All posts by Bolzan Roberto

28Gen/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “L’ora più buia” di Joe Wright (2017)

di Roberto Bolzan

Noi che abbiamo studiato amiamo la retorica e sappiamo che esistono quella buona e quella cattiva, esattamente come il colesterolo. E ci sono sia il colesterolo che la retorica in questo film. Quindi è d’uopo distinguere.

Il colesterolo ci si alza al vedere le colazioni di Churchill, le salsicce a pranzo e le abbondanti bevute, che apprezziamo e approviamo convinti tra l’altro. La retorica, quella cattiva, la troviamo in due momenti: quando ci raccontano che Gary Oldman lamenta di essersi quasi intossicato fumando 400 sigari al prezzo di 400 Euro ciascuno, e noi che fumiamo i Romeo y Julieta che troviamo a Miami a 15 Dollari vorremmo averlo a tiro per una salutare pedata nel sedere; il secondo momento quando Churchill, sceso in metropolitana, declama versi di Thomas Babington Macaulay ed un negro casualmente presente nel vagone li prosegue a memoria, evidentemente conoscendoli benissimo, avendoli letti sul tavolo di cucina invece di andare a bere al pub come tutti. Faccio notare che non si tratta di Macaulay Culkin.

Ecco, queste retoriche ci fanno imbestialire.

Ma il resto, il colesterolo buono e la retorica buona, quelli sono magnifici.

L’ora più buia è ambientato all’inizio della seconda guerra mondiale, nel momento cruciale della scelta, da parte del primo ministro britannico Winston Churchill (Gary Oldman), tra l’armistizio con la Germania nazista e l’intervento nel conflitto.
Di fronte all’avanzata dell’esercito tedesco e all’imminente invasione della Gran Bretagna, Churchill è chiamato a decidere tra la tutela del paese in nome di una pace apparente e temporanea e la difesa dei propri ideali di autonomia e libertà. Dietro le quinte la moglie Clementine (Kristin Scott Thomas) e la segretaria personale Elizabeth Nel (Lily James). Ben Mendelsohn nei panni di Re Giorgio VI, Ronald Pickup come Neville Chamberlain, il primo ministro uscente, firmatario dei patti di Monaco e Lord Halifax (Stephen Dillane).

Ci sono tutti, come si vede, così come le riunioni del Parlamento, che avvengono esattamente come ce le immaginiamo. Così come ci immaginiamo siano le relazioni familiari di Churchill, di cui in realtà non sappiamo molto nonostante la grande quantità di scritti che ci ha lasciato.

Il film non è un film storico. Chi vuole sapere la storia guardi History Channel. Il film è un romanzo su uno dei momenti cruciali del secolo scorso, un momento che ha segnato la storia ed il destino di tutti noi.

Abbiamo da poco visto Dunkirk, Come questo, film astratto, musica la storia prendendola a pretesto per generare un ritmo magico, così Wright narra una storia universale prendendo i personaggi storici come sfondo, come nel più classico dei romanzi. E la storia universale si riassume nel viaggio in metropolitana, dove ci sono una partenza (la nomina di Churchill a primo ministro), un viaggio (i suoi dubbi, viaggio interiore nella viscere della terra) ed un arrivo (la risoluzione dei dubbi e la decisione di andare in guerra). E se non mettiamo le emozioni in questo momento, quando mai?

Chi vuole la storia guardi History Channel. Qui c’è la retorica, ancor meglio e ancora di più. Lord Halifax dirà che Churchill ha mobilitato la lingua inglese per portarla in guerra. Non sappiamo immaginare una frase più bella e più chiara.

Quando pensiamo al politico che non ha mai lavorato in vita sua, e lo disprezziamo, dovremmo pensare a Churchill, che pensava di saper cucinare un uovo solamente perché l’aveva visto fare, che non aveva mai nemmeno pensato di dover lavorare. Dovremmo pensare ai danni fatti da chi ha sempre lavorato e tantissimo e poi, quando è stato il momento, non ha saputo che combinare guai. Al politico non si addice il lavoro.

La parola distingue l’uomo dagli animali, nient’altro che la parola. E questo è un film di parole. Di più, è un romanzo, un romanzo classico. Un’opera rara.

24Gen/18

Il potere ed i soldi

“I rapporti Oxfam e simili, che utilizzano criteri alquanto discutibili, non contribuiscono né a diminuire le disuguaglianze né ad aiutare chi è in una condizione di povertà, ma servono solo a foraggiare i professionisti dell’indignazione. “ Eccetera eccetera, capitalismo etico e tutto quanto. Bla bla bla.

Alla pubblicazione del rapporto che rivela che 8 persone possiedono la stessa ricchezza del 50% della popolazione mondiale, leggo questi commenti, certo giusti, ma non sono soddisfatto. Non svaluto chi vuole spiegare che il capitalismo consente il benessere più di qualunque altro sistema. Mi sta bene, ma non mi soddisfa.

Sempre in cerca di posizioni chiare ho bisogno di qualcosa di più. Qualcosa che centri l’obiettivo. M’interrogo sulle parole e mi chiedo cosa significhi ricchezza.
Da bambino avevo l’immagine di depositi di danaro, fare il tuffo nelle monete, un uomo tirchio che risparmia ogni cent e possiede fantastiliardi di dollari. Però Orwell racconta, nel suo meraviglioso “Senza un soldo a Parigi e Londra”, di avere conosciuto l’ultimo avaro di Parigi, un barbone morto conservando enormi ricchezze nel materasso. L’ultimo, appunto: epoca finita. Negli anni ’80 leggevo di ricchi arabi con i rubinetti dello yacht di oro massiccio, cioé del dispiegamento cafone della ricchezza come spreco e insulto alla povertà. E amici mi raccontano di aerei mandati apposta a prendere le rose appena spiccate dai giardini di Ryjad per qualche moglie del sultano che occupava piani interi di qualche albergo in Europa. Tutto finito, ché gli arabi adesso investono e nutrono le nostre aziende bisognose di capitali. Ci saranno ancora i capricci di qualche favorita, ma il cuore, the beef, è diventato un oculato impiego degli immensi capitali derivanti dal petrolio.
M’interrogo allora sul significato di ricchezza. Anni fa era Bill Gates l’uomo più ricco del mondo. Devo immaginare un uomo con un conto corrente con tantissimi zeri? non ci sono più l’epoca e le condizioni per immaginare depositi di monete. Sono allora zeri nell’estratto conto? ovviamente non è così. E non sono proprietà terriere, giacimenti minerari, fonderie d’acciaio, non ci dobbiamo immaginare un uomo che a gambe divaricate dà ordini ai suoi operai nel cortile di una fabbrica. Oggi sono Zucherberg o altri che, come lui, forniscono servizi che per noi sono essenziali. La loro ricchezza deriva dall’aver capito prima degli altri cosa ci serve e fornircelo in maniera gradevole e utile. E’ una ricchezza basata essenzialmente sulla fiducia; domani dovessero scoprire un vulnus nel sistema informatico, la ricchezza di queste persone sparirebbe all’istante. Anche fossero proprietari di miniere di rame o di immense coltivazioni di grano, quindi di beni ben tangibili e solidi, la ricchezza potrebbe scomparire in fretta dietro le fluttuazione dei listini di borsa. Al di là di tutto, la ricchezza è oggi costituita da azioni, partecipazioni, quote di società che hanno un valore. Zuckerberg detiene una quota di un’azienda ed è questa quota che viene conteggiata dai rapporti. Nessuno va a vedere il suo conto corrente, che potrebbe essere anche vuoto.

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21Gen/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. Ripensamento su “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh (2017)

di Roberto Bolzan

Saremmo andati a rivedere un film che ci aveva molto presi, ma siamo stati trattenuti dal pensiero che ci sarebbe piaciuto meno. Il segno è inequivocabile, perché questo non ci succede mai con le opere solide e con i prodotti del genio, quelli veri.

Inoltre, durante la settimana, abbiamo ripensato alla pellicola vista da poco, ne abbiamo parlato a pranzo ed a cena e ci siamo perfino interrogati su dei dettagli che inizialmente avevamo trascurato.

Alla fine ci siamo chiesti se fosse lecito cambiare idea e se fosse giusto esporsi pubblicamente tipo banderuola e ci siamo risposti che si, andava fatto. Che non solo il cambiare orientamento è segno di vitalità, ma che è addirittura una delle cose belle e interessanti della vita.

E allora lo diciamo, che il film di Martin McDonagh ci ha già stancati, così come l’opera che nasce già esausta dall’intreccio meticoloso e faticoso dei dialoghi, ben scritti, certo, ma obbligati con la forza a reggere da soli una trama che non sta in piedi in alcun modo.

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14Gen/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh (2017)


di Roberto Bolzan

Film che non si discute, bello senza riserve, ma a noi piace discutere e diffidiamo del troppo bello, che spesso si confonde con il furbo o, in questi anni senz’anima, con l’eccessiva familiarità con la cineteca.

Diciamo che l’esplorazione del cinema degli anni ’90 ha trovato nei fratelli Cohen una fonte infinita di ispirazione e, in questo caso, anche una sintonia nella passione per la scrittura minuziosa ed implacabilmente precisa. Film di un cinefilo, come si capisce, che tradisce fin troppo, nella fin troppa bravura, il suo gioco. La fin troppo brava Frances McDormand non solo allude ma ci scaraventa nelle atmosfere di Fargo, dalle quali è impossibile sottrarsi.

Territori neri, quelli dei fratelli di St. Louis Park, dove si ambienta una commedia nera. La madre di una ragazza violentata ed uccisa decide di affittare tre spazi pubblicitari ed affiggere un richiamo per la polizia locale, che non ha mai concluso le indagini né trovato l’assassino della figlia.
Lo sceriffo è malato di cancro e tutta la cittadina lo sa. Si suicida virilmente lasciando delle lettere alle persone chiave di quesa storia. Il vice sceriffo, picchiatore di negri, rimane sfigurato nell’incendio dell’ufficio.  Nel contempo quello che pare essere l’assassino pare essere individuato, ma non si sa veramente. se è lui e quale sarà il suo destino. Altre cose accadono nel corso della narrazione. Continue reading

07Gen/18

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Suburbicon” di George Clooney (2017)

di Roberto Bolzan

Due storie si sommano in questo film: una famiglia compera casa in un sobborgo modello di una città americana degli anni ’50; una rapina finisce malissimo ed il colpevole è fra di noi.

Non possiamo raccontare di più, anche se perfino allo spettatore meno smaliziato apparirà evidente il colpevole. Ma non importa. Il film è ben condotto e svela gradualmente la sua anima nera. Il passaggio tra la ridente cittadina protetta, sogno di ogni libertario degno di questo nome, middle class, barbecue e prati rasati, e la storiaccia che d’improvviso ne viene a tubare i sonni è graduale e sottile. Continue reading

31Dic/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Colazione da Tiffany” di Blake Edwards (1961)

di Roberto Bolzan

Chiudiamo un anno stopposo con una commedia amarissima. Un film che tutti conosciamo, ma è sempre bene nella vita fare un ripasso. E qui siamo a livelli altissimi per cui ne vale certamente la pena.

New York, 1961. Holly Golightly  (Audrey Hepburn) è una ragazza che campa a 50 dollari per prestazione. Non si dice in cosa consista, per delicatezza, ma s’intuisce; Paul Vasrjac è un giovane scrittore che ne riceve 1000 come buonuscita dalla sua protettrice. I due s’incontrano e s’innamorano. S’innsmorano per modo di dire perché lei è una ragazzina immatura, con mille ansie e paure ed una sciocca sregolatezza, lui uno scrittore gran sognatore e si fa mantenere da una ricca signora sposata che in realtà lo paga per le sue prestazioni sessuali e che lo molla senza nessun dispiacere. Continue reading

25Dic/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Super vacanze di Natale” di Paolo Ruffini (2017)

di Roberto Bolzan

“Il mondo dei film di Natale è un mondo più bello, la parolaccia non è tesa mai a offendere e la leggerezza vince sempre su tutto. Non è un’esperienza riproducibile oggi, che il linguaggio permette meno libertà. Sono film di una scorrettezza meravigliosa, tutto era più leggero e lo era anche il pubblico. Oggi i miei colleghi hanno paura dei commenti su Facebook.”

Basterebbero queste parole di Ruffini per farci alzare le orecchie, se non fosse che siamo già geneticamente disposti al genere. Non siamo andati a vedere il film perché, confesso, ci vergogniamo e quindi aspettiamo che esca su Sky, dove nessuno ci vede. E poi li abbiamo già visti, tutti, per fortuna.

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17Dic/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Z – l’orgia del potere” di Costa-Gavras (1969)

di Roberto Bolzan

Di questi giorni ci viene continuamente alla mente questo film, visto in giovane età e mai ricordato finora.

Il film è ambientato nel 1963 in un non specificato paese dell’Europa mediterranea retto formalmente da una monarchia ma in cui in realtà i militari già influenzano pesantemente la vita politica. Sebbene nel film non vengano date indicazioni evidenti ma solo qualche indizio (per esempio un cartello pubblicitario Olympic e alcune scritte con caratteri non latini) si tratta chiaramente della Grecia. Un giovane magistrato che sta indagando sulla morte di un deputato pacifista scopre una cospirazione ordita dalla polizia. Pur essendo egli stesso figlio di un poliziotto, conduce una rigorosa inchiesta che lo porta a indiziare per l’omicidio alti ufficiali della polizia. Lo scandalo che ne segue porta alla caduta del governo conservatore in carica. Dopo alcuni anni, nel 1967, un colpo di Stato, detto “dei colonnelli”, instaura nel paese una feroce dittatura di destra che sopprime le libertà democratiche.

Girato con una certa capacitò e con ottimi attori come Jean-Louis Trintignant ed una buona colonna sonora (Mikis Theodorakis), il film risente di un’iconografia di stampo socialista, che lo rende indigesto ed invedibile, in più è didascalico in modo insopportabile, però ha un finale geniale. Al momento dei titoli di coda una voce fuori campo recita una frase diventata celebre; “….contemporaneamente i militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoi, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trotsky, scioperare, la libertà sindacale, Lurcat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l’ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l’enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostojevskij, Cechov, Gorki e tutti i russi, il ‘chi è?’, la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace, e la lettera ‘Z’ che vuol dire ‘È vivo’ in greco antico.”

Ecco, questo ci colpisce, che di nuovo oggi in Europa lo stato sia così stupidamente ottuso da vietare, come fa la Spagna, il colore giallo perché rappresenta la libertà della Catalogna. Oggi come ieri, pare non sia cambiato nulla.
Con la stessa ottusità pretende di occuparsi di economia, di lavoro, di morale e di tutto. Siamo noi che glielo lasciamo fare, ma non sarà per sempre.

26Nov/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Chinatown” di Roman Polanski (1974)

di Roberto Bolzan

Film crudelissimo e terribile, nero, vero hard-boiled girato non negli anni ’40 ma nei ’70, con la stessa implacabile netta precisione di un romanzo di Hammett.

Bei tempi quelli! impressionati dal metalinguismo oggi si fanno i film con troppe intenzioni ed una storia come questa diventerebbe il pretesto per colte citazioni, mentre gli attori farebbero esercizi di bravura fini a sé stessi. E il male, invece di riflettersi nello sguardo di Jack Nicholson, sarebbe illustrato con uso di trucchi e animazioni.

Film di trama, quindi. L’investigatore J.J. Gittes (Jack Nicholson) viene assoldato da una donna che si presenta come la signora Evelyn Mulwray per investigare sulla presunta infedeltà del marito. Il giorno dopo la vera moglie di Mulwray (Faye Dunaway) si fa viva e revoca il mandato. Quando il marito viene ritrovato annegato in un bacino idroelettrico, Gittes inizia ad indagare su strane storie di acqua che apparentemente viene utilizzata per irrigare dei terreni agricoli ma in realtà viene dispersa. Il tutto è legato ad una speculazione edilizia in corso di cui è capofila il padre di Evelyn, Noah Cross (John Huston). Gittes decide di scoperchiare questo sistema di malaffare per scoprire delle realtà inconfessabili sulla famiglia Cross. Nella fuga di Evelyn con la sorella, a Chinatown succede l’irreparabile, con la sconfitta di Gittes.

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19Nov/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “J. Edgar” di Clint Eastwood (2011)

di Roberto Bolzan

Amiamo Clint Eastwood con tutto in nostro cuore e tutte le nostre forze. Proprio per questo non riusciamo a concepire e troviamo detestabile questo film, che in due ore e mezza ha l’unico scopo di portare ad una scena casalinga di vestaglie, gelosia e bacio con goccia di sangue il mitico direttore dell’FBI ed il suo vice, elevato tramite promozione lampo in un’altra scena che non qualifichiamo (il fazzoletto che segna l’intimità tra i due e che ricorre in tutto il film, ecco, non avremmo mai voluto vederlo).

J. Edgar Hoover, dunque, creatore e direttore del  FBI, mitico personaggio sopravvissuto ad otto presidenti americani in cinquanta anni di carriera, superbamente interpretato da Leonardo di Caprio.
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12Nov/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Fargo” di Joel Coen (1996)

di Roberto Bolzan

Film bianco, di neve e di immense solitudini fredde e gelate. Siamo nel Minnesota, terra natale dei fratelli Coen, E’ inverno ed il freddo lancinante accompagna lo svolgersi di storie ciniche e terribili.

Jerry Lundegaard (William H. Macy), modesto venditore di automobili, assolda due malviventi, Carl (Steve Buscemi) e lo psicopatico e taciturno Gaear (Peter Stormare), per far rapire la propria moglie e chiedere il riscatto al ricco suocero Wade (Harve Presnell). Ma il sequestro si complica quando i due galantuomini cominciano a lasciarsi alle spalle una serie di inutili cadaveri, sui quali indaga la poliziotta Marge (Frances McDormand), incinta e sposata col pacifico Norm (John Carroll Lynch).

Cosa rende magico, per non dire perfetto, questo film? la scelta degli attori, elencati sopra, sui quali è stata tagliata e cucita una sceneggiatura che in novanta minuti non sbaglia un colpo. Uno humor macabro misurato ma infallibile, mai alla ricerca dell’effetto, irresistibile. La storia, crudelissima, di avidità, cinismo e stupidità, di follia ottusa, di crassa prepotenza, ricattati dall’ordinaria diligenza di una donna buona perché incinta. Le atmosfere ovattate della provincia americana immersa nella neve. I dialoghi brevi e precisi, noncuranti ma privi di sbavature. Le musiche, sontuose e magniloquenti.

L’accetta usata con la precisione di un bisturi ne fa un’opera di bellezza assoluta.

 

29Ott/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Polytechnique” di Denis Villeneuve (2009)

di Roberto Bolzan

Quando Michael Moore racconta il massacro del liceo Columbine di Littleton omette, certo volutamente, di raccontare quello per tanti versi simile dell’École Polytechnique di Montréal, in quel Canada dove non si vendono armi da fuoco ai grandi magazzini. Falsificata la verità per ottenere il suo obiettivo retorico, sette anni dopo pensa Denis Villeneuve a scoprire la parte nera del Québec.

Detestiamo il cinema francese e ci annoia il bianco e nero, ma qui siamo in presenza di qualcosa di mai visto. Abbiamo riserve sui film successivi di Villeneuve, ma il ragazzo ha del genio e lo si vede qui.

Il film racconta la strage avvenuta il 6 dicembre 1989 all’École polytechnique di Montréal, quando il venticinquenne Marc Lépine uccise a colpi d’arma da fuoco quattordici studentesse, per poi togliersi la vita.

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