La verità e il “rispetto per le opinioni degli altri”

di Maria Missiroli

Passo per verbalmente intransigente.  A volte anche verbalmente aggressiva. Certo, non in tutte le situazioni: dipende da quale è l’argomento e chi è l’interlocutore. Se sto discutendo di qualche tema serio, a voce o per iscritto, immancabilmente ad un certo punto arriva la replica: “Vuoi aver ragione a tutti i costi”, “Non riesci a tollerare che si possa pensare diversamente da te”, (altro…)

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Ore 15:17 – Attacco al treno” di Clint Eastwood (2018)

di Roberto Bolzan

Eravamo pronti, dopo Sully, ad affondare i denti nel collo, pronti ad uccidere. Perché non crediamo nei capolavori in serie.

Ci eravamo anche preparati ed avevamo preso appunti: la scena del gelato troppo lunga, la terrazza del Gritti, Dio mio il Gritti, che banale. E poi dormono in tre nella stessa stanza, signora mia. E poi a Roma, americani a Roma! la fiera del cattivo gusto.

Insomma, volevamo demolire. Ci piaceva attaccare a picconate il mostro sacro che già avevamo colto in fallo con J. Edgar.

Mal ce ne incolse. Sarebbe bastato leggere Wikipedia (Tre turisti americani affrontano un attacco terroristico a bordo di un treno diretto a Parigi. Imbarazzante) per capire a cosa saremmo andati incontro. Ma l’abbiamo letto dopo e allora Il vecchio Clint ci ha preso di sorpresa. Ci ha annichiliti.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il lungo addio” di Robert Altman (1973)

di Roberto Bolzan

Ho promesso qualche settimana fa, quando ho recensito Chinatown, di parlare de Il lungo addio di Altman, girato appena un anno prima, ed ogni promessa è debito. E questo è di quei tipi di debito (non sono tanti) che fa piacere pagare.
Abbiamo quindi rivisto il film dopo tantissimi anni e, esattamente come allora, ci siamo persi immediatamente nella trama e di siamo abbandonati alla camera ed al suo caotico andamento.

Ci sono opere che fanno da spartiacque, dopo le quali nulla è più come prima. Questa è una di quelle opere.

E’ inutile leggere il libro di Chandler per seguire la trama del film. Altman ha infatti talmente trasformato la trama da rendere irriconoscibile non solo il racconto ma perfino i personaggi. Pipe si trasformano in sigarette, omicidi diventano suicidi, storie d’amore s perdono in onde oceaniche, gangster emergono dalla battigia, gatti e vicine di casa diventano protagonisti nel film senza esserlo nemmeno di striscio nel romanzo. E Marlowe da antieroe bastardo, ma a suo modo leale e buonista seppur succube degli eventi, riesce a riscattarsi in maniera sorprendente chiudendo, nella scena finale, ogni possibilità di ritorno al noir ed insieme al cinema classici. Solo Chinatown gli sopravviverà, grazie alla perfezione formale ed alla terribile crudeltà della storia. Poi basta, il lungo addio è proprio al cinema classico, quello delle origini.

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Il potere ed i soldi

“I rapporti Oxfam e simili, che utilizzano criteri alquanto discutibili, non contribuiscono né a diminuire le disuguaglianze né ad aiutare chi è in una condizione di povertà, ma servono solo a foraggiare i professionisti dell’indignazione. “ Eccetera eccetera, capitalismo etico e tutto quanto. Bla bla bla.

Alla pubblicazione del rapporto che rivela che 8 persone possiedono la stessa ricchezza del 50% della popolazione mondiale, leggo questi commenti, certo giusti, ma non sono soddisfatto. Non svaluto chi vuole spiegare che il capitalismo consente il benessere più di qualunque altro sistema. Mi sta bene, ma non mi soddisfa.

Sempre in cerca di posizioni chiare ho bisogno di qualcosa di più. Qualcosa che centri l’obiettivo. M’interrogo sulle parole e mi chiedo cosa significhi ricchezza.
Da bambino avevo l’immagine di depositi di danaro, fare il tuffo nelle monete, un uomo tirchio che risparmia ogni cent e possiede fantastiliardi di dollari. Però Orwell racconta, nel suo meraviglioso “Senza un soldo a Parigi e Londra”, di avere conosciuto l’ultimo avaro di Parigi, un barbone morto conservando enormi ricchezze nel materasso. L’ultimo, appunto: epoca finita. Negli anni ’80 leggevo di ricchi arabi con i rubinetti dello yacht di oro massiccio, cioé del dispiegamento cafone della ricchezza come spreco e insulto alla povertà. E amici mi raccontano di aerei mandati apposta a prendere le rose appena spiccate dai giardini di Ryjad per qualche moglie del sultano che occupava piani interi di qualche albergo in Europa. Tutto finito, ché gli arabi adesso investono e nutrono le nostre aziende bisognose di capitali. Ci saranno ancora i capricci di qualche favorita, ma il cuore, the beef, è diventato un oculato impiego degli immensi capitali derivanti dal petrolio.
M’interrogo allora sul significato di ricchezza. Anni fa era Bill Gates l’uomo più ricco del mondo. Devo immaginare un uomo con un conto corrente con tantissimi zeri? non ci sono più l’epoca e le condizioni per immaginare depositi di monete. Sono allora zeri nell’estratto conto? ovviamente non è così. E non sono proprietà terriere, giacimenti minerari, fonderie d’acciaio, non ci dobbiamo immaginare un uomo che a gambe divaricate dà ordini ai suoi operai nel cortile di una fabbrica. Oggi sono Zucherberg o altri che, come lui, forniscono servizi che per noi sono essenziali. La loro ricchezza deriva dall’aver capito prima degli altri cosa ci serve e fornircelo in maniera gradevole e utile. E’ una ricchezza basata essenzialmente sulla fiducia; domani dovessero scoprire un vulnus nel sistema informatico, la ricchezza di queste persone sparirebbe all’istante. Anche fossero proprietari di miniere di rame o di immense coltivazioni di grano, quindi di beni ben tangibili e solidi, la ricchezza potrebbe scomparire in fretta dietro le fluttuazione dei listini di borsa. Al di là di tutto, la ricchezza è oggi costituita da azioni, partecipazioni, quote di società che hanno un valore. Zuckerberg detiene una quota di un’azienda ed è questa quota che viene conteggiata dai rapporti. Nessuno va a vedere il suo conto corrente, che potrebbe essere anche vuoto.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. Ripensamento su “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh (2017)

di Roberto Bolzan

Saremmo andati a rivedere un film che ci aveva molto presi, ma siamo stati trattenuti dal pensiero che ci sarebbe piaciuto meno. Il segno è inequivocabile, perché questo non ci succede mai con le opere solide e con i prodotti del genio, quelli veri.

Inoltre, durante la settimana, abbiamo ripensato alla pellicola vista da poco, ne abbiamo parlato a pranzo ed a cena e ci siamo perfino interrogati su dei dettagli che inizialmente avevamo trascurato.

Alla fine ci siamo chiesti se fosse lecito cambiare idea e se fosse giusto esporsi pubblicamente tipo banderuola e ci siamo risposti che si, andava fatto. Che non solo il cambiare orientamento è segno di vitalità, ma che è addirittura una delle cose belle e interessanti della vita.

E allora lo diciamo, che il film di Martin McDonagh ci ha già stancati, così come l’opera che nasce già esausta dall’intreccio meticoloso e faticoso dei dialoghi, ben scritti, certo, ma obbligati con la forza a reggere da soli una trama che non sta in piedi in alcun modo.

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