SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. Ripensamento su “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh (2017)

di Roberto Bolzan

Saremmo andati a rivedere un film che ci aveva molto presi, ma siamo stati trattenuti dal pensiero che ci sarebbe piaciuto meno. Il segno è inequivocabile, perché questo non ci succede mai con le opere solide e con i prodotti del genio, quelli veri.

Inoltre, durante la settimana, abbiamo ripensato alla pellicola vista da poco, ne abbiamo parlato a pranzo ed a cena e ci siamo perfino interrogati su dei dettagli che inizialmente avevamo trascurato.

Alla fine ci siamo chiesti se fosse lecito cambiare idea e se fosse giusto esporsi pubblicamente tipo banderuola e ci siamo risposti che si, andava fatto. Che non solo il cambiare orientamento è segno di vitalità, ma che è addirittura una delle cose belle e interessanti della vita.

E allora lo diciamo, che il film di Martin McDonagh ci ha già stancati, così come l’opera che nasce già esausta dall’intreccio meticoloso e faticoso dei dialoghi, ben scritti, certo, ma obbligati con la forza a reggere da soli una trama che non sta in piedi in alcun modo.

Come per esempio il tizio che arriva nel negozio di Mildred, spacca delle ceramiche, sbraita, la minaccia, sta per ammazzarla… finché non arriva la sua collega a smontare la tensione ed il tizio se ne va. Scambi di sguardi allusivi, siamo pronti per la rivelazione e poi non succede niente. A che pro? e perché?

Come l’idea bislacca che a dare fuoco ai cartelloni siano stati i poliziotti, che serve di pretesto per dare fuoco alla stazione di polizia, a sua volta parte non essenziale ma che serve a raddrizzare la trama che pencola pericolosamente. E nessuno sospetta di lei che è proprio di fronte, proprio davanti al suo negozio ed è notte fonda. Nessuno le chiede come mai passasse da quelle parti e in compagnia del nano, per giunta.

Come le lettere scritte dallo sceriffo Willoughby prima di morire, che danno il senso a tutto quello che succede dopo ma sono un trucco che nemmeno il più scalcinato degli scrittori userebbe più. Se avete bisogno di leggere la trama usate wikipedia, cribbio, non dentro il film.

Come il pippone di Mildred al reverendo, dove lo accusa di essere colpevole per il solo fatto di essere  parte del sistema. Non eravamo più abituati a queste sociologie da strapazzo e in prima battuta ci era sfuggita.

Come lo sceriffo che sostituisce Willoughby che è nero, ovviamente, e non c’è alcun motivo per questo, ma i premi si prendono così. Perdendo la nostra stima, però, per quello che vale.

Come il finale aperto che, diciamolo, ormai è la più scontata delle retoriche, classica e rassicurante. Non chiudere il finale da tempo non rappresenta più il male che è dappertutto, che torna, di cui non conosciamo la natura, ma è proprio quello che sembra: l’incapacità di chiudere la storia, di trovare il colpevole e le parole giuste per accomiatarsi dal pubblico.

Dentro questa trama che fa acqua da tutte le parti la scrittura pregevole dei dialoghi è sprecata, eccessiva, puntigliosa e teatrale. E proprio il finale rivela la debolezza del tutto, la catastrofe di quando non sappiamo trovare le parole giuste per salutare i commensali e ce ne andiamo nel reciproco imbarazzo. Rimane qualcosa di sospeso e non sarà un sequel (speriamo) ma il disagio per un brutto film e per una storia rovinata.

 

 

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