LA LIBERTA’ ALL’UNIVERSITA’ E’ LA GOLIARDIA, NON IL ’68

Goliardi Bolognesi all’inaugurazione dell’anno accademico

di Andrea Babini

Gli eventi di questo inizio  Febbraio presso l’Università di Bologna; gli scontri  dei collettivi studenteschi, degli autonomi, degli antagonisti e, vogliamo dirlo, di tutta la feccia di piccoli spacciatori e delinquentelli seriali che quel mondo senza capo ne coda si porta dietro con le autorità universitarie prima e le forze dell’ordine poi, ci ripropongono uno schema e un’immagine anacronistica, grottesca e ridicola, per quanto tragica, della vita dell’università bolognese.

Purtroppo questo è il frutto di scelte precise fatte negli anni dalle amministrazioni di sinistra della città, che hanno coltivato, coccolato, favorito queste organizzazioni demenziali, ideologiche e ridicole. Il ciarpame ideologico e fuori dal tempo con cui questi, attempati, studenti si riempiono la bocca all’alba del terzo millennio è francamente penoso, penoso lo stile, penosa la retorica e penosi gli slogan. Eppure le amministrazioni citttadine, vuoi per contiguità ideologica, vuoi per semplice mancanza di coraggio non hanno mai mancato di foraggiare, elargire sedi e pagare le spese a codesti cialtroni.

Ne risulta una immagine odiosa dell’Alma Mater Studiorum, la nostra università cittadina, la più antica del mondo. Questa istituzione fu madre nobile della riscoperta del Diritto in Europa, e dell’idea di legge e di legttimazione dal basso del potere. Protagonista di quella grandiosa epoca di rinascita civile, sociale ed economica che fu l’epopea comunale italiana.

Bologna non è sempre stata quella che vedete oggi nei telegiornali e la sua università è stata capofila in Italia di un modo assai diverso di intendere la LIBERTA’ e la RIBELLIONE all’autorità. Un modo intelligente, ironico a tratti liberatorio; la Goliardia.

Ecco perchè, in onore della nostra università e della nostra città, per conservare a entrambe la dignità che meritano a dispetto delle imprese di questi teppisti da quattro soldi abbiamo deciso di pubblicare il 66simo paragrafo del nostro ultimo libro, in cui si raccontano le gesta di quei meravigliosi cultori della libertà individuale che furono i goliardi bolognesi:

 

LO SPIRITO DELL’ALMA MATER NEI TEMPI MODERNI. LA GO­LIARDIA.

Cosa rimane oggi di quella Bologna? Ovviamente poco a parte le splen­dide vestigia della città medievale, come il portico di legno di Corte Isolani in Strada Maggiore, le torri sopravvissute, il complesso delle sette chiese di Santo Stefano e alcuni eleganti palazzi medievali miracolosamente ancora in piedi.

La struttura porticata della città, i complessi monumentali di San Fran­cesco e di San Domenico, le tombe dei glossatori, i vicoli del ghetto ebrai­co, alcune porte della cerchia muraria sopravvissute all’abbattimento per far spazio ai viali di circonvallazione, la meravigliosa scenografia di Piazza Maggiore con la splendida mole della Chiesa di San Petronio, e la maesto­sa presenza del Palazzo Comunale e del Palazzo del Podestà ricordano una grandezza e un’epoca che non esistono più da secoli.

Dopo l’assimilazione da parte dello Stato Pontificio, Bologna divenne una città, ricca, certamente importante, ma non più protagonista. La storia prese altre strade; se è vero che fu teatro di fatti importanti come l’incoronazione di Carlo V, non si può ignorare che si trattò appunto di puro scenario degli even­ti, non certo di una realtà che contribuiva a determinare l’andamento dei fatti.

Non mancarono bolognesi illustri in molti campi dalle scienze all’arte, dalla politica alle lettere, ma si trattò di esempi di genio individuale, non espressioni di una qualche peculiarità o tendenza cittadina generalizzata.

L’istituzione bolognese, che ha resistito più a lungo conservando fino a pochi decenni or sono un incontestabile prestigio è stata certamente l’uni­versità, quella Alma Mater Studiorum orgoglio della città. Oggi però pur es­sendo un’università di tutto rispetto, non occupa (come quasi tutti gli atenei italiani) posti di prestigio nelle classifiche delle università del mondo.

Forse il principale retaggio di quella vivace e splendida Bologna, che ab­biamo cercato di raccontare in questo volume, è legato alla presenza in città di numerosissimi studenti “fuori sede”, i quali costituirono le nationes stu­dentesche prima e le balle della goliardia in seguito (ma non vi è alcuna cor­relazione storica tra le due forme associative). Questo aspetto in effetti non è andato perduto; Bologna ha conservato lo spirito tollerante (e interessato) dei suoi cittadini verso le intemperanze degli studenti incapaci a volte di controllare al meglio la loro esuberanza e le tempeste ormonali.

Va chiarito che la goliardia medievale come tradizione storica ha però assai poco a che vedere con la goliardia moderna. I goliardi nel XII e XIII secolo erano detti anche clerici vagantes. Si trattava di preti o frati che, per falsa vocazione, abbandonavano il loro stato religioso per perdersi nel mon­do, spinti da ambizioni mondane, per sete di libertà e di conoscenza, ma specialmente indotti da urgenti necessità materiali.

Il loro modello ideale e per alcuni primo goliarda della storia, fu Pietro Abelardo di Nantes autore di poemetti amorosi e opere di filosofia, mangia­tore, bevitore impenitente e maestro di logica alla scuola di Parigi. Abelardo divenne protagonista di numerose canzoni medievali e la sua fama è arriva­ta ai nostri giorni perché, ormai quarantenne, si invaghì di una sua bella e giovane allieva, Eloisa, che sposò segretamente dopo averne avuto un figlio. Il canonico Fulbert, zio della ragazza, all’oscuro delle nozze e furioso per lo sfregio, lo fece evirare; i due amanti si ritirarono allora in convento, mante­nendo un fitto carteggio epistolare fino alla morte. Abelardo ed Eloisa sono sepolti insieme a Parigi.

Simbolo del Clerico vagante medievale, Abelardo univa alla curiositas intellettuale, la passione per la vita mondana, attirando su di sé l’ira degli ecclesiastici più tradizionalisti.

I clerici vaganti erano il prodotto del risveglio intellettuale, operatosi in seno al mondo ecclesiastico, che si manifestava con l’istituzione di fiorenti scuole di grammatica, l’insegnamento della dialettica e la diffusione della cultura, che penetrava in profondità nelle coscienze, specie nelle nuove re­altà cittadine dove sorgevano anche le università. La fitta rete di conventi, di chiese, di curie e di scuole monastiche creava numerose schiere di “scolari” e di “chierici”, ma molti di essi erano troppo smaliziati e scevri di vocazione per rassegnarsi a una vita umile e grama. Clericus era un’espressione che, più che una persona dedita alla religione, indicava un “dotto” e, per essere tali, costoro erano tenuti a vagare di città in città, da uno studium all’altro, alla ricerca dei migliori maestri e delle diverse discipline.

Insoddisfatti, senza lavoro né mezzi sicuri, erano malvisti dalla Chiesa che vedeva in loro degli spergiuri e dei dissoluti. Vivevano al di fuori della regolare compagine sociale, né preti, né laici, spesso nei pressi di qualche maestro e università di cui non potevano permettersi i servizi, incapaci come erano di uniformarsi a una condotta pratica. Ribelli all’ordine esistente, che li gettava ai margini della vita, essi non rispettavano le autorità ecclesiastiche e imperiali ed erano spietatamente anticlericali. Avventurieri per scelta, si facevano vanto della loro stessa sorte precaria, di darsi ad attività improba­bili, come il giullare, sostenuti dalle loro capacità di eloquenza e di inventiva. La poesia “goliardica”, vero e proprio importante fenomeno letterario me­dievale, ci riporta queste condizioni e questa sensibilità con motivi anarchici e anticlericali dal tono irriverente; in essa si riprendono i temi della giovi­nezza, della vita libera, dell’amore, del vino e del gioco. Canti dal sapore libertino e sensuale in rotta con la società costituita e con le norme della morale comune.

In epoca moderna gli studenti universitari ripristinarono il termine “go­liarda” per definire le loro attività giocose e sfrontate, richiamando anche a nuova vita qualche canto come i Carmina Burana, ma con gli antichi ed autentici goliardi poco avevano a che fare, sia come filosofia di vita che come spessore letterario.

Durante il settecento e l’ottocento gli studenti delle università italiane presero a riunirsi in “accademie”: gruppi, a cui si potevano aggregare anche i professori, che avevano come punto di riferimento caffè o salotti privati. Spesso i membri di un’accademia si riconoscevano per alcuni segni distintivi nell’abbigliamento. Alcuni di questi caffè e molti di quegli studenti furono protagonisti dei moti risorgimentali.

È sul finire del XIX secolo che, per primi in Italia, gli studenti bolognesi fecero proprio il termine “goliardia”, quando il movimento venne fondato sotto l’impulso di Giosuè Carducci, allora professore presso la locale facoltà di lettere. Nel giugno 1888 si svolsero i festeggiamenti per l’ottavo centena­rio dell’università di Bologna. Essi erano stati fortemente voluti dal Carducci sull’esempio della Germania, unificata anch’essa da pochi anni, che aveva sapientemente utilizzato i festeggiamenti di Heidelberg come vetrina per presentarsi al mondo in quanto nazione. I festeggiamenti, denominati Sae­cularia Octava, richiamarono a Bologna delegazioni di studenti e di profes­sori da tutta Europa. I goliardi tedeschi, nelle loro uniformi delle confrater­nite, spiccavano in mezzo a tutti gli altri. Essi erano effettivamente gli eredi di quei clerici vagantes tanto osteggiati dalla Chiesa durante il XII secolo e tutti gli intervenuti furono profondamente impressionati da ciò che videro. Gli studenti francesi, per esempio, decisero proprio in quell’occasione di creare anche in Francia una tradizione goliardica, fino ad allora inesistente: nacque così la faluche, e nacquero i faluchards. Gli studenti intervennero a Bologna nelle loro varie delegazioni distinte per Università e ogni delegazio­ne portò un dono. I goliardi di Torino portarono in regalo un’enorme botte di vino barbera, che sfilò per il centro della città in pompa magna posta su un grande carro trainato da quattro buoi inghirlandati. I goliardi di Padova, per evocare il loro Palazzo del Bo, sede dell’università di Padova, portarono in città un bue!! I goliardi di Pavia esibirono una forma di formaggio pesante più di settanta chili decorata con versi scherzosi in latino maccheronico. La botte di Barbera, il bue e il formaggio furono consegnati ai bolognesi con una fastosa cerimonia, e “sacrificati” per allestire un gigantesco banchetto.

Dopo la guerra e con l’avvento del fascismo, la goliardia, troppo libera e scanzonata per l’ideologia mussoliniana, fu duramente osteggiata dal regi­me. Del resto essa non si fece benvolere dai gerarchi. Riporta il giornalista Franco Cristofori che Achille Starace, dopo aver tenuto un discorso tutto  “patria e sacri confini” ai goliardi bolognesi, vedendo numerose ragazze tra i presenti, affermò (forse in tono di scherno verso gli studenti borghesi) che “tra studenti e studentesse vi è una piccola differenza”. Non fu una buona idea: fingendo di portarlo in trionfo (come era usanza) i più robusti studenti se lo issarono sulle spalle, bloccandogli le braccia, mentre gli altri gli schiac­ciarono a turno i testicoli. Starace schiumava rabbia e ruggiva come una belva, ma per tutta risposta gli studenti gli gridavano “eccellenza ch’al staga ban chèlum, tra omen e don ai è una diffaranza da pòc” (Eccellenza si calmi tra uomini e donne vi è una differenza da poco). Questo aiuta a capire per­ché un libro, che parla di atenei e libertà non possa che dedicare un capitolo alla goliardia.

Dopo il periodo oscuro del ventennio fascista, la goliardia bolognese ri­fiorì in grande stile e raggiunse la sua più grande diffusione nell’immediato dopoguerra. Divenne sempre più in voga l’usanza dei papiri: veri e propri lasciapassare, che le matricole dovevano esibire per dimostrare di aver già “pagato dazio” agli studenti più anziani, sotto forma di obolo, ma più fre­quentemente di una bevuta offerta. Il papiro era spesso un vero e proprio piccolo capolavoro con bellissimi disegni sconci e frasi o versi, che ricorda­vano le imprese della “balla” di appartenenza.

Questa parte del racconto assume per me un significato personale: non sono mai stato goliarda, ma non potete immaginare il mio stupore quan­do bambino, a casa dei miei nonni, scoprii in un cassetto dimenticato il vecchio papiro di mio padre. Egli ha vissuto in prima persona l’esperienza studentesca in quella Alma Mater degli anni Cinquanta. Alcuni suoi amici, in particolare il compianto dottor Sergio Sacchetti, furono protagonisti en­tusiasti dell’attività goliardica di quegli anni. Il dottor Sacchetti ha lasciato all’università di Bologna uno splendido archivio fotografico storico di foto della goliardia del dopoguerra, archivio che si trova in rete e vi consiglio di sfogliare se volete farvi due risate.

Gli studenti cominciarono a riunirsi in gruppi dai nomi strambi e sulla base del luogo di provenienza o della facoltà di appartenenza. Questi gruppi organizzavano le iniziative e si occupavano di cooptare ed accogliere sotto la propria protezione le spaesate matricole. Così, ogni città universitaria dette vita ad un proprio ordine sovrano, chiamato a regolamentare le vessazioni ai danni delle matricole, nonché l’attività goliardica dei vari gruppi cittadini, denominati a seconda del luogo e delle circostanze ordini minori, ordini vassalli, accademie, vole e, a Bologna, Balle.

Al matrimonio di Sergio Sacchetti gli invitati vestiti da “angeli”

Una volta all’anno il capo-città indiceva la festa delle matricole del pro­ prio ateneo e invitava a parteciparvi le delegazioni di rappresentanza delle altre università.

A questo proposito, pare che la prima festa delle matricole risalga al XII secolo, in occasione del rientro in Bologna del rettore dell’università, a quel tempo importante guida della compagine studentesca. Narra la leggenda che “era stato precedentemente espulso dalla città per aver reiteratamen­te posseduto le mogli di alcuni notabili, strumentalizzandole come fonte di informazioni per poi smascherare e divulgare i maneggi più o meno legali dei consorti”. Insieme a lui fuoriuscirono, però, gli studenti in gran numero, mettendo così in crisi l’economia e la reputazione stessa della città. A quel punto il Comune fu costretto a richiamare in Bologna il rettore e i suoi com­pagni, i quali, come contropartita, chiesero ed ottennero l’extraterritorialità degli istituti universitari e degli altri luoghi da loro solitamente frequentati. Chiesero inoltre, che per alcuni giorni all’anno gli studenti potessero libe­ramente satireggiare e beffeggiare autorità e istituzioni di fronte a tutta la cittadinanza, la qual cosa spiega perché il giorno d’inizio della festa delle matricole il sindaco consegni simbolicamente la chiave della città ai goliardi. In quei giorni infatti i goliardi possono fare ciò che vogliono: scherzi, giochi, esibire stendardi e divertirsi come pare loro. A queste feste, con il ripetersi degli incontri tra gruppi di goliardi provenienti un po’ da tutta Italia, andò definendosi il gioco goliardico, un gioco basato sulla dialettica e, paralle­lamente, iniziò a prendere forma un canzoniere goliardico, che oggi conta centinaia di composizioni. Tutti gli atenei aderirono a questo nuovo modo di fare goliardia.

I goliardi si ritrovavano vicino ad un “fittone” (un paracarro per impedire il passaggio di auto e carrozze) in Via delle Spaderie, oggi scomparsa. Si trat­tava ovviamente di un richiamo fallico scherzoso e quel luogo divenne così simbolo del mondo universitario libero e irriverente; al punto che un prete in polemica con le autorità cittadine compose i seguenti versi:

Del nostro municipio questo è il cazzo,

e chi veder vuole i còglion, vada a Palazzo

I goliardi del dopoguerra furono un fattore importante per rianimare lo spirito cittadino, pubblicando esilaranti periodici ciclostilati, organizzando spettacolari feste delle matricole e imbastendo scherzi colossali tanto più ingegnosi, quanto più limitati erano i mezzi. Le rare volte che sono riuscito a strappare alcuni racconti a mio padre sono emerse iniziative al limite del 257  codice penale, perseguite con totale sprezzo dell’autorità e tollerate in modo incredibilmente indulgente, direi divertito, dai cittadini.

Un goliarda si appostò con bicicletta da corsa e tenuta iridata da campio­ne del mondo a pochi chilometri dall’arrivo del giro dell’Emilia, aspettando il gruppo per poi “tirare la volata” dei Bartali e Coppi di turno (non è dato di sapere se tagliò per primo il traguardo). Furono organizzate spettacolari spedizioni in Romagna con centinaia di studenti, sempre in bicicletta, per intimare alla Repubblica di San Marino di arrendersi, con tanto di consegna di un ultimatum scritto alle autorità, chiamate in tutta fretta alla frontie­ra dalle preoccupatissime forze dell’ordine del Titano; tanto fu efficace lo scherzo che la cosa tolse il sonno, pare, al ministro dell’interno Scelba. Ho trovato tracce di una balla marchigiana che, travestendo i propri adepti da carabinieri e commissari di gara, avrebbe deviato il gruppo del giro d’Italia verso la campagna.

Ma il campione dei campioni fu Antonio Belletti che, nell’estate del 1948 vinse venti cene scommettendo che avrebbe orinato pubblicamente tra i ta­volini del Bar Venezian in pieno centro, senza essere né insultato né picchia­to. L’impresa fu giudicata impossibile e la scommessa accettata dagli amici. Essi non si erano accorti di ciò che invece non era sfuggito al furbo Tonino: il vespasiano in ferro situato sul marciapiede del Palazzo Comunale era sta­to spostato da pochi giorni di una ventina di metri proprio su richiesta del proprietario del bar. Costui, anzi, ne aveva subito approfittato per allargarsi occupando con alcuni tavolini lo spazio appena liberato. La sera convenuta e con tutti gli scommettitori appostati nei paraggi, Tonino se ne arrivò al bar facendo il cieco, e avanzò con calma fra i tavolini, tastando il terreno con la canna. Quando arrivò nel punto esatto, dove fino a qualche giorno prima sorgeva il vespasiano, si fermò, si sbottonò la patta e con perfetta indifferen­za cominciò a orinare, fra l’imbarazzo dei clienti del caffè. L’apoteosi della genialità goliardica si espresse quando un cameriere, prontamente accorso, gli mise una mano sulla spalla per condurlo via: Tonino, senza neppure vol­tarsi, rispose forte “Occupato!”. Il cameriere allora gli spiegò all’orecchio che il vespasiano era stato spostato e lo guidò verso la nuova sede, ma fu una sce­na straziante, perché la minzione era ormai iniziata e proseguiva inarresta­bile. Il “povero cieco” si allontanò esprimendo a gesti la propria umiliazione e la gente rimase davvero commossa, compresi i non pochi che, durante lo spostamento, furono “casualmente” irrorati.

Tonino Belletti fa la “statua” ai Giardini Margherita.

L’indomani lo scherzo fu di pubblico dominio ovviamente e la città non poté che riderne a crepapelle. Questa era Bologna prima che l’ideologia, il 258

fanatismo e l’omologazione al pensiero unico la spegnessero del tutto. Qual­cosa di quella Bologna, forse, la trovate nei malinconici o esilaranti film di Pupi Avati.

Purtroppo la vita goliardica non poté sopravvivere al Sessantotto, lo sti­le goliardico non era abbastanza “impegnato” e veniva considerato troppo frivolo dai “descamisados” ideologizzati di quell’epoca di scontri inutili e dannosi, fatti in nome di un’utopia tanto falsa quanto assassina.

La vera libertà tuttavia non era certo nelle violenze verbali e fisiche dei giovani fradici di follia ideologica, piuttosto si trovava nello spirito critico, anarchico, individualista e consapevole dei goliardi, il cui giuramento reci­tava:

Goliardia è cultura ed intelligenza. È amore per la libertà e coscienza delle proprie responsabilità sociali davanti alla scuola d’oggi e alla professione di domani. È culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce di un’assoluta libertà di critica: senza alcun pregiudizio di fronte ad uomini ed istituti. È infine culto delle antichissime tradizioni che portaro­no nel mondo il nome delle nostre università di Scolari”.

Un liberale sarà sempre molto più goliarda che sessantottino.

LA SHOAH NON FU SOLO STERMINIO

Nei giorni scorsi si è celebrata la “giornata della memoria”. E’ stato un diluvio di commenti sui social e sugli altri media. Per lo più le persone hanno “testimoniato” e tanti altri hanno manifestato un certo disappunto nei confronti della ricorrenza.

Perché disappunto? Per due ordini di motivi: Il fastidio epidermico verso le “giornate tematiche” e il mantra ricorrente secondo il quale “ricordare” la Shoah sarebbe una sorta di torto agli altri crimini ed eccidi della storia umana. Continue reading

4 GENNAIO 1643 – NASCE ISAAC NEWTON

Originario di una zona rurale dell’Inghilterra centrale, è stato un matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo e alchimista. È considerato uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi. Fu Presidente della Royal Society. Noto soprattutto per il suo contributo alla meccanica classica — molti hanno presente l’aneddoto di “Newton e la mela” — Isaac Newton contribuì in maniera fondamentale a più di una branca del sapere. Pubblicò i Philosophiae Naturalis Principia Mathematica nel 1687, opera nella quale descrisse la legge di gravitazione universale e, attraverso le sue leggi del moto, stabilì i fondamenti per la meccanica classica. Newton inoltre condivise con Gottfried Wilhelm Leibniz la paternità dello sviluppo del calcolo differenziale o infinitesimale.Newton fu il primo a dimostrare che le leggi della natura governano il movimento della Terra e degli altri corpi celesti. Egli contribuì alla Rivoluzione scientifica e al progresso della teoria eliocentrica. A Newton si deve anche la sistematizzazione matematica delle leggi di Keplero sul movimento dei pianeti. Oltre a dedurle matematicamente dalla soluzione del problema della dinamica applicata alla Forza di gravità (problema dei due corpi) ovvero dalle omonime equazioni di Newton, egli generalizzò queste leggi intuendo che le orbite (come quelle delle comete) potevano essere non solo ellittiche, ma anche iperboliche e paraboliche.Newton fu il primo a dimostrare che la luce bianca è composta dalla somma (in frequenza) di tutti gli altri colori. Egli, infine, avanzò l’ipotesi che la luce fosse composta da particelle da cui nacque la teoria corpuscolare della luce in contrapposizione ai sostenitori della teoria ondulatoria della luce, patrocinata dall’astronomo olandese Christiaan Huygens e dall’inglese Young e corroborata alla fine dell’Ottocento dai lavori di Maxwell e Hertz. La tesi di Newton trovò invece conferme, circa due secoli dopo, con l’introduzione del “quanto d’azione” da parte Max Planck (1900) e l’articolo di Albert Einstein (1905) sull’interpretazione dell’effetto fotoelettrico a partire dal quanto di radiazione elettromagnetica, poi denominato fotone. Queste due interpretazioni coesisteranno nell’ambito della meccanica quantistica, come previsto dal dualismo onda-particella. Isaac Newton occupa una posizione di grande rilievo nella storia della scienza e della cultura in generale. Il suo nome è associato a una grande quantità di leggi e teorie ancora oggi insegnate: si parla così di dinamica newtoniana, di leggi newtoniane del moto, di legge di gravitazione universale. Più in generale ci si riferisce al newtonianesimo come a una concezione del mondo che ha influenzato la cultura europea per tutto il Seicento. Era un filosofo della natura che utilizzava metodi matematici ed enunciava leggi del moto diverse da quelle che compaiono sui nostri manuali. Newton era però attratto dalla filosofia della natura. Ben presto cominciò a leggere le opere di Cartesio, in particolare un’opera pubblicata nel 1673 in cui le curve vengono rappresentate per mezzo di equazioni. Negli anni in cui era studente a Cambridge alla cattedra presiedevano due figure di grande rilievo: Isaac Barrow e Henry Moro che esercitarono una forte influenza sul ragazzo. Newton, negli anni seguenti, costruì le sue scoperte matematiche e sperimentali facendo riferimento a un gruppo ristretto di testi. Le sue letture giovanili lo mettono in contatto con quanto di più innovativo ci fosse nel panorama scientifico. Nonostante gli enormi successi ottenuti, Newton era tutt’altro che un uomo sereno. Cadde più volte in depressione e diede più volte l’impressione di essere vicino alla follia. Durante questi suoi esaurimenti Newton arrivò a scrivere lettere deliranti e accusatorie ad alcuni suoi amici, tra i quali anche Locke. Alcuni ritengono che alla causa di questo momentaneo esaurimento nervoso ci fossero i vapori di mercurio respirati negli esperimenti alchemici. Altri ritengono che ci siano correlazioni, comunque non dimostrate, tra i suoi forti esaurimenti nervosi e alcune sue importanti scoperte. Nel 1696 per risollevarlo da questa crisi gli fu offerto un un posto alla zecca reale di Londra dovesi fece carico del grande programma di nuova coniazione delle monete inglesi, La riforma monetaria di Newton anticipò il gold standard che l’Inghilterra adotterà per prima nel 1717, seguita da altre nazioni nei secoli successivi, fino all’adozione statunitense ai primi del Novecento. Newton stabilì un cambio fisso fra la sterlina e l’oncia d’oro; inoltre, elaborò dei metodi per aumentare la produttività della zecca, con misure per un maggior controllo della quantità d’oro e argento nelle monete coniate. Riuscì in questo modo a chiudere le filiali provinciali della Banca d’Inghilterra e a tornare a una produzione centralizzata della moneta, infliggendo così un duro colpo ai falsari Morì a Kensington, Londra, il 20 marzo 1727 all’età di 84 anni e il 28 fu sepolto nell’Abbazia di Westminster. Voltaire, che era presente al funerale, disse che era stato sepolto come un re. Per lui Alexander Pope scrisse un famoso poemetto che comincia così:

« La natura e le leggi della natura giacevano nascoste nella notte; Dio disse: «Che Newton sia!», e luce fu »

05Ago/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “USS Indianapolis” di Mario Van Peebles (2016)

di Roberto Bolzan

Film che canta le armi e gli eroi (anzi, giustamente, l’eroe), le uniformi e le foto, le gambe abbronzate, le ragazze, gli amori, le lettere, la giovinezza e le scazzottate. Gli ufficiali, le divise immacolate, le responsabilità e l’onore, il nemico, la lealtà. E l’oceano, il Mar delle Filippine infestato da squali e musi gialli.

Nel 1945, agli sgoccioli della seconda guerra mondiale, l’incrociatore USS Indianapolis trasporta in gran segreto Little Boy, la prima delle due bombe atomiche lanciate sul Giappone. Durante il viaggio di ritorno la nave, simbolo della potenza bellica americana, viene affondata da un siluro giapponese al largo delle Filippine.
Trecento moriranno subito. I novecento superstiti rimarranno attaccati alle poche scialuppe ed in mare aperto per cinque giorni in quanto, essendo una missione top secret, l’SOS non verrà mai recepito. Solo un terzo di loro sopravviverà alla disperazione e agli squali e il capitano Charles Butler McVay (Nicholas Cage), loro comandante, dovrà anche prendersi responsabilità non sue e affrontare un lungo e logorante processo. Verrà parzialmente assolto ma questo non impedirà le consegunze estreme che ne verranno. Continue reading

15Lug/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il ciclone” di Leonardo Pieraccioni (1996)

di Roberto Bolzan

Intanto, perché parlare oggi di questo film? ma perché abbiamo sempre vivo il suo ricordo come del fondo dell’abisso di un periodo particolarmente infelice del cinema italiano e pensiamo sempre di doverne parlare. Un prototipo, insomma, da prendere ad esempio negativo per le nostre chiacchierate domenicale sul cinema.
Qualche giorno fa abbiamo interloquito con amici, stupendo per il nostro giudizio (accade spesso) ed ecco spiattellata l’occasione. Non ce la facciamo scappare.

Allora. la pellicola narra, se così si può dire, di un gruppo di ballerine spagnole di flamenco che, rimaste a piedi, trovano ospitalità presso una famiglia in una casa della campagna toscana, portando scompiglio a causa delle loro prorompente bellezza e della vitalità ispanica.
Tutta la famiglia vede la vita sconvolta, in particolare il figlio ragionier Levante che s’innamora di una di queste. Dopo una gran quantità di interecci amorosi che coinvolgono anche la figlia e l’altro figlio il gruppo riparte portando con sé Levante che alla farà famiglia in Spagna, sempre da ragioniere.

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09Lug/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il sacrificio del cervo sacro” di Yorgos Lanthimos (2017)

di Roberto Bolzan

Non ridete. Siamo andati  a vedere anche questo cult stracult.

Per principio evitiamo i film premiati a Cannes e mai ci sarebbe passato per la testa di derogare a questo proposito. Però ci è sembrato doveroso farlo, visto che un amico che stimiamo ce ne ha parlato bene e noi ammettiamo sempre la possibilità di essere prevenuti e per cecità e superbia perderci dei capolavori. Ci è successo tante volte nella vita, perché non con un’arte viva come il cinema?

Ahimè ci sono leggi della natura che non si possono cambiare.

Diciamo subito allora che l’idea di base era buona, per non dire ottima. Un chirurgo provoca la morte sotto i ferri del suo paziente ed l figlio di questi fa ammalare i suoi figli chiedendogli di sacrificarne uno per pareggiare i conti. Altrimenti moriranno tutti.

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10Giu/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli (1966)

di Roberto Bolzan

Grazie al cielo non siamo musoni. Ci siamo presi l’impegno di fare una recensione di film sul medioevo una volta al mese, in modo da fare compagnia agli sforzi eroici di Andrea Babini che sta sfornando capitoli e capitoli del suo libro sul medioevo. Ma nessuno ci obbliga ad essere filologi ed alla correttezza storica prossimo preferire la commedia. Possiamo divagare e divertirci.

E questo film è divertimento. E’ colore. E’ commedia allo stato puro. E’ gramelot burino. E’ popolare ed erudito insieme. E’ cult istintivo e naturale. E’ paccottiglia, sana paccottiglia alla quale non rinunciare mai.

Colori sgargianti ovunque, nei costumi, nelle scenografie, negli ambienti esterni e interni, perfino nella “mala bestia”, il mitico cavallo Aquilante con il suo indimenticabile color giallino. Eremiti e streghe, crociate e peste nera, invasioni barbariche e ordalie, vergini, santi, principesse, dame, castelli e cavalieri. Voci irreali, tronfie o stridule, sempre falsate, gridate e borbottate, spesso declamatorie, sempre a metà tra il volgare e il latino maccheronico. Citazioni dal Settimo sigillo ai film di Akira Kurosawa senza tralasciare Cervantes, ma senza mai essere stucchevolmente colti cioè leziosi. Un medioevo straccione e cialtrone fatto di poveri, di ignoranti, di ferocia, di fango e di freddo. Ispirazione e genio libero.

La storia è questa: un cavaliere in viaggio per prendere possesso del feudo di Aurocastro, viene assalito dai briganti che, dopo averlo sopraffatto, lo gettano in un fosso. Un membro della banda, avendo trovato la pergamena che attesta l’investitura del feudo, convince l’amico Brancaleone a sostituirsi al cavaliere. Brancaleone si mette al comando dei briganti ma lungo il percorso per Aurocastro incappa in diverse avventure: l’incontro con Teofilatto ed i suoi bizantini, l’occupazione e la fuga da una città in preda alla peste, il salvataggio di una stravagante promessa sposa. Giunta infine al feudo, l’armata viene assalita dai Saraceni ma è salvata dai guerrieri comandati dal cavaliere che era stato aggredito dalla banda. Per Brancaleone ed i suoi uomini non resta che partire per una Crociata in Palestina.

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03Giu/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il tamburo di latta” di Volker Schlöndorff (1979)

di Roberto Bolzan

Ci sono film visti con leggerezza e poi mai dimenticati. Così il Tamburo di latta, 1979, l’anno in cui divise con Apocalypse now la Palma d’oro come miglior film al 32º Festival di Cannes. Inspiegabilmente, perché quest’ultimo certo non la meritava.

Die Blechtrommel è un film diretto da Volker Schlöndorff, basato sull’omonimo romanzo di Günter Grass. Narrato in prima persona, con una trama che si sviluppa a cavallo di due guerre mondiali, ambientato nella Città Libera di Danzica, Qui coesistono polacchi e tedeschi e il film si muove tra tensioni che colpiscono due popoli e l’ipocrisia di una famiglia piccolo borghese.

Oscar nasce a Danzica, nel 1924. Agnès è sposata con il droghiere Alfred Matzerath, tedesco, ma è anche amante del cugino polacco Jan Bronski e il bambino può essere suo. Oscar alla festa del suo terzo compleanno decide di rimanere un bambino per sempre. Le sue doti sono di possedere una voce acutissima con la quale può frantumare i cristalli e di saper suonare un tamburo di latta dal quale non si separa mai.
La storia scorre. Un giorno ridicolizza una grande parata nazista che prelude allo scoppio della II Guerra Mondiale. Il primo settembre 1939 la Germania occupa la Polonia e nella prima battaglia nel palazzo della Posta Jan viene preso e fucilato. Sigismond Marcus, suo amico, un venditore di giocattoli, si suicida dopo l’occupazione tedesca. La madre muore ed Oscar segue il circo di Bebra e di Roswitha Raguna di cui diviene l’amante. Tornato a Danzica, assiste all’arrivo della giovane servetta polacca Maria che Alfred rende madre. All’arrivo dei sovietici Oscar provoca involontariamente anche la morte del padre.
Oskar decide alla fine di seppellire il suo tamburo di latta col suo padre putativo e di riprendere la crescita fisica.

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27Mag/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Big eyes” di Tim Burton (2015)

di Roberto Bolzan

Da qualche parte nel dormiglione Woody Allen immagina che la società del futuro avrebbe considerato i quadri di Margaret Keane come una tra le più alte forme d’arte del passato.

Erano in realtà di una bruttezza impressionante. Bambini e bambine con gli occhioni enormi, i vestitini da orfanelli, in braccio un gattino, un cagnolino, un peluche, sullo sfondo vicoli o macerie. Orrendi, ma invasero le case dei nuovi sobborghi americani, quale con il giardino davanti e dietro e alle pareti le stampe della Keane non potendo permettersi i quadri.

C’è una moglie timida e introversa (Margaret Keane – Amy Adams) che per esprimere se stessa non fa altro che dipingere quadri in cui spuntano come folletti dei bambini dagli occhi enormi. C’è anche un marito (Walter Keane – Christoph Waltz), scaltro anche troppo, che conosce il vero valore di quelle opere e si attribuisce la paternità di quei dipinti.
Presa tra l’incudine e il martello, tra la vita prospera che le garantisce il marito e la paura per le sue violenze nonché il dolore di vedere disconosciute le sue qualità, Margaret divorzio e poi rivela al mondo la verità, che poi le viene riconosciuta dal tribunale dopo una straordinaria udienza nella quale viene chiesto a lei ed al marito di dipingere per provare le rispettive capacità.

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20Mag/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il falò delle vanità ” di Brian De Palma (1990)

di Roberto Bolzan

Ci ha lasciati Tom Wolfe, giornalista e cultore di un romanzo realista sulla scia di Steinbeck, Faulkner, Hemingway e Fitzgerald, gente per noi sacra, e noto per quel termine, radical-chic, che tanto c’intriga.

A cinquantasei anni pubblica la sua prima fiction-novel, un ponderoso volume, subito caso letterario destinato all’adattamento per il grande schermo, dipingendo il ritratto di un antieroe contemporaneo, Sherman McCoy (Tom Hanks), colonna di Wall Street che, per un crudele gioco del destino, si trova coinvolto in una vicenda strumentalizzata dai media e al centro di bassi intrighi politici.
Attorno alle sue disgrazie (di Sherman McCoy), che insieme all’amante Maria (Melanie Griffith) investe con la sua Mercedes un ragazzo nero, svolazzano diversi avvoltoi: il reverendo Bacon (John Hancok) il procuratore Abe Weiss (F. Murray Abraham), il giornalista Peter Fallow (Bruce Willis) coprotagonista e voce narrante, fino a che, dato in pasto alla stampa, finito in rovina, piantato dalla moglie Judy (Kim Kattrall), grazie ad un nastro riesce a dimostrare la sua innocenza e si salva. Continue reading

06Mag/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Andrej Rublëv” di Andrej Tarkovskij (1966)

di Roberto Bolzan

Aiutiamo Andrea Babini nella creazione della sua opera (97 capitoli sul medioevo, non una cosetta) iniziando a presentare di tanto in tanto delle pellicole storiche. La prima non può che essere questa, che amiamo molto.

Andreij Rublëv è un’epopea che abbraccia 23 anni di storia della Rus’, a partire dall’anno 1400, attraverso le gesta del più grande pittore di icone della storia russa.

Per i russi corrisponde al periodo del basso medioevo mentre in occidente mancano solo pochi anni alla scoperta dell’America.
Ma nemmeno per i russi è notte fonda; ancora divisi in principati fratricidi e azzannati a ondate intermittenti dalle orde mongole, la futura Russia ha già sviluppata le tre colonne che la terranno in piedi fino alla rivoluzione d’ottobre: popolo unito, aristocrazia e ortodossia. Manca solo lo zar, che arriverà un secolo e mezzo doo.

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29Apr/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman (1975)

di Roberto Bolzan

Nel 1975 esce questo film incredibile, che è da ricordare in questi giorni per la scomparsa di Miloš Forman.

In un ospedale psichiatrico tutto ordine e pulizia arriva un giorno il giovane Randle P. McMurphy, che, condannato per reati di violenza, spera, spacciandosi per matto, di sottrarsi al carcere: ai medici il compito di scoprire se sia o meno un simulatore.
La sua comparsa, intanto, porta lo scompiglio in quel chiuso ambiente di repressione mascherata, di intransigente disciplina imposta e mantenuta da una ferrea capo-infermiera, la signorina Ratched. L’allegro McMurphy volge in burla le sedute psicanalitiche di gruppo, si improvvisa radiocronista di immaginarie partite di baseball, organizza una “scappatella” in barca coi suoi compagni, impianta una squadra di basket. Più i ricoverati, però, gli stringono fiduciosi intorno, contagiati dal suo spirito di disubbidienza, più la Ratched stringe la vite del sistema repressivo.
Il finale è drammatico ed il film termina con un vero e proprio inno alla fuga ed alla libertà stupendamente musicato da Jack Nitzsche.

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01Apr/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “La forma dell’acqua – Shape of water” di Guillermo del Toro (2017)

di Roberto Bolzan

Storia d’amore tra una muta ed un pesce ghiotto di uova sode. In sintesi.
Che dire?

A volte immaginiamo il processo che produce certe opere cinematografiche. Immaginiamo il regista con i suoi collaboratori. Immaginiamo che la storia sia in qualche modo piaciuta. Si parte da qui, immagino. E in questo caso pensiamo che sia piaciuta perché bizzarra. Non vogliamo fare una cosa normale, vero? bizzarra va bene.

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25Mar/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The wolf of Wall Street” di Martin Scorsese (2013)

di Roberto Bolzan

 

C’è un po’ di noia in giro e allora ci divertiamo a fare un po’ di incursioni sui film del passato, paragonandoli a quelli che per noi sono capolavori.
Vedendo 15:17 – Attacco la treno, l’ultimo di Clint Eastwood, a noi veniva in mente continuamente quello che, per certi versi, è alla scala opposta della cinematografia The wolf of Wall Street, appunto. Il primo è la storia di persone ordinarie nel momento che segna la loro vita, il secondo la storia di una persona straordinaria che non ha momenti topici perché tutto è strabiliante; il primo girato con attori non professionisti, il secondo con l’attore per eccellenza, uno straordinario Leonardi di Caprio, per di più in pezzi solisti di straordinaria bravura.

Per chi non se lo ricordasse, questo è il film tratto da un’autobiografia in cui uno straordinario venditore partito dal nulla diventa miliardario a forza di piazzare azioni-spazzatura insieme a un gruppo di adepti, con i quali si dà agli eccessi più eccessivi che si possano immaginare (descritti con dovizia di particolari tossico-anatomici) finché da un’inebriante esaltazione di ogni vizio perviene alla (parziale) rovina.
Di quello si può invece leggere qui.

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