“In ordine di sparizione” di Hans Petter Moland (2014)

E’ difficile da spiegare.
Davvero.
Non sappiamo da dove incominciare.

“Dall’inizio sarebbe una buona idea” mi dicono.

Incominciamo dall’inizio, pare giusto.
Nel 2014 esce questo film di Moland,  ambientato e girato in Norvegia.
La storia giù la conoscete, perché è stata raccontata la scorsa settimana ed è quella di Un uomo tranquillo. Non solo la storia, in realtà. Il fatto è che il film è identico. Trama, battute, azioni, tutto uguale. Uguale la neve e uguali le gelide vastità del paesaggio.

La difficoltà sta nel fatto che avremmo dovuto vedere prima questo e poi l’altro. Questa sarebbe stata la giusta sequenza. Ma ormai è troppo tardi per rimediare.

Detto questo, parlando di questo film come se fosse l’altro, o meglio parlando di entrambi insieme, taciamo ammirati, senza parole. Perché il genio, quando si manifesta, ti ammutolisce. Arriva di colpo mentre non te l’aspetti, come un colpo di fulmine, e ti sbalordisce.

Cos’è successo? che Moland, richiesto di fare il remake di un film del 2014, cinque anni dopo lo fa identico al precedente. Uguale. Cambiano gli attori, cambia il paesaggio, qui ci sono gli albanesi lì gli indiani ma il resto è identico.
Questa è la magia del cinema, dell’ottava arte vitale come non mai, capace di opere concettuali raffinatissime e nello stesso tempo godibili.

Fatto sta che si siamo visti questa remake identico con grande piacere.

Cos’altro dire? qual’è  la versione migliore?
La domanda è lecita. La versione migliore è senz’altro la prima, più semplice e depurata di tutto quello che la produzione ha consentito con maggior budget nella versione successiva, ma inutile. Per esempio la poliziotta che richiama Marge Gunderson di Fargo, non serviva, era solo fighetteria per cinefili. Via! Senza di lei la polizia serve ancora a meno e infatti quasi non c’è, rendendo il tema della vendetta ancora più questione individuale, ancora più puro Far West.
La moglie di Coxman, impersonata da Laura Dern, ha un certo ruolo nel remake. Ma la narrazione ne può fare a meno, anzi disturba. Nel primo film infatti è un’attrice sconosciuta, che subito scompare per non più ritornare. Via! semplificare e asciugare!

E poi bisognerebbe parlare del bianco. Melville dedica un intero capitolo di Moby Dick a spiegare il valore metafisico del bianco come simbolo del male

  • Lascio una scia bianca e torbida; pallide acque, gote ancor più pallide, dovunque io navighi. I flutti gelosi si gonfiano ai lati per sommergere la mia traccia; lo facciano; ma prima io passo. (Achab: XXXVII; p. 220)

e qui abbiamo lo spazzaneve che giunge nel mare di neve con due ali bianche come un angelo sterminatore a compiere la sua giustizia.

Togli le citazioni, togli Fargo, togli Tarantino, rimane l’Arcangelo Gabriele che giunge a portare la volontà divina.

 

Questo articolo ha 4 commenti.

  1. La mia meraviglia nel ricevere questa recensione è immensa. Proprio oggi mi è passato per la testa il messaggio che avevo scritto quando ho letto la recensione del più recente dei due, ed ho pensato che forse non era stata letta…mi vergogno d’averlo pensato(!). Ecco qui un gioiello di recensione che riconcilia i due films e mi fa sempre più pensare che Roberto abbia un genio infinito che riesce a dare più vita alle parole di quanta ne possano contenere. Insomma se non si è capito ho apprezzato immensamente questa recensione, che non è tardiva ma rende doppiamente il fascino dei due lungometraggi.
    Viva il Cinema e W Roberto, il miglior critico cinematografico che io abbia mai letto .

  2. Grazie, carissima. Non li merito ma mi godo i tuoi complimenti.

  3. Bè, secondo me Tarantino qui c’è ancora.
    Ma toglimi una curiosità: che finale è, col parapendio che si schianta contro lo spazzaneve? Che vuol dire? Che è tutto uno scherzo?

    1. Un colpo di scena finale, per alleggerire il film

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