SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman (1975)

di Roberto Bolzan

Nel 1975 esce questo film incredibile, che è da ricordare in questi giorni per la scomparsa di Miloš Forman.

In un ospedale psichiatrico tutto ordine e pulizia arriva un giorno il giovane Randle P. McMurphy, che, condannato per reati di violenza, spera, spacciandosi per matto, di sottrarsi al carcere: ai medici il compito di scoprire se sia o meno un simulatore.
La sua comparsa, intanto, porta lo scompiglio in quel chiuso ambiente di repressione mascherata, di intransigente disciplina imposta e mantenuta da una ferrea capo-infermiera, la signorina Ratched. L’allegro McMurphy volge in burla le sedute psicanalitiche di gruppo, si improvvisa radiocronista di immaginarie partite di baseball, organizza una “scappatella” in barca coi suoi compagni, impianta una squadra di basket. Più i ricoverati, però, gli stringono fiduciosi intorno, contagiati dal suo spirito di disubbidienza, più la Ratched stringe la vite del sistema repressivo.
Il finale è drammatico ed il film termina con un vero e proprio inno alla fuga ed alla libertà stupendamente musicato da Jack Nitzsche.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “La forma dell’acqua – Shape of water” di Guillermo del Toro (2017)

di Roberto Bolzan

Storia d’amore tra una muta ed un pesce ghiotto di uova sode. In sintesi.
Che dire?

A volte immaginiamo il processo che produce certe opere cinematografiche. Immaginiamo il regista con i suoi collaboratori. Immaginiamo che la storia sia in qualche modo piaciuta. Si parte da qui, immagino. E in questo caso pensiamo che sia piaciuta perché bizzarra. Non vogliamo fare una cosa normale, vero? bizzarra va bene.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The wolf of Wall Street” di Martin Scorsese (2013)

di Roberto Bolzan

 

C’è un po’ di noia in giro e allora ci divertiamo a fare un po’ di incursioni sui film del passato, paragonandoli a quelli che per noi sono capolavori.
Vedendo 15:17 – Attacco la treno, l’ultimo di Clint Eastwood, a noi veniva in mente continuamente quello che, per certi versi, è alla scala opposta della cinematografia The wolf of Wall Street, appunto. Il primo è la storia di persone ordinarie nel momento che segna la loro vita, il secondo la storia di una persona straordinaria che non ha momenti topici perché tutto è strabiliante; il primo girato con attori non professionisti, il secondo con l’attore per eccellenza, uno straordinario Leonardi di Caprio, per di più in pezzi solisti di straordinaria bravura.

Per chi non se lo ricordasse, questo è il film tratto da un’autobiografia in cui uno straordinario venditore partito dal nulla diventa miliardario a forza di piazzare azioni-spazzatura insieme a un gruppo di adepti, con i quali si dà agli eccessi più eccessivi che si possano immaginare (descritti con dovizia di particolari tossico-anatomici) finché da un’inebriante esaltazione di ogni vizio perviene alla (parziale) rovina.
Di quello si può invece leggere qui.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson (2017)


di Roberto Bolzan

Abbiamo forse involontariamente fatto uno sgarbo ad un’amica, per altro cara, che ha pensato bene di ripagarci cucendo una trappola diabolica nella quale siamo caduti come dei polli. Ce ne siamo accorti subito, dopo i primi minuti quando ci è apparsa chiara l’eternità che ci aspettava, ma ormai era troppo tardi.

La storia che abbiamo visto ieri sera, a sala piena e quindi impediti da sgattaiolare alla chetichella, è la vita di un sarto di Londra dall’ego ipertrofico, come si usa dire, comunque dal pessimo carattere che in oltre due ore si cerca di fare passare per sublime genio.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The party” di Sally Potter,

di Roberto Bolzan

Non è che siamo contrari agli esercizi di stile. Bisogna che siano per una buona causa, ecco, si.

Qui la causa è buonissima, atteso che the party è sia la festa che il Partito, quello laburista britannico, naturalmente, e ad essere presi in mezzo sono i vezzi ed i tic dell’establishment. E che, se pur di commedia si tratta, è nella versione nera, con il disfacimento di ogni convinzione (le convenzioni sono disfatte da un pezzo) e conseguente finale drammatico.

Un appartamento, sette persone e mille segreti con altrettante bugie: il tutto nell’arco di una serata. È quanto accade a casa di Janet e Bill, pronti a ricevere gli amici più stretti per un party celebrativo: la donna è stata nominata ministro-ombra della salute per i laburisti. Mentre la moglie sembra pregustare la vittoria maneggiando tra i fornelli, il marito appare preoccupato e distratto. È sufficiente una sua confessione a scatenare fra gli ospiti un dirompente effetto domino.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The Post” di Steven Spielberg (2017)

di Roberto Bolzan

Film patinato. L’establishment in prima pagina ed i valori americani che sono il primo emendamento, la stampa libera e Meryl Streep.

Film di retorica bolsa e svogliata, antica, di linotype, rotative e carte appallottolate nel cestino. Film girato con urgenza, per non perdere il momento, ma senza il tempo di farne una storia, con la testa altrove. Noblesse oblige, a volte tocca fare qualcosa per mantenere la posizione nella buona società; chiaro che a questo livello ci si può permettere di dare il minimo sindacale.

Non mancano i suggerimenti, nel filone “è la stampa bellezza, e tu non ci puoi fare nulla”: le suole consumate in primo piano, le pagine umidicce d’inchiostro, i pacchi caricati sui camion in piena notte, la verità spiegazzata dal giornalaio di prima mattina, il presidente assediato nella sua casa bianca. Quinto potere, Prima pagina, L’asso nella manica, The conspirator, L’ultima minaccia, per finire con Tutti gli uomini del presidente, esplicitamente richiamato nelle ultime sequenze con le quali si evoca il Watergate. E’ bastato prenderli, assemblarli, unire quanto basta di dialoghi che spieghino passo per passo quel che accade ed ecco fatto e scodellato quel che serve al pubblico bisognoso di didascalie.
Ah, ovvio, luci, scenografia, fotografia e attori istituzionali, al massimo livello. Ci mancherebbe.
E comunque il filone nostalgia funziona sempre.

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