SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il tamburo di latta” di Volker Schlöndorff (1979)

di Roberto Bolzan

Ci sono film visti con leggerezza e poi mai dimenticati. Così il Tamburo di latta, 1979, l’anno in cui divise con Apocalypse now la Palma d’oro come miglior film al 32º Festival di Cannes. Inspiegabilmente, perché quest’ultimo certo non la meritava.

Die Blechtrommel è un film diretto da Volker Schlöndorff, basato sull’omonimo romanzo di Günter Grass. Narrato in prima persona, con una trama che si sviluppa a cavallo di due guerre mondiali, ambientato nella Città Libera di Danzica, Qui coesistono polacchi e tedeschi e il film si muove tra tensioni che colpiscono due popoli e l’ipocrisia di una famiglia piccolo borghese.

Oscar nasce a Danzica, nel 1924. Agnès è sposata con il droghiere Alfred Matzerath, tedesco, ma è anche amante del cugino polacco Jan Bronski e il bambino può essere suo. Oscar alla festa del suo terzo compleanno decide di rimanere un bambino per sempre. Le sue doti sono di possedere una voce acutissima con la quale può frantumare i cristalli e di saper suonare un tamburo di latta dal quale non si separa mai.
La storia scorre. Un giorno ridicolizza una grande parata nazista che prelude allo scoppio della II Guerra Mondiale. Il primo settembre 1939 la Germania occupa la Polonia e nella prima battaglia nel palazzo della Posta Jan viene preso e fucilato. Sigismond Marcus, suo amico, un venditore di giocattoli, si suicida dopo l’occupazione tedesca. La madre muore ed Oscar segue il circo di Bebra e di Roswitha Raguna di cui diviene l’amante. Tornato a Danzica, assiste all’arrivo della giovane servetta polacca Maria che Alfred rende madre. All’arrivo dei sovietici Oscar provoca involontariamente anche la morte del padre.
Oskar decide alla fine di seppellire il suo tamburo di latta col suo padre putativo e di riprendere la crescita fisica.

 Il film è introvabile oggi ma nel ricordo ci sono la scena della pesca delle anguille e sempre anguille in scene di erotismo malato e decadente (non bisogna dimenticare che Schlöndorff ha ricavato un film dal Re degli ontani di Michel Tournier). E poi una scena per me evocativa e singolare, quando due spartachisti in birreria osservano e subiscono sconsolati la sfilata delle truppe naziste, senza poter fare nulla. La storia si svolge loro accanto, potente ed inesorabile.

Così noi che crediamo alla libertà dallo stato, che oggi osserviamo senza piacere la corrente della storia, sapendo quello che accade ma impotenti non possiamo fare nulla.

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