4 GENNAIO 1643 – NASCE ISAAC NEWTON

Originario di una zona rurale dell’Inghilterra centrale, è stato un matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo e alchimista. È considerato uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi. Fu Presidente della Royal Society. Noto soprattutto per il suo contributo alla meccanica classica — molti hanno presente l’aneddoto di “Newton e la mela” — Isaac Newton contribuì in maniera fondamentale a più di una branca del sapere. Pubblicò i Philosophiae Naturalis Principia Mathematica nel 1687, opera nella quale descrisse la legge di gravitazione universale e, attraverso le sue leggi del moto, stabilì i fondamenti per la meccanica classica. Continue reading

CHI SONO GLI EBREI DAVVERO

Abbiamo deciso di parlare del giorno della memoria con le parole che abbiamo trovato in rete scritte da Josef Jossy Jonas e che abbiamo pensato di fare nostre, nella convinzione che a lui non dispiaccia.

Il giorno della memoria. l’antisemitismo spiegato in due pagine

di Josef Jossy Jonas.

Come ogni anno , pubblico il 27 gennaio in Italia ed il Giorno della Shoa’ in Israele questo mio breve articolo. Condividete se volete far capire come sia avvenuto.

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17Mar/19

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Black Panther” di Ryan Coogler (2018)

di Roberto Bolzan

Abbiamo colpevolmente tardato a vedere questo film. Rimediamo oggi, dopo l’Oscar e presi dal dibattito sul politicamente corretto.

Diciamo subito che la pellicola è bellissima e colorata.

T’Challa (Chadwick Boseman) nuovo re del Wakanda, ritorna in patria per guidare il paese. Il peso della corona crea dubbi sul precedente regno del padre, se sia ancora giusto nascondere la loro realtà di paese tecnologicamente più avanzato sul globo o far credere di essere un paese del terzo mondo.
La sua ex fiamma vorrebbe poter aiutare tutti i bisognosi con le tecnologie mediche e scientifiche in loro possesso, mentre altri pretendenti al trono come Erik Killmonger (Micheal B. Jordan) vorrebbero usare questa potenza per armare tutti i neri del mondo e mettere a ferro e fuoco il globo.
Sarà guerra totale e rituale.
Vincerà T’Challa che alla fine , tornerà nel Brox a comperare tutto il quartiere di origine per conservarlo come patrimonio Wakanda.

Ricordiamo il mito del Prete Gianni e non possiamo non pensare al Re dei Re e Sovrano dei sovrani di un regno immenso. Definendosi «signore delle tre Indie», diceva di vivere in un immenso palazzo fatto di gemme, cementate con l’oro e aveva, ogni giorno, non meno di diecimila invitati alla propria mensa.  Sette re, sessantadue duchi e trecentosessantacinque conti gli facevano da camerieri. Le Amazzoni gli fornivano protezione quando la richiedeva.

Ad essere materializzata è infatti la fantasia africana più classica e segreta: che esista uno stato nascosto nel cuore del continente, pienamente in linea con le sue tradizioni, molto potente, tecnologicamente avanzato, anzi il più avanzato al mondo, capace di dare la vita eterna ed ogni genere di meraviglie favolose.

Questo é senza dubbio il film di cui c’era bisogno, quello giusto al momento giusto. Black Panther è scritto e diretto magnificamente, con la migliore azione sulla piazza e capolavori di computer grafica e coreografia.

Rimane por noi il dramma di capire se sia un tributo al politicamente corretto. Bene, possiamo dire molto sinceramente che non gliene frega un gran che. Le lagne sono lasciate a Green book, dove il musicista nero suona Chopin considerando il jazz come musica da negri. Qui siamo oltre, siamo alla vitalità colorata dell’Africa nera, ai riti della giovinezza dell’uomo, al Re del mondo che incarna la funzione regale con quella guerriere e con la giustizia. Circondato da guerriere favolose e bellissime, re assoluto e primordiale, in possesso della conoscenza e della verità, niente ha da imparare dall’occidente bianco, nulla da dare e nulla da avere. Tant’è che prima di parlare alla Nazioni unite per portare la cura ai mali del mondo si premura di comperare un pezzo di New York perché non si pensi che è uno straccione.

10Mar/19

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Green book” di Peter Farrelly (2019)


di Roberto Bolzan

Gli italoamericani hanno la panza e mangiano spaghetti Alfredo con meatballs. Gli italoamericani sono mafiosi e parlano mafiòso. E dovunque tu vada ti trovano, come i mafiòsi. Gli italoamericani amano i figli e la vigilia di Natale sono con la famigghia. Gli italoamericani hanno la moglie bbona e pure la cuggina. Gli italoamericani hanno sempre tante bocche da sfamare. Gli italoamericani e il gioco d’azzardo e va da sé che barano. Gli italoamericani sono ignoranti e gli va bene così e con 50 dollari diventano amici di tutti. Però, gli italoamericani, se gli dai del mezzo negro s’incazzano e ti prendono a pugni (su certe cose non si scherza). Gli italoamericani hanno il cuore tenero.

Don è un pianista di fama dal grande talento, pioniere fra gli afroamericani accettati nei circoli esclusivi della musica americana. Abita a New York, in un sontuoso appartamento sopra la Carnegie Hall con un maggiordomo tuttofare indiano.
Tony è un buttafuori italo americano, è circondato da una famiglia numerosa, sempre riunita intorno a una tavola imbandita.
Tony ha bisogno di soldi, le bocche da sfamare sono tante e il locale in cui lavora è stato chiuso per alcuni mesi.
Don ha bisogno di qualcuno che lo porti in giro in un tour di 8 settimane negli stati del sud. Siamo nel 1963, Kennedy presidente.
La Negro Motorist Green Book era una guida ai ristoranti e agli hotel che accettavano neri, per capirsi.

Alla fine i due diventano amici, com’è logico aspettarsi. La storia è veramente accaduta.

La commedia è impeccabile, la scrittura è perfetta ed a prova di qualsiasi critica. Il film è quanto di più classico si possa immaginare, un prodotto calibrato fin nei particolari. I colori pastello sono giusti senza esagerazioni, le automobili incantevolmente d’epoca. Non poteva perdere l’Oscar e quello per il miglior film è esattamente quel che meritava. Un prodotto classico per il più classico dei premi.

Direte: l’omaggio politicamente corretto ad un film sul razzismo. Sbagliate.
Il film non ha niente di negro. Lo stesso Mahershala Alì prende il premio per l’attore non protagonista. Ed è giusto. Non è il protagonista.
Il film non contiene nulla e quel che c’è di robusto è proprio l’ambientazione italoamericana, quella bella solida di Moonstruck o dei Soprano. E’ possibile che rappresenti l’inizio di una nuova stagione per il tema spaghetti & meatballs.

Se volete vedere cinematografia negra c’è Black Panther, un immaginario regno africano trionfante, ricchissimo, tecnologicamente avanzato, magnificamente agghindato secondo la tradizione. 

Agli africani il divertimento e la mitologia identitaria. A noi i sia pur perfetti pizza, spaghetti & meatballs.

24Feb/19

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il primo re” di Matteo Rovere (2018)

di Roberto Bolzan


La lingua italiana non ha avuto chi la portasse nella modernità. Non ha avuto il suo Celine a renderla moderna e viva. La letteratura italiana, quella del dopoguerra, è antica, desueta. Gli ingegnerismi di Gadda, i Gozzano e perfino gli sperimentalismi di Piovene, così come gli altri, parlano ancora con la lingua del voi.
L’italiano moderno attende il suo Alighieri ma invano, credo. La storia d’Italia è cantonale, meglio ancora comunale e sono le mille sfumature del dialetto ad essere veramente lingua. Nella lingua parlata certamente no ma la letteratura precede sempre e dona la visione dei tempi che verranno.

Tant’è che, nel bene e nel molto male, finiti gli anni eroici, il cinema italiano è ugualmente rimasto vivo grazie alla parlata dialettale, e solo negli accenti regionali e locali si esprime veramente.
L’italiano del cinema è bisbigliato, intensificato nel significato e nel significante, dialoghi da tesi di laurea, personaggi di un tempo borghese ormai andato o macchiette comiche.

Il colpo di genio di Rovere è di usare il latino. Il protolatino bisbigliato ha un effetto totalmente diverso dall’equivalente in italiano e nasconde gli effetti di una recitazione scolastica ed inadatta. La rende invece interessante, soprattutto per chi volesse richiamare qualche eco del liceo..

La storia, Romolo e Remo che combattono contro gli Albani e fondano Roma con il sacrificio di sangue richiesto dagli dei, è bellissima. Il mito è rappresentato senza sussiego, la storia sacra che si fa nella carne e nel sangue degli uomini.
Poi Rovere ha intelligenza e sa come mettere la dose giusta di sangue e raccapriccio. Il contesto igienico-sanitario è desolante, gli attori spettinati e barbuti hanno il fisico. Luci, costumi e scenografia non deludono, anzi.

Il film dura due ore. Passano veloci e piacevoli.

10Feb/19

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “ll corriere – The Mule” di Clint Eastwood (2018)

di Roberto Bolzan

Stavolta è un vecchio coriaceo e cocciuto, per di più puttaniere e sconveniente, prossimo alla bancarotta, che decide di cambiare vita e s’imbarca in un’avventura di cui non calcola tutte le conseguenze. Ma non gliene importa, dato che sente di dover espiare la sua vita poco attenta alla famiglia e vuole farsi perdonare dalla ex moglie e dalla figlia.

Earl Stone è un reduce della guerra di Corea e, ormai novantenne, continua a coltivare fiori, ma internet gli toglie parte del giro d’affari. Così coglie al volo l’occasione di un ingaggio da parte di loschi messicani che gli offrono abbastanza soldi da pagare il matrimonio della nipote e da rimettersi in sesto. Riesce anche ad aiutate il centro per veterani in difficoltà. Insomma, Stone non può che continuare a lavorare per il cartello come corriere, anche se ormai ha capito di partecipare ad attività criminali. Finirà malissimo, ma in redenzione.

Film di buoni sentimenti, a tratti mieloso, politicamente scorretto quanto basta per evitare qualsiasi rischio di Oscar ma sufficiente a strizzare l’occhio al pubblico affezionato (l’unica cosa che conta), ci ha lasciato scontenti. E non per la qualità della regia, dato che Eastwood è veramente quello che potrebbe dire dopo John Ford “I make movies”, un fabbricante di film solido e di sicura grammatica, capace di sfornare un’opera dopo l’altra senza incertezze.
Non per la storia, che è eccezionale e tagliata a misura per il personaggio, perfino nei momenti sopra le righe (Stone che si dà il burrocacao nel momento del pericolo è perfetto).
Non per l’interpretazione, che è egregia (d’altronde non fa che interpretare sé stesso).
Non per i trucchetti, che d’altra parte sono di mestiere eccelso (togliete le didascalie ai 12 viaggi e diventeranno un pastone indistinto, così fatti sono molle cariche di dinamite – il massimo dell’efficacia con il minimo di sforzo, da vero maestro).

Però la retorica della famiglia ci ha uccisi fin dall’inizio. Tolto Stone, il resto potrebbe essere omesso, il poliziotto che si commuove al momento dell’arresto, i messicani simpatici che gli insegnano a mandare i messaggi, la moglie che lo perdona sul letto di morte, il funerale che rappacifica tutta la famiglia, compresa la figlia che ne ha ben donde, le lacrime al processo con lui che, alla fin fine, con questa storia vuole avere poco a che fare (lo capiamo benissimo) e piuttosto preferisce occuparsi dei fiori nella serra del carcere.
Con i cellulari abbiamo un buon rapporto e non riteniamo eversivo dare del negro ai negri, solo il minimo sindacale di scorrettezza, giusto per mostrare il ghigno e fare capire che siamo cattivi.



27Gen/19

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA.”La favorita” di Yorgos Lanthimos (2018)

di Roberto Bolzan

Ho letto un folle, che Dio lo perdoni, che ha paragonato questo film a Barry Lyndon ed ha evocato Kubrick a proposito di un brano di Schubert che ha orecchiato nella Favorita.
Non è la prima volta che succede, anche nel Sacrificio del cervo sacro si osava il paragone con 2001, odissea nello spazio. Allora il pretesto erano le musiche di Ligeti.
Immagino quindi che nell’ufficio stampa di Lanthimos ci sia qualcuno particolarmente aggressivo e cha la scena sia questa: “Vediamo un po’: Kubrick. Non si capisce niente nei suoi film, ma era un mito, ‘sto vecchione. Usiamolo.”.

La storia di per sé è intrigante, non c’è che dire. Siamo in un momento cruciale della storia d’Inghilterra. Anna (Olivia Colman) diviene la prima regina del regno di Gran Bretagna, che uni all’inizio del ‘700 Inghilterra e Scozia. Incapace di portare a termine una gravidanza non ebbe discendenti e con lei finì il dominio della casa degli Stuart. Il padre, Giacomo II, non potrà regnare perché cattolico. Anna, malata e priva dell’educazione necessaria per esercitare le funzioni regali, fu una regina debole; sotto il suo regno iniziò a strutturarsi il sistema di partiti (tories e whigs) che perdura tutt’oggi.
Per un lungo periodo del regno di Anna il potere effettivo fu esercitato dai Marlborough e in particolare da Sarah Jennings (Rachel Weisz), moglie di John Churchill, uno dei più importanti generali dell’epoca, Anna era la sua più intima amica e una dei suoi più influenti consiglieri. I rapporti tra Anna e la duchessa di Marlborough si deteriorarono durante il 1707. Anna cominciò a preferirle Abigail baronessa Masham (Emma Stone) fino ad esiliare la prima mentre iniziava negoziati con la Francia per la fine della guerra. Parliamo della guerra di successione spagnola.

Il resto è #metoo.

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20Gen/19

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Moonwalkers” di Antoine Bardou-Jacquet (2015)

di Roberto Bolzan

Che l’uomo sia o non sia andato sulla Luna, diciamocelo, è del tutto insignificante. Cioè, chi se ne frega, alla fin fine.

La quantità di chiacchiere e di ipotesi che si sono fatte su questo è di gran lunga più appassionante. Volete mettere? da una parte un’operazione certo ardita ma tutto sommato oggi replicabile senza tanti problemi, non più meravigliosa ed incredibile come all’epoca; dall’altra la produzione intellettuale nel cercare di dimostrare la fattibilità di un falso così impegnativo.
Nel film, intelligentemente, il tema è messo subito sul tavolo: come facciamo a nascondere la truffa? “Semplice” gli rispondono “come hanno fatto gli egiziani per nascondere l’ingresso delle piramidi”. L’agente segreto capisce quindi che alla fine sarà eliminato per chiudergli la bocca e deglutisce, nervoso.

Alla vigilia del lancio dell’Apollo 11 il comando americano metta in cantiere un finto sbarco da studio da mandare in onda in mondovisione se le cose dovessero mettersi male lassù.
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19Gen/19

CARIGE, Banca popolare di Bari, corruzione e crisi: niente di nuovo sotto il sole

Carige inizia solo ora la via crucis che potrebbe portare alla sua nazionalizzazione temporanea secondo gli stessi criteri seguiti per Monte dei Paschi di Siena, ammesso che la Commissione Ue consideri sistemica la banca genovese.

“…lo Stato non è la soluzione, ma è la causa dei problemi: il solo piano che funzioni è dunque quello che tenga fuori la politica e il suo potere corruttivo dall’economia, reale e finanziaria.”

Il 20 dicembre 1892 Napoleone Colajanni propone un’inchiesta parlamentare sulla base dei risultati dell’indagine Alvisi – Biagini sulle banche di emissione, avviata segretamente nel giugno 1889, che rileva le gravi irregolarità e gli ammanchi della Banca Romana (ex banca dello Stato Pontificio) e rivela l’implicazione di personaggi politici di primo piano. Continue reading

07Gen/19

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The Old Man & the Gun” di David Lowery (2018)

di Roberto Bolzan

Eh, qui il cuore si spreca. Non solo perché si tratta anche di una storia d’amore. Ma perché c’incanta.

Old Man & the Gun racconta la vera storia di Forrest Tucker (Robert Redford), un ladro molto particolare specializzato nelle rapine in banca. Parla del suo incontro con una donna di cui si innamora, Jewel (Sissy Spacek) e di John Hunt (Casey Affleck), il poliziotto che decide di impegnarsi nel dare la caccia a quella che i media hanno cominciato a chiamare la “banda dei vecchietti”, vista l’età avanzata rispetto ai soliti rapinatori: sono tra i sessanta e i settant’anni, anche se ben portati.

Da una temeraria fuga dalla prigione di San Quentin quando aveva già 70 anni, fino a una scatenata serie di rapine senza precedenti, Forrest Tucker disorientò le autorità e conquistò l’opinione pubblica americana.

Roberto Redford è un liberal ma, come in Un mondo perfetto di Clint Eastwood, come in tanti altri film. si parteggia per il criminale. E’ una invariabile dell’animo umano e rappresentarlo è la cifra dell’epoca del disincanto.

Roberto Redford ne ha 82 e pare sia il suo ultimo film.

La scrittura è incantevole, i dialoghi formano un tappeto fitto senza interruzioni, non c’è una parola fuori posto e non ce n’è nemmeno una di essenziale.

Non è un capolavoro. E’ un film da vedere senza esitazioni, in lingua originale se possibile.

30Dic/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Roma” di Alfonso Cuarón (2018)

di Roberto Bolzan

Diciamo subito, per toglierci il pensiero, che il bianco e nero disturba parecchio. Noi, che dobbiamo forzare un proposito che abbiamo fatto da tempo (mai film in B/N); il regista, che deve darsi a virtuosismi di messe a fuoco perfette, fori stenopeici, calibratura dei toni e immagini graficamente perfette, quando sarebbe molto meglio che si fosse dedicato interamente alla storia.

Tra immagini di mattonelle, panni stesi tra mille gradi di trasparenza ed altri grafismi si dipana lentamente la storia di una famiglia borghese che nei primi anni ’70 vive nel quartiere Roma di Città del Messico. Padre (che se ne va subito), madre, nonna, quattro figli, due domestiche ed un cane scagazzone che svolgono i compiti quotidiani tra mille scosse ma senza provocarci brividi.

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03Dic/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Bohemian Rhapsody” di (Bryan Singer) Dexter Fletcher (2018)

di Roberto Bolzan

Da tanti anni non ci capitava di vedere un film in prima fila angolata e questo ci ha fatto tornare anche spiritualmente all’epoca per noi eroica nella quale è ambientato il film, quando non si poteva prenotare il posto e si frequentavano i cineclub.

Ci siamo perciò goduti fino in fondo la scomodità, omaggio ai bei tempi ahimè andati ed alle atmosfere del tempo che fu. Perché oggi, tempi di identità non binarie e Lgbtqi e chi più ne ha più ne metta, vedere un Freddy Mercury un po’ vergognosetto negli approcci con i maschi ci è apparso come un salutare ritorno ad una tradizione  sana e quasi bacchettona.

Che poi, i Queen! a parte le canottiere candide di Freddy non hanno mai trasgredito granché e anche nel film si dichiarano elettricisti mancati, avvocati o comunque carriere ben allineate. Al massimo qualche vestito da donna. Niente a che vedere con i Sex Pistols, con i Van der Graaf, con i Led Zeppelin, con i Deep Purple, con i Doors. Questi si li abbiamo amati torbidamente, con il cuore in subbuglio e con l’anima tesa verso il peccato. I Queen mai. Continue reading

04Nov/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “First Man – Il primo uomo” di Damien Chazelle (2018)

di Roberto Bolzan

Aspettavamo, ovviamente, la fatidica frase sul grande balzo dell’umanità e purtroppo non c’era modo di evitarla. Comprendiamo l’imbarazzo del regista di fronte a questa gravosa necessità e siamo contenti di non essere stati al suo posto. Retorica al massimo grado, quindi, ma, va detto, solo in quell’istante e mai più, per due ore abbondanti di film che, invece, ne avrebbe consentita in quantità industriali.

Il resto è il massimo del godimento: rumori, silenzi, immagini, primi piani, dialoghi minimali, una storia che alterna le vicende che conosciamo bene con la vita privata ed i dolori di Neil Armstrong. A questo punto dobbiamo dichiarare che crediamo che l’uomo sia andato sulla Luna, se non altro per l’intimo piacere di farlo e perché non c’è ragione di non farlo. Ma lasciamo libero chi legge di credere che sia stata una finzione girata a Hollywood.

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28Ott/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Halloween” di David Gordon Green (2018)

di Roberto Bolzan

Per i cinefili c’è un periodo dell’anno veramente importante, e non sto parlando di Cannes ma di Halloween. E’ un periodo di grandi attese che  termina con qualche gioia e inevitabilmente tanti dolori, Questo almeno a partire da esattamente 40 anni fa quando un quasi sconosciuto Carpenter (benché avesse già girato un capolavoro come Precinct 13) ha prodotto con niente (300.000 dollari) e in 20 giorni il capostipite Halloween.

Non faremo come una nostra illustre collega che recensisce il film parlando solo di quello di Carpenter. Non ci sottraiamo mai alla necessità della cronaca, per quanto siano a volte tristi doveri. Certo che la tentazione è forte.

Il seguito di Halloween 1978 ricalca, infatti, per lo più fedelmente che più fedelmente non si può la storia originale. Non la raccontiamo, è un classico ormai della cultura popolare.

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