SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli (1966)

di Roberto Bolzan

Grazie al cielo non siamo musoni. Ci siamo presi l’impegno di fare una recensione di film sul medioevo una volta al mese, in modo da fare compagnia agli sforzi eroici di Andrea Babini che sta sfornando capitoli e capitoli del suo libro sul medioevo. Ma nessuno ci obbliga ad essere filologi ed alla correttezza storica prossimo preferire la commedia. Possiamo divagare e divertirci.

E questo film è divertimento. E’ colore. E’ commedia allo stato puro. E’ gramelot burino. E’ popolare ed erudito insieme. E’ cult istintivo e naturale. E’ paccottiglia, sana paccottiglia alla quale non rinunciare mai.

Colori sgargianti ovunque, nei costumi, nelle scenografie, negli ambienti esterni e interni, perfino nella “mala bestia”, il mitico cavallo Aquilante con il suo indimenticabile color giallino. Eremiti e streghe, crociate e peste nera, invasioni barbariche e ordalie, vergini, santi, principesse, dame, castelli e cavalieri. Voci irreali, tronfie o stridule, sempre falsate, gridate e borbottate, spesso declamatorie, sempre a metà tra il volgare e il latino maccheronico. Citazioni dal Settimo sigillo ai film di Akira Kurosawa senza tralasciare Cervantes, ma senza mai essere stucchevolmente colti cioè leziosi. Un medioevo straccione e cialtrone fatto di poveri, di ignoranti, di ferocia, di fango e di freddo. Ispirazione e genio libero.

La storia è questa: un cavaliere in viaggio per prendere possesso del feudo di Aurocastro, viene assalito dai briganti che, dopo averlo sopraffatto, lo gettano in un fosso. Un membro della banda, avendo trovato la pergamena che attesta l’investitura del feudo, convince l’amico Brancaleone a sostituirsi al cavaliere. Brancaleone si mette al comando dei briganti ma lungo il percorso per Aurocastro incappa in diverse avventure: l’incontro con Teofilatto ed i suoi bizantini, l’occupazione e la fuga da una città in preda alla peste, il salvataggio di una stravagante promessa sposa. Giunta infine al feudo, l’armata viene assalita dai Saraceni ma è salvata dai guerrieri comandati dal cavaliere che era stato aggredito dalla banda. Per Brancaleone ed i suoi uomini non resta che partire per una Crociata in Palestina.

Il Brancaleone da Norcia di Gassman è l’antieroe entrato nella psiche italiana perché è italiano fino alle radici, italiano contemporaneo, sbruffone, gradasso, ignorante, cafone e vile, capace di retorica vana ed inutile, di magniloquenza fessa, impegnato in imprese al di fuori della sua portata, rappresentante di un codice d’onore e di valori messi continuamente alla berlina, rumoroso ed inconcludente, ridicolo e pericoloso per sé e per gli altri.
A Gassman si affianca una squadra di attori (Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno, Catherine Spaak) che hanno ben compreso lo spirito di quest’operazione parodico-picaresca. Ad accompagnarlo una banda di caratteristi messi lì per seguirlo passo-passo come si faceva un tempo.
Ottime musche e bellissimi titoli di testa e di coda animati.
Perfetto.

E’ un capolavoro, un pezzo fondante del cinema italiano. Assolutamente si.

“Branca Branca Branca! Leon Leon Leon!”

 

 

 

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