il falò delle vanità ” di Brian De Palma (1990)

di Roberto Bolzan

Ci ha lasciati Tom Wolfe, giornalista e cultore di un romanzo realista sulla scia di Steinbeck, Faulkner, Hemingway e Fitzgerald, gente per noi sacra, e noto per quel termine, radical-chic, che tanto c’intriga.

A cinquantasei anni pubblica la sua prima fiction-novel, un ponderoso volume, subito caso letterario destinato all’adattamento per il grande schermo, dipingendo il ritratto di un antieroe contemporaneo, Sherman McCoy (Tom Hanks), colonna di Wall Street che, per un crudele gioco del destino, si trova coinvolto in una vicenda strumentalizzata dai media e al centro di bassi intrighi politici.
Attorno alle sue disgrazie (di Sherman McCoy), che insieme all’amante Maria (Melanie Griffith) investe con la sua Mercedes un ragazzo nero, svolazzano diversi avvoltoi: il reverendo Bacon (John Hancok) il procuratore Abe Weiss (F. Murray Abraham), il giornalista Peter Fallow (Bruce Willis) coprotagonista e voce narrante, fino a che, dato in pasto alla stampa, finito in rovina, piantato dalla moglie Judy (Kim Kattrall), grazie ad un nastro riesce a dimostrare la sua innocenza e si salva. Continue reading

06Mag/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Andrej Rublëv” di Andrej Tarkovskij (1966)

di Roberto Bolzan

Aiutiamo Andrea Babini nella creazione della sua opera (97 capitoli sul medioevo, non una cosetta) iniziando a presentare di tanto in tanto delle pellicole storiche. La prima non può che essere questa, che amiamo molto.

Andreij Rublëv è un’epopea che abbraccia 23 anni di storia della Rus’, a partire dall’anno 1400, attraverso le gesta del più grande pittore di icone della storia russa.

Per i russi corrisponde al periodo del basso medioevo mentre in occidente mancano solo pochi anni alla scoperta dell’America.
Ma nemmeno per i russi è notte fonda; ancora divisi in principati fratricidi e azzannati a ondate intermittenti dalle orde mongole, la futura Russia ha già sviluppata le tre colonne che la terranno in piedi fino alla rivoluzione d’ottobre: popolo unito, aristocrazia e ortodossia. Manca solo lo zar, che arriverà un secolo e mezzo doo.

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29Apr/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman (1975)

di Roberto Bolzan

Nel 1975 esce questo film incredibile, che è da ricordare in questi giorni per la scomparsa di Miloš Forman.

In un ospedale psichiatrico tutto ordine e pulizia arriva un giorno il giovane Randle P. McMurphy, che, condannato per reati di violenza, spera, spacciandosi per matto, di sottrarsi al carcere: ai medici il compito di scoprire se sia o meno un simulatore.
La sua comparsa, intanto, porta lo scompiglio in quel chiuso ambiente di repressione mascherata, di intransigente disciplina imposta e mantenuta da una ferrea capo-infermiera, la signorina Ratched. L’allegro McMurphy volge in burla le sedute psicanalitiche di gruppo, si improvvisa radiocronista di immaginarie partite di baseball, organizza una “scappatella” in barca coi suoi compagni, impianta una squadra di basket. Più i ricoverati, però, gli stringono fiduciosi intorno, contagiati dal suo spirito di disubbidienza, più la Ratched stringe la vite del sistema repressivo.
Il finale è drammatico ed il film termina con un vero e proprio inno alla fuga ed alla libertà stupendamente musicato da Jack Nitzsche.

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01Apr/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “La forma dell’acqua – Shape of water” di Guillermo del Toro (2017)

di Roberto Bolzan

Storia d’amore tra una muta ed un pesce ghiotto di uova sode. In sintesi.
Che dire?

A volte immaginiamo il processo che produce certe opere cinematografiche. Immaginiamo il regista con i suoi collaboratori. Immaginiamo che la storia sia in qualche modo piaciuta. Si parte da qui, immagino. E in questo caso pensiamo che sia piaciuta perché bizzarra. Non vogliamo fare una cosa normale, vero? bizzarra va bene.

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11Mar/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson (2017)


di Roberto Bolzan

Abbiamo forse involontariamente fatto uno sgarbo ad un’amica, per altro cara, che ha pensato bene di ripagarci cucendo una trappola diabolica nella quale siamo caduti come dei polli. Ce ne siamo accorti subito, dopo i primi minuti quando ci è apparsa chiara l’eternità che ci aspettava, ma ormai era troppo tardi.

La storia che abbiamo visto ieri sera, a sala piena e quindi impediti da sgattaiolare alla chetichella, è la vita di un sarto di Londra dall’ego ipertrofico, come si usa dire, comunque dal pessimo carattere che in oltre due ore si cerca di fare passare per sublime genio.

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25Feb/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The party” di Sally Potter,

di Roberto Bolzan

Non è che siamo contrari agli esercizi di stile. Bisogna che siano per una buona causa, ecco, si.

Qui la causa è buonissima, atteso che the party è sia la festa che il Partito, quello laburista britannico, naturalmente, e ad essere presi in mezzo sono i vezzi ed i tic dell’establishment. E che, se pur di commedia si tratta, è nella versione nera, con il disfacimento di ogni convinzione (le convenzioni sono disfatte da un pezzo) e conseguente finale drammatico.

Un appartamento, sette persone e mille segreti con altrettante bugie: il tutto nell’arco di una serata. È quanto accade a casa di Janet e Bill, pronti a ricevere gli amici più stretti per un party celebrativo: la donna è stata nominata ministro-ombra della salute per i laburisti. Mentre la moglie sembra pregustare la vittoria maneggiando tra i fornelli, il marito appare preoccupato e distratto. È sufficiente una sua confessione a scatenare fra gli ospiti un dirompente effetto domino.

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18Feb/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The Post” di Steven Spielberg (2017)

di Roberto Bolzan

Film patinato. L’establishment in prima pagina ed i valori americani che sono il primo emendamento, la stampa libera e Meryl Streep.

Film di retorica bolsa e svogliata, antica, di linotype, rotative e carte appallottolate nel cestino. Film girato con urgenza, per non perdere il momento, ma senza il tempo di farne una storia, con la testa altrove. Noblesse oblige, a volte tocca fare qualcosa per mantenere la posizione nella buona società; chiaro che a questo livello ci si può permettere di dare il minimo sindacale.

Non mancano i suggerimenti, nel filone “è la stampa bellezza, e tu non ci puoi fare nulla”: le suole consumate in primo piano, le pagine umidicce d’inchiostro, i pacchi caricati sui camion in piena notte, la verità spiegazzata dal giornalaio di prima mattina, il presidente assediato nella sua casa bianca. Quinto potere, Prima pagina, L’asso nella manica, The conspirator, L’ultima minaccia, per finire con Tutti gli uomini del presidente, esplicitamente richiamato nelle ultime sequenze con le quali si evoca il Watergate. E’ bastato prenderli, assemblarli, unire quanto basta di dialoghi che spieghino passo per passo quel che accade ed ecco fatto e scodellato quel che serve al pubblico bisognoso di didascalie.
Ah, ovvio, luci, scenografia, fotografia e attori istituzionali, al massimo livello. Ci mancherebbe.
E comunque il filone nostalgia funziona sempre.

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