“Blow Out” di Brian De Palma (1981)

Ieri sera abbiamo appreso che uno dei nostri affezionati lettori non conosce questo film.
L’occasione ci è ghiotta quindi per richiamare questo notevolissimo lavoro di uno regista che amiamo molto.
Notevolissimo è dir poco perché come sempre con De Palma siamo di fronte a opere che agiscono a vari livelli e sempre al massimo.

Fin dalla trama il film è hitchcockiano.
Jack Terry è un tecnico del suono per delle produzioni di serie B ed è alla ricerca di effetti sonori particolari. Mentre è sulle sponde di un torrente in un parco, il suo sensibilissimo microfono capta il rumore di un’auto che sbanda e piomba in acqua.
Riesce a salvare la ragazza rimasta intrappolata fra le lamiere ma non il governatore dello stato, candidato alle elezioni presidenziali.
Riascoltando la registrazione Jack scopre il rumore di uno sparo che precede l’incidente.
La polizia rifiuta la sua scoperta e Jack decide di indagare per conto suo. Scoprirà così che la ragazza che ha salvato era stata mandata ad arte nell’auto del governatore per comprometterlo e scoprirà una vera e propria congiura che sotto il pretesto di moralizzare la vita pubblica, annovera fra i suoi partecipanti un maniaco sessuale, strangolatore di donne.
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“Un mercoledì da leoni” di John Milius (1978)

I temi sono gli stessi, il surf e il Vietnam, ma trattati in maniera completamente diversa.
Mi riferisco ad Apocalypse now e a Un mercoledì da leoni, entrambi sceneggiati da John Milius, forse il più pagato tra gli sceneggiatori americani dell’epoca.

E’ la storia di tre campioni di surf. Il teatro delle loro imprese è il mare californiano con le sue lunghe onde.
I tre hanno problemi sentimentali e di vita, poi arriva il Vietnam e uno è costretto ad andarci.
Dopo alcuni anni si ritrovano insieme su una spiaggia per la loro ultima esibizione, che è trionfale.
Ma il tempo del surf è ormai finito.

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“L’ultimo samurai” di Edward Zwick (2003)

Nei giorni scorsi ci siamo rivisti questo film, rimanendone incantati.

L’ultimo samurai, ambientato alla fine del 1800, racconta la storia di Nathan Algren, capitano del 7° cavalleggeri, un uomo alla deriva: dopo la Guerra Civile americana, gli orrori dello sterminio dei pellerossa, infatti, lo perseguitano e lui trova rifugio solo nell’alcool.

Assoldato per addestrare un esercito di leva in Giappone, con cui i consiglieri dell’imperatore intendono distruggere i samurai per aver mano libera nei loro loschi traffici commerciali con gli Stati Uniti, Nathan entra in contatto con Katsumoto, ultimo erede di una dinastia di guerrieri, e resta affascinato dalla sua filosofia, tanto da abbracciarne la causa.

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“La caduta dell’impero americano” di Denys Arcand (2019)

Fatale fu l’attrazione che abbiamo per Montreal (motivo per cui non ci perdiamo un solo romanzo di Kahty Reichs) e la speranza di vedere qualche scorcio di una città che amiamo molto. Per cui, senza esitazioni, abbiamo abboccato al richiamo e, in dispregio a giuramenti più volte espressi, abbiamo visto un film di classificazione “francese”.

I film francesi sono particolarmente detestabili perché basati fondamentalmente sulla chiacchiera continua. I personaggi, quando ci sono, sono enfatici e montati, le azioni, quando ci sono, sono didascaliche a corredo delle chiacchiere, l’intreccio, quando c’è, è confuso e montato a chiacchiere. Su tutto domina una chiacchiera interminabile, leziosa, seriosa, noiosa e ammorbante.

Ma ci siamo cascati.

Il sermone racconta la storia di un fattorino che assiste ad una rapina finita male che gli permette di imboscarsi un paio di borse piene di dollari. Può finalmente cambiare vita.
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“La passione di Cristo” di Mel Gibson (2004)

Ci hanno vietato di usare il titolo SCIAK (il Dito nell’occhio al cinema) e di firmarci ma siamo sempre noi. Tranquilli.
Con gli auguri pasquali vi portiamo questo film immaginoso e potente.

La storia è ben nota. Mel Gibson ne narra il finale, dall’arresto nell’Orto degli Ulivi alla resurrezione.

Girato a Matera e nel paese fantasma di Craco (solo gli interni a Cinecittà), con attori in gran parte italiani e recitato in latino, aramaico ed ebraico, il film spiazza per il crudo realismo delle scene e in particolare per l’impatto della violenza mostrata con sadismo.

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