DEMAGOGIA E FORMULE POLITICHE:

Cosa sono, perché sono pericolose, come difendersi

Il più grande pericolo per la libertà decisionale di un cittadino è cadere vittima di demagogia.

Cioè essere indotto ad approvare proposte politiche inconsapevolmente contrarie al suo interesse.

Già Aristotele, ne La Politica, individuava come naturale forma di degenerazione della Democrazia la Demagogia, ovvero il governo dei demagoghi.

Il grande filosofo politico Gaetano Mosca (unico contribuente italiano alla storia della filosofia politica contemporanea insieme ai soli Beccaria e Bruno Leoni), fondatore della teoria delle classi politiche, teorizzava che, in tutta la storia dell’umanità, in ogni struttura istituzionale fosse individuabile una classe politica. E che tale gruppo elitario abbia sempre fondato il proprio potere sulla capacità di pilotare il consenso mediante una classe intellettuale consenziente.  Come? Con l’uso di formule politiche, ovvero concetti e parole generalmente accettati come veri e positivi costituenti le fondazioni logiche del proprio potere. Insomma, si torna ad Aristotele ed alla demagogia.

Come esempio, si si può riferire al seicento europeo, dominato da istituzioni teocratiche, quando la formula potere di diritto divino era teorizzata dalla classe intellettuale e perciò accettata dalle masse. Come finirono le Teocrazie? Spazzate via dall’Illuminismo. Ovvero da una nuova classe intellettuale che illuminò le masse incenerendo le formule politiche teocratiche, a favore delle libertà individuali.

È ora di incenerire le formule politiche correnti e la correlata terminologia demagogica per tornarte ad illuminare un po’.

Ma qual è la definizione enciclopedica di demagogia? Ebbene, essa è l’uso di parole ad effetto per attrarre consenso.

Di concerto, i quesiti diventano:

– quali caratteristiche devono avere queste “parole” per essere “ad effetto e attirare consenso”?

– e come bisogna “usarle”?

Ebbene, la cosa più importante, come spiegavano decine di anni fa Mughini e Flores D’Arcais ne Il Sinistrese,  è che il termine invocato non abbia un significato preciso, bensì sia vago e generico.

E deve essere usato con forza, gridando e sbattendo i pugni sul tavolo. E senza spiegazioni.

Questo concetto era esplicitato chiaramente anche da Mussolini, come viene riportato nei diari di Ciano. Dal famoso balcone di Palazzo Venezia, gridava una frase di tre o quattro parole e poi si fermava. E mentre la gente sotto ruggiva il proprio consenso lui si voltava verso Ciano e gli altri sogghignando Vedete? Fanno sempre così….

Ecco il suo credo: – Un discorso politico deve essere costituito da tre parole. Due sono poche, ma quattro decisamente troppe –.

Come esempi immediati si potrebbero citare tutti coloro che parlano da un palco, come i capi sindacali, ma anche i leader politici che parlano pacatamente in TV con grande “assertività”, o semplicemente quei sacerdoti che dall’altare declamano come se avessero la scienza infusa, proclamando invece solo dogmi.

A questo punto, non resta elencare tutti quei termini demagogici e quelle formule politiche che vengono usati dalla classe intellettuale odierna, ovvero chiunque parli di politica in TV, e dimostrare come il loro vero significato non meriti assolutamente quel consenso istintivo che gli viene attribuito.

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