“C’era una volta a… Hollywood” di Quentin Tarantino (2019)

Bello è bello. Ne dubitate?
Inutile, anche.

Cioè, niente da dire: come al solito Tarantino è bravissimo, Di Caprio super, Brad Pitt è lui, che c’è da dire, la scrittura è furba, i professionisti i migliori possibili e immaginabili. Il soggetto è affascinante (Charles Manson e Sharon Tate, la morbosità ma in punta di riga, che c’è di più accattivante?).
Gli anni ’60 non solo colori pastello ma un po’ stropicciati, con grazia, anzi con una grazia irresistibile che, sicuro, in futuro si descriveranno solo così, al modo grazioso di questo film, le gambe nude, Pussycat, i divi umani ma non troppo, le star come tutti noi ma senza troppa confidenza. Lo standard è assicurato per il futuro prevedibile e una solida e duratura fama per Tarantino. Un po’ impiegatizia, secondo noi.

Perché l’impiegato al genio, il nostro che noi diffidenti non abbiamo mai veramente amato, non esce mai dal suo schema. Delle due, lo martella per due ore e mezza, in modo che non ci siano dubbi di sorta, tanto più che pare questo sia il suo testamento filmico, prima di passare ad altre forme d’arte.
E lo schema è: tanti film del passato, così potete cercare di indovinare le mie citazioni, ma non ce la fate perché io sono bravissimo; tanto tanto genere, piace e funziona sempre, e io sono bravissimo nel citare il genere; tanti tanti dialoghi e io sono bravissimo nei dialoghi; il (meta)cinema, il cinema dentro il cinema, e chi più bravo di me nel (meta)cinema?;  Leonardo Di Caprio, è bravissimo, che volete di più?

In effetti Leonardo Di Caprio è veramente bravo e per di più la parte è scritta per lui, talmente scritta per lui da essere lui. Gli attori alla fin fine recitano sé stessi, quelli bravi. Qui la cosa è presa talmente alla lettera da dare la sensazione che Di Caprio sia veramente sé stesso, senza recitare. Tant’è che, quando recita la parte, nella (meta)narrazione di questo (meta)film, sorride, esce dalla parte e ci mette la mano attorno alla spalla, amichevole, e ci spiega che è tutto un trucco. La voce fuori campo ci avverte opportunamente di questo.
Noi l’abbiamo trovato assai lezioso.

Il film si snoda per siparietti, tutti gustosi. La storia è totalmente ininfluente. Tra un siparietto e l’altro belle scenografie, attrezzature di scena (siamo in un meta-film, ricordate?), scenari, fondali, cavalli, pistolettate, tutto quello che i (meta)registi amano mettere nei (meta)film. Scatarrate sulla strada polverosa, di tutto.

La somma di tanti siparietti non fa una storia, questo il problema. E la storia, che pure c’è, non interessa al regista. Per cui lascia fare agli attori, che improvvisano delle scenette. Belle. Ma fini a sé stesse.

Dopo un po’ ci guardiamo e ci chiediamo “a che serve tutto questo?”.

Solo Altman poteva fare film corali. Solo e solamente lui poteva, con Nashville, lasciar correre e che tutto si sdipanasse senza trama. E solo lui, con Radio America, raccontare nel ricordo, vero però, gli anni ruggenti della nostra vita.
Incauto chi voglia percorrere la stessa strada pensando sia facile.

C’era una volta a… Hollywood è un film bello e inutile. E’ anche vero che lo sono le cose di lusso. Da mettere in vetrina e non toccare.

 

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Questa critica è tutto quello che ho provato vedendo il film…ma non sapevo come dirlo. Grazie Roberto. A volte mi chiedo se ce lo meritiamo che tu ci racconti gratis così bene tutto cio `di cui abbiamo sensazione ma non riusciamo ad articolare verbalmente così bene, Almeno, io (!)
    😁mi sento sempre in debito quando ti leggo

  2. Hai ragione. Alla prossima riunione porto questo commento e vedo se mi danno del budget 🙂

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