Category Archives: Essere liberali

10Dic/17

Gerusalemme e gli ipocriti dell’ONU

 

di Giulio Meotti

Un po’ di storia utile su Gerusalemme: “Gerusalemme, la città era divisa dal filo spinato. Si chiamava “kav ironi”, la linea arbitraria di divisione della città. I cecchini giordani erano piazzati sui tetti, mentre i campi minati erano ovunque nella “no man’s land”, in ebraico “shetah hahefker”, lunga sette chilometri. L’unico passaggio fra le due parti della città, quella israeliana e quella giordana, era attraverso la celebre Porta di Mandelbaum, dal nome dei coniugi Esther e Simcha Mandelbaum, proprietari della casa dove passava il confine.

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Cartelle esattoriali Equitalia

La legge è sacra, ma non per Equitalia.

Avete visto cosa sta preparando il governo per riaprire a proprio favore i termini della rottamazione delle cartelle esattoriali? Un’azione veramente indegna e mostruosa, già messa in atto in passato e qualche volta stroncata (in ritardo) dalla Corte Costituzionale. Ma altre volte l’inganno è passato e comunque anche quando è stato fermato era già tardi, perché quanto interviene la Corte, di solito dopo un paio di anni, lo scopo prefissato ormai è irreparabilmente raggiunto. D’altra parte è noto che la Consulta funziona a corrente alternata. Continue reading

12Feb/17

LA LIBERTA’ ALL’UNIVERSITA’ E’ LA GOLIARDIA, NON IL ’68

Goliardi Bolognesi all’inaugurazione dell’anno accademico

di Andrea Babini

Gli eventi di questo inizio  Febbraio presso l’Università di Bologna; gli scontri  dei collettivi studenteschi, degli autonomi, degli antagonisti e, vogliamo dirlo, di tutta la feccia di piccoli spacciatori e delinquentelli seriali che quel mondo senza capo ne coda si porta dietro con le autorità universitarie prima e le forze dell’ordine poi, ci ripropongono uno schema e un’immagine anacronistica, grottesca e ridicola, per quanto tragica, della vita dell’università bolognese.

Purtroppo questo è il frutto di scelte precise fatte negli anni dalle amministrazioni di sinistra della città, che hanno coltivato, coccolato, favorito queste organizzazioni demenziali, ideologiche e ridicole. Il ciarpame ideologico e fuori dal tempo con cui questi, attempati, studenti si riempiono la bocca all’alba del terzo millennio è francamente penoso, penoso lo stile, penosa la retorica e penosi gli slogan. Eppure le amministrazioni citttadine, vuoi per contiguità ideologica, vuoi per semplice mancanza di coraggio non hanno mai mancato di foraggiare, elargire sedi e pagare le spese a codesti cialtroni.

Ne risulta una immagine odiosa dell’Alma Mater Studiorum, la nostra università cittadina, la più antica del mondo. Questa istituzione fu madre nobile della riscoperta del Diritto in Europa, e dell’idea di legge e di legttimazione dal basso del potere. Protagonista di quella grandiosa epoca di rinascita civile, sociale ed economica che fu l’epopea comunale italiana.

Bologna non è sempre stata quella che vedete oggi nei telegiornali e la sua università è stata capofila in Italia di un modo assai diverso di intendere la LIBERTA’ e la RIBELLIONE all’autorità. Un modo intelligente, ironico a tratti liberatorio; la Goliardia.

Ecco perchè, in onore della nostra università e della nostra città, per conservare a entrambe la dignità che meritano a dispetto delle imprese di questi teppisti da quattro soldi abbiamo deciso di pubblicare il 66simo paragrafo del nostro ultimo libro, in cui si raccontano le gesta di quei meravigliosi cultori della libertà individuale che furono i goliardi bolognesi:

 

LO SPIRITO DELL’ALMA MATER NEI TEMPI MODERNI. LA GO­LIARDIA.

Cosa rimane oggi di quella Bologna? Ovviamente poco a parte le splen­dide vestigia della città medievale, come il portico di legno di Corte Isolani in Strada Maggiore, le torri sopravvissute, il complesso delle sette chiese di Santo Stefano e alcuni eleganti palazzi medievali miracolosamente ancora in piedi.

La struttura porticata della città, i complessi monumentali di San Fran­cesco e di San Domenico, le tombe dei glossatori, i vicoli del ghetto ebrai­co, alcune porte della cerchia muraria sopravvissute all’abbattimento per far spazio ai viali di circonvallazione, la meravigliosa scenografia di Piazza Maggiore con la splendida mole della Chiesa di San Petronio, e la maesto­sa presenza del Palazzo Comunale e del Palazzo del Podestà ricordano una grandezza e un’epoca che non esistono più da secoli.

Dopo l’assimilazione da parte dello Stato Pontificio, Bologna divenne una città, ricca, certamente importante, ma non più protagonista. La storia prese altre strade; se è vero che fu teatro di fatti importanti come l’incoronazione di Carlo V, non si può ignorare che si trattò appunto di puro scenario degli even­ti, non certo di una realtà che contribuiva a determinare l’andamento dei fatti.

Non mancarono bolognesi illustri in molti campi dalle scienze all’arte, dalla politica alle lettere, ma si trattò di esempi di genio individuale, non espressioni di una qualche peculiarità o tendenza cittadina generalizzata.

L’istituzione bolognese, che ha resistito più a lungo conservando fino a pochi decenni or sono un incontestabile prestigio è stata certamente l’uni­versità, quella Alma Mater Studiorum orgoglio della città. Oggi però pur es­sendo un’università di tutto rispetto, non occupa (come quasi tutti gli atenei italiani) posti di prestigio nelle classifiche delle università del mondo.

Forse il principale retaggio di quella vivace e splendida Bologna, che ab­biamo cercato di raccontare in questo volume, è legato alla presenza in città di numerosissimi studenti “fuori sede”, i quali costituirono le nationes stu­dentesche prima e le balle della goliardia in seguito (ma non vi è alcuna cor­relazione storica tra le due forme associative). Questo aspetto in effetti non è andato perduto; Bologna ha conservato lo spirito tollerante (e interessato) dei suoi cittadini verso le intemperanze degli studenti incapaci a volte di controllare al meglio la loro esuberanza e le tempeste ormonali.

Va chiarito che la goliardia medievale come tradizione storica ha però assai poco a che vedere con la goliardia moderna. I goliardi nel XII e XIII secolo erano detti anche clerici vagantes. Si trattava di preti o frati che, per falsa vocazione, abbandonavano il loro stato religioso per perdersi nel mon­do, spinti da ambizioni mondane, per sete di libertà e di conoscenza, ma specialmente indotti da urgenti necessità materiali.

Il loro modello ideale e per alcuni primo goliarda della storia, fu Pietro Abelardo di Nantes autore di poemetti amorosi e opere di filosofia, mangia­tore, bevitore impenitente e maestro di logica alla scuola di Parigi. Abelardo divenne protagonista di numerose canzoni medievali e la sua fama è arriva­ta ai nostri giorni perché, ormai quarantenne, si invaghì di una sua bella e giovane allieva, Eloisa, che sposò segretamente dopo averne avuto un figlio. Il canonico Fulbert, zio della ragazza, all’oscuro delle nozze e furioso per lo sfregio, lo fece evirare; i due amanti si ritirarono allora in convento, mante­nendo un fitto carteggio epistolare fino alla morte. Abelardo ed Eloisa sono sepolti insieme a Parigi.

Simbolo del Clerico vagante medievale, Abelardo univa alla curiositas intellettuale, la passione per la vita mondana, attirando su di sé l’ira degli ecclesiastici più tradizionalisti.

I clerici vaganti erano il prodotto del risveglio intellettuale, operatosi in seno al mondo ecclesiastico, che si manifestava con l’istituzione di fiorenti scuole di grammatica, l’insegnamento della dialettica e la diffusione della cultura, che penetrava in profondità nelle coscienze, specie nelle nuove re­altà cittadine dove sorgevano anche le università. La fitta rete di conventi, di chiese, di curie e di scuole monastiche creava numerose schiere di “scolari” e di “chierici”, ma molti di essi erano troppo smaliziati e scevri di vocazione per rassegnarsi a una vita umile e grama. Clericus era un’espressione che, più che una persona dedita alla religione, indicava un “dotto” e, per essere tali, costoro erano tenuti a vagare di città in città, da uno studium all’altro, alla ricerca dei migliori maestri e delle diverse discipline.

Insoddisfatti, senza lavoro né mezzi sicuri, erano malvisti dalla Chiesa che vedeva in loro degli spergiuri e dei dissoluti. Vivevano al di fuori della regolare compagine sociale, né preti, né laici, spesso nei pressi di qualche maestro e università di cui non potevano permettersi i servizi, incapaci come erano di uniformarsi a una condotta pratica. Ribelli all’ordine esistente, che li gettava ai margini della vita, essi non rispettavano le autorità ecclesiastiche e imperiali ed erano spietatamente anticlericali. Avventurieri per scelta, si facevano vanto della loro stessa sorte precaria, di darsi ad attività improba­bili, come il giullare, sostenuti dalle loro capacità di eloquenza e di inventiva. La poesia “goliardica”, vero e proprio importante fenomeno letterario me­dievale, ci riporta queste condizioni e questa sensibilità con motivi anarchici e anticlericali dal tono irriverente; in essa si riprendono i temi della giovi­nezza, della vita libera, dell’amore, del vino e del gioco. Canti dal sapore libertino e sensuale in rotta con la società costituita e con le norme della morale comune.

In epoca moderna gli studenti universitari ripristinarono il termine “go­liarda” per definire le loro attività giocose e sfrontate, richiamando anche a nuova vita qualche canto come i Carmina Burana, ma con gli antichi ed autentici goliardi poco avevano a che fare, sia come filosofia di vita che come spessore letterario.

Durante il settecento e l’ottocento gli studenti delle università italiane presero a riunirsi in “accademie”: gruppi, a cui si potevano aggregare anche i professori, che avevano come punto di riferimento caffè o salotti privati. Spesso i membri di un’accademia si riconoscevano per alcuni segni distintivi nell’abbigliamento. Alcuni di questi caffè e molti di quegli studenti furono protagonisti dei moti risorgimentali.

È sul finire del XIX secolo che, per primi in Italia, gli studenti bolognesi fecero proprio il termine “goliardia”, quando il movimento venne fondato sotto l’impulso di Giosuè Carducci, allora professore presso la locale facoltà di lettere. Nel giugno 1888 si svolsero i festeggiamenti per l’ottavo centena­rio dell’università di Bologna. Essi erano stati fortemente voluti dal Carducci sull’esempio della Germania, unificata anch’essa da pochi anni, che aveva sapientemente utilizzato i festeggiamenti di Heidelberg come vetrina per presentarsi al mondo in quanto nazione. I festeggiamenti, denominati Sae­cularia Octava, richiamarono a Bologna delegazioni di studenti e di profes­sori da tutta Europa. I goliardi tedeschi, nelle loro uniformi delle confrater­nite, spiccavano in mezzo a tutti gli altri. Essi erano effettivamente gli eredi di quei clerici vagantes tanto osteggiati dalla Chiesa durante il XII secolo e tutti gli intervenuti furono profondamente impressionati da ciò che videro. Gli studenti francesi, per esempio, decisero proprio in quell’occasione di creare anche in Francia una tradizione goliardica, fino ad allora inesistente: nacque così la faluche, e nacquero i faluchards. Gli studenti intervennero a Bologna nelle loro varie delegazioni distinte per Università e ogni delegazio­ne portò un dono. I goliardi di Torino portarono in regalo un’enorme botte di vino barbera, che sfilò per il centro della città in pompa magna posta su un grande carro trainato da quattro buoi inghirlandati. I goliardi di Padova, per evocare il loro Palazzo del Bo, sede dell’università di Padova, portarono in città un bue!! I goliardi di Pavia esibirono una forma di formaggio pesante più di settanta chili decorata con versi scherzosi in latino maccheronico. La botte di Barbera, il bue e il formaggio furono consegnati ai bolognesi con una fastosa cerimonia, e “sacrificati” per allestire un gigantesco banchetto.

Dopo la guerra e con l’avvento del fascismo, la goliardia, troppo libera e scanzonata per l’ideologia mussoliniana, fu duramente osteggiata dal regi­me. Del resto essa non si fece benvolere dai gerarchi. Riporta il giornalista Franco Cristofori che Achille Starace, dopo aver tenuto un discorso tutto  “patria e sacri confini” ai goliardi bolognesi, vedendo numerose ragazze tra i presenti, affermò (forse in tono di scherno verso gli studenti borghesi) che “tra studenti e studentesse vi è una piccola differenza”. Non fu una buona idea: fingendo di portarlo in trionfo (come era usanza) i più robusti studenti se lo issarono sulle spalle, bloccandogli le braccia, mentre gli altri gli schiac­ciarono a turno i testicoli. Starace schiumava rabbia e ruggiva come una belva, ma per tutta risposta gli studenti gli gridavano “eccellenza ch’al staga ban chèlum, tra omen e don ai è una diffaranza da pòc” (Eccellenza si calmi tra uomini e donne vi è una differenza da poco). Questo aiuta a capire per­ché un libro, che parla di atenei e libertà non possa che dedicare un capitolo alla goliardia.

Dopo il periodo oscuro del ventennio fascista, la goliardia bolognese ri­fiorì in grande stile e raggiunse la sua più grande diffusione nell’immediato dopoguerra. Divenne sempre più in voga l’usanza dei papiri: veri e propri lasciapassare, che le matricole dovevano esibire per dimostrare di aver già “pagato dazio” agli studenti più anziani, sotto forma di obolo, ma più fre­quentemente di una bevuta offerta. Il papiro era spesso un vero e proprio piccolo capolavoro con bellissimi disegni sconci e frasi o versi, che ricorda­vano le imprese della “balla” di appartenenza.

Questa parte del racconto assume per me un significato personale: non sono mai stato goliarda, ma non potete immaginare il mio stupore quan­do bambino, a casa dei miei nonni, scoprii in un cassetto dimenticato il vecchio papiro di mio padre. Egli ha vissuto in prima persona l’esperienza studentesca in quella Alma Mater degli anni Cinquanta. Alcuni suoi amici, in particolare il compianto dottor Sergio Sacchetti, furono protagonisti en­tusiasti dell’attività goliardica di quegli anni. Il dottor Sacchetti ha lasciato all’università di Bologna uno splendido archivio fotografico storico di foto della goliardia del dopoguerra, archivio che si trova in rete e vi consiglio di sfogliare se volete farvi due risate.

Gli studenti cominciarono a riunirsi in gruppi dai nomi strambi e sulla base del luogo di provenienza o della facoltà di appartenenza. Questi gruppi organizzavano le iniziative e si occupavano di cooptare ed accogliere sotto la propria protezione le spaesate matricole. Così, ogni città universitaria dette vita ad un proprio ordine sovrano, chiamato a regolamentare le vessazioni ai danni delle matricole, nonché l’attività goliardica dei vari gruppi cittadini, denominati a seconda del luogo e delle circostanze ordini minori, ordini vassalli, accademie, vole e, a Bologna, Balle.

Al matrimonio di Sergio Sacchetti gli invitati vestiti da “angeli”

Una volta all’anno il capo-città indiceva la festa delle matricole del pro­ prio ateneo e invitava a parteciparvi le delegazioni di rappresentanza delle altre università.

A questo proposito, pare che la prima festa delle matricole risalga al XII secolo, in occasione del rientro in Bologna del rettore dell’università, a quel tempo importante guida della compagine studentesca. Narra la leggenda che “era stato precedentemente espulso dalla città per aver reiteratamen­te posseduto le mogli di alcuni notabili, strumentalizzandole come fonte di informazioni per poi smascherare e divulgare i maneggi più o meno legali dei consorti”. Insieme a lui fuoriuscirono, però, gli studenti in gran numero, mettendo così in crisi l’economia e la reputazione stessa della città. A quel punto il Comune fu costretto a richiamare in Bologna il rettore e i suoi com­pagni, i quali, come contropartita, chiesero ed ottennero l’extraterritorialità degli istituti universitari e degli altri luoghi da loro solitamente frequentati. Chiesero inoltre, che per alcuni giorni all’anno gli studenti potessero libe­ramente satireggiare e beffeggiare autorità e istituzioni di fronte a tutta la cittadinanza, la qual cosa spiega perché il giorno d’inizio della festa delle matricole il sindaco consegni simbolicamente la chiave della città ai goliardi. In quei giorni infatti i goliardi possono fare ciò che vogliono: scherzi, giochi, esibire stendardi e divertirsi come pare loro. A queste feste, con il ripetersi degli incontri tra gruppi di goliardi provenienti un po’ da tutta Italia, andò definendosi il gioco goliardico, un gioco basato sulla dialettica e, paralle­lamente, iniziò a prendere forma un canzoniere goliardico, che oggi conta centinaia di composizioni. Tutti gli atenei aderirono a questo nuovo modo di fare goliardia.

I goliardi si ritrovavano vicino ad un “fittone” (un paracarro per impedire il passaggio di auto e carrozze) in Via delle Spaderie, oggi scomparsa. Si trat­tava ovviamente di un richiamo fallico scherzoso e quel luogo divenne così simbolo del mondo universitario libero e irriverente; al punto che un prete in polemica con le autorità cittadine compose i seguenti versi:

Del nostro municipio questo è il cazzo,

e chi veder vuole i còglion, vada a Palazzo

I goliardi del dopoguerra furono un fattore importante per rianimare lo spirito cittadino, pubblicando esilaranti periodici ciclostilati, organizzando spettacolari feste delle matricole e imbastendo scherzi colossali tanto più ingegnosi, quanto più limitati erano i mezzi. Le rare volte che sono riuscito a strappare alcuni racconti a mio padre sono emerse iniziative al limite del 257  codice penale, perseguite con totale sprezzo dell’autorità e tollerate in modo incredibilmente indulgente, direi divertito, dai cittadini.

Un goliarda si appostò con bicicletta da corsa e tenuta iridata da campio­ne del mondo a pochi chilometri dall’arrivo del giro dell’Emilia, aspettando il gruppo per poi “tirare la volata” dei Bartali e Coppi di turno (non è dato di sapere se tagliò per primo il traguardo). Furono organizzate spettacolari spedizioni in Romagna con centinaia di studenti, sempre in bicicletta, per intimare alla Repubblica di San Marino di arrendersi, con tanto di consegna di un ultimatum scritto alle autorità, chiamate in tutta fretta alla frontie­ra dalle preoccupatissime forze dell’ordine del Titano; tanto fu efficace lo scherzo che la cosa tolse il sonno, pare, al ministro dell’interno Scelba. Ho trovato tracce di una balla marchigiana che, travestendo i propri adepti da carabinieri e commissari di gara, avrebbe deviato il gruppo del giro d’Italia verso la campagna.

Ma il campione dei campioni fu Antonio Belletti che, nell’estate del 1948 vinse venti cene scommettendo che avrebbe orinato pubblicamente tra i ta­volini del Bar Venezian in pieno centro, senza essere né insultato né picchia­to. L’impresa fu giudicata impossibile e la scommessa accettata dagli amici. Essi non si erano accorti di ciò che invece non era sfuggito al furbo Tonino: il vespasiano in ferro situato sul marciapiede del Palazzo Comunale era sta­to spostato da pochi giorni di una ventina di metri proprio su richiesta del proprietario del bar. Costui, anzi, ne aveva subito approfittato per allargarsi occupando con alcuni tavolini lo spazio appena liberato. La sera convenuta e con tutti gli scommettitori appostati nei paraggi, Tonino se ne arrivò al bar facendo il cieco, e avanzò con calma fra i tavolini, tastando il terreno con la canna. Quando arrivò nel punto esatto, dove fino a qualche giorno prima sorgeva il vespasiano, si fermò, si sbottonò la patta e con perfetta indifferen­za cominciò a orinare, fra l’imbarazzo dei clienti del caffè. L’apoteosi della genialità goliardica si espresse quando un cameriere, prontamente accorso, gli mise una mano sulla spalla per condurlo via: Tonino, senza neppure vol­tarsi, rispose forte “Occupato!”. Il cameriere allora gli spiegò all’orecchio che il vespasiano era stato spostato e lo guidò verso la nuova sede, ma fu una sce­na straziante, perché la minzione era ormai iniziata e proseguiva inarresta­bile. Il “povero cieco” si allontanò esprimendo a gesti la propria umiliazione e la gente rimase davvero commossa, compresi i non pochi che, durante lo spostamento, furono “casualmente” irrorati.

Tonino Belletti fa la “statua” ai Giardini Margherita.

L’indomani lo scherzo fu di pubblico dominio ovviamente e la città non poté che riderne a crepapelle. Questa era Bologna prima che l’ideologia, il 258

fanatismo e l’omologazione al pensiero unico la spegnessero del tutto. Qual­cosa di quella Bologna, forse, la trovate nei malinconici o esilaranti film di Pupi Avati.

Purtroppo la vita goliardica non poté sopravvivere al Sessantotto, lo sti­le goliardico non era abbastanza “impegnato” e veniva considerato troppo frivolo dai “descamisados” ideologizzati di quell’epoca di scontri inutili e dannosi, fatti in nome di un’utopia tanto falsa quanto assassina.

La vera libertà tuttavia non era certo nelle violenze verbali e fisiche dei giovani fradici di follia ideologica, piuttosto si trovava nello spirito critico, anarchico, individualista e consapevole dei goliardi, il cui giuramento reci­tava:

Goliardia è cultura ed intelligenza. È amore per la libertà e coscienza delle proprie responsabilità sociali davanti alla scuola d’oggi e alla professione di domani. È culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce di un’assoluta libertà di critica: senza alcun pregiudizio di fronte ad uomini ed istituti. È infine culto delle antichissime tradizioni che portaro­no nel mondo il nome delle nostre università di Scolari”.

Un liberale sarà sempre molto più goliarda che sessantottino.

06Feb/17

IL POLITICAMENTE CORRETTO, LA GABBIA DELLE OPINIONI

di Andrea Babini

Con l’elezione alle presidenziali americane di Donald Trump e l’avanzata di varie forme di populismo in reazione al pensiero progressista dominante, si è reso evidente un problema, che nei decenni passati le intellighenzie occidentali non hanno voluto affrontare con un dibattito aperto; la reazione di rigetto di ampie fasce della popolazione verso l’omologazione del politicamente corretto. Continue reading

LA SHOAH NON FU SOLO STERMINIO

Nei giorni scorsi si è celebrata la “giornata della memoria”. E’ stato un diluvio di commenti sui social e sugli altri media. Per lo più le persone hanno “testimoniato” e tanti altri hanno manifestato un certo disappunto nei confronti della ricorrenza.

Perché disappunto? Per due ordini di motivi: Il fastidio epidermico verso le “giornate tematiche” e il mantra ricorrente secondo il quale “ricordare” la Shoah sarebbe una sorta di torto agli altri crimini ed eccidi della storia umana. Continue reading

04Ott/16

Io, il Mario Draghi dei 30 e lode

Dopo venti anni che insegni lo sai quando gli studenti copiano durante uno scritto, i sintomi sono inequivocabili. C’è quello apparentemente sotto barbiturici, Nick Mano Fredda, che con occhio strafatto ti fissa per capire come ti muovi,  quali sono le tue logiche di sorveglianza, quando il faro della torretta di guardia sarà girato in un’altra posizione. Poi c’è lo yogi, quello che assume strane posizioni. Eta Beta, che sotto il banco pare che abbia un intero negozio di cancelleria. Ci sono gli staffettisti, che uno alla volta vengono a farti domande irrilevanti cosicché i loro compagni possano copiare mentre sei distratto. I prostatici e quelli con l’incontinenza urinaria sono i più banali.

Tutti questi comportamenti sono indizi certi di traffici loschi, ma non possono indurti ad espellere uno studente: non hai prove certe. Loro capiscono che tu non sai cosa fare ed il numero di studenti appartenenti alle categorie citate sopra aumenta esponenzialmente. Questo genera in te un senso di impotenza e quindi di rabbia.

Osservando i consueti comportamenti, un giorno ho pensato che in fondo era una delle ultime occasioni in cui quei ragazzi sarebbero stati solidali fra loro. Una volta usciti dal circuito scolastico le logiche tipiche degli ambienti lavorativi avrebbero preso il sopravvento, portandoli inevitabilmente a competere. Quasi provavo umana simpatia (i panni dell’amico sono sempre più comodi di quelli del carnefice).

Era però il periodo in cui si cominciava a discutere di Quantitative Easing. Questo clima mi ha portato a pensare che la mia carica mi rende il Mario Draghi dei 30 e lode. In fondo, che differenza fa per me “stampare” un 30 e lode di più o uno di meno? Perché non essere generosi? Ed allora il comportamento dei ragazzi non è così diverso da quello degli adulti: SOVRANITA’ MONETARIA!!! Il fatto che ciò generi inflazione (nel mio caso, tutti studenti “eccellenti”, quindi con un titolo che non certifica alcunché) non si vede subito, ci penseremo fra qualche anno, dopo la laurea.

L’unico modo per cambiare i comportamenti è quello di introdurre la nozione di scarsità delle risorse. Perciò, prima dell’ultimo scritto mi sono presentato in classe e ho spiegato che se, ad esempio, 10 studenti avessero fatto un compito sufficiente, si sarebbero spartiti un totale di 10×25=250 punti. Sei da 30 e vuoi lasciare che i tuoi amici sbircino la soluzione? Affari tuoi, ma sappi che ci stai rimettendo. Ancor di più se la soluzione finisce in mano a chi si è organizzato con un gruppo Whatsapp: da 30 finirai a 25, fatti tuoi (io alla fine comunque faccio pure l’orale, sono un vero rompiscatole). Termino il ferale annuncio ed un po’ del gesso che svolazzava nell’aria mi finisce in gola e quasi soffoco. Non sono scaramantico, ma se fra pochi anni morirò di una brutta malattia sappiate che quel po’ di gesso è stato l’inizio.

Risultato? Solo un 70% degli studenti si presenta allo scritto: un buon inizio. Durante il compito non vedo Eta Beta, non vedo staffettisti, non vedo Nick Mano Fredda, nessuno ha problemi di prostata, Qualche yogi c’è comunque, vabbè. I risultati mostrano una biodiversità degli errori che indica generalmente elaborazioni autonome, In altre parole, forse si è copiato, ma non in modo massiccio come gli anni passati.

Quali conclusioni trarre senza scadere nella retorica? La più evidente, a mio giudizio, è che la solidarietà, apparentemente un tratto tipico dell’italiano, si fa più rarefatta quando i costi ad essa associati vengono esplicitati. La scuola, attraverso la rinuncia di molti docenti a quantificare le diverse performance degli studenti, probabilmente contribuisce a creare una cultura che favorisce il ricorso a sotterfugi a svantaggio di preparazione e responsabilità individuali. Per contro, l’introduzione del concetto di scarsità, tipico della gestione economica delle risorse finite, dovrebbe portare i ragazzi ad una maggiore consapevolezza delle proprie capacità, favorendo scelte in merito al proprio futuro più informate.

10Set/16

Lo Zen della Libertà

Zen guys by water

Vi proponiamo la traduzione di un articolo apparso in un blog (l’originale lo trovate qua https://libertarianzen.blogspot.it/2013/01/the-zen-of-liberty.html?showComment=1463903084284#c7707409773694884479).

L’articolo mette in evidenza alcune affinità fra lo Zen ed il libertarismo, affinità che speriamo poter indagare più a fondo con la collaborazione dell’Abate e dei monaci del monastero Zen Fudenji (vicino a Fidenza). In particolare, la relazione fra la cultura Zen che stimola la libertà interiore, vista come la capacità di “guardare dentro l’abisso”, ed il livello di protezione che gli individui richiedono allo stato sembra essere un tema estremamente interessante.

Buona lettura.

 

 Lo Zen della Libertà (di Ted)

Il libertarismo è una filosofia politica che afferma che gli individui liberi, lasciati a sè stessi, creeranno il maggior benessere per l’intera società semplicemente perseguendo i propri interessi individuali, sempre che non violino i principi di non aggressione verso gli altri individui e che rispettino il diritto di proprietà.  I libertari credono che i mercati nascano spontaneamente là dove l’ingresso al mercato sia consentito a chiunque lo desideri, e che le transazioni di beni e servizi all’interno dei mercati portino a benefici per chi compra e per chi vende. I libertari credono anche che questo processo sia naturale e che proprio questo processo, nel mercato delle idee,  ci abbia portato elementi essenziali del nostro vivere comune come, ad esempio, il linguaggio.

Il buddhismo Zen è l’antica forma del buddhismo Mahayana praticata in Cina e Giappone. Deriva dal Buddhismo Theravada e risale a Siddhartha Gautama, che secondo la tradizione arrivò alla piena illuminazione e divenne il Buddha storico. Detto in parole povere, la filosofia del Buddhismo è che la causa della sofferenza dell’uomo sia l’ignoranza  ed il desiderare ciò che non si può avere. I buddhisti credono in quattro nobili verità: che la sofferenza esiste (in sanscrito si denota con Duhkha, che può essere meglio definita come dolore, frustrazione o malattia cronica), che esiste una causa di essa (in sanscrito Trishna, cioè sete, o desiderio), che ha una cura (l’Illuminazione, o Nirvana) e che per raggiungere questa cura si debba seguire il sentiero ottuplice.

Il sentiero ottuplice è un codice di condotta che comprende la retta comprensione, la retta motivazione, la retta parola, la retta azione, la retta vita, il retto sforzo, la retta consapevolezza, la retta concentrazione. Chi segue questo sentiero creerà un buon Karma per sè stesso e per chi lo circonda. Il Karma non è un’aurora mistica che circonda la tua testa quando fai qualcosa di buono o di sbagliato. Il Karma è il prodotto delle nostre azioni, secondo una regola di causa ed effetto. Se suoni il clacson, la macchina davanti a tesi si accorgerà che il semaforo è verde ed inizierà a muoversi. Può darsi che questo ti permetta di non arrivare in ritardo al lavoro una volta di troppo, oppure no. Ferire gli altri, mentire, rubare o uccidere può avere conseguenze metafisiche, anche se non è certo. E’ invece certo che tutto ciò avrà conseguenze fisiche. Mentire agli altri porterà stress nella tua vita e ti darà probabilmente una pessima reputazione. Rubare può essere remunerativo per un po’, ma il ladro rischia di essere ferito od ucciso quando si appropria di qualcosa con la forza e, comunque, avrà sempre paura degli altri. Inoltre, il sentimento naturale di compassione per gli altri gli causerà stress ed ansia. Uccidere ha conseguenze identiche. E’ quindi evidente che condurre una vita pacifica ed onesta porterà ad un maggior benessere che condurre una vita violenta e disonesta.

Il Buddhismo Theravada e quello Mahayana (che include lo Zen) si dividono sui percorsi da seguire per arrivare all’Illuminazione. Per il Buddhista Theravada, un praticante ordinario difficilmente conseguirà l’illuminazione in questa vita; dovrà praticare per molte vite. Per il Buddhista Mahayana l’illuminazione è possibile, perché è già stata realizzata, ma la nostra ignoranza e la nostra tendenza a vederci separati dal mondo che ci circonda ci sono di ostacolo. Per il Buddhista Mahayana, l’Illuminazione è rimuovere le illusioni e realizzare che ciò che rimane è il nostro vero Io.

Così lo Zen prese piede, non in opposizione alle precedenti forme di Buddhismo, ma piuttosto come lo sviluppo e la maturazione delle idee del Buddhismo Theravada, portandole alle loro naturali conclusioni attraverso l’opera di chi era riuscito a raggiungere l’Illuminazione come Siddharta Gautama  (analogamente, il porre limiti all’azione del governo basandosi sul mercato ed il libero scambio porta naturalmente una persona a sposare le filosofie note come miniarchismo e anarco-capitalismo).

Oggi lo Zen si manifesta al grande pubblico attraverso i pesanti tratti calligrafici tipici delle arti orientali, le cerimonie del the ed i famosi koan come, ad esempio, “Qual è il suono di una sola mano che applaude?” Tutte le arti Zen derivano dall’apprezzare l’essenza delle cose. Libri come “Lo Zen ed il tiro con l’arco” (Eugen Herrigel, Adelphi) ci mostrano la relazione fra pensiero ed azione. Lo Zen è una filosofia di azione, di realtà, che analizza la relazione fra noi e l’Universo che ci circonda.  Lo Zen ha origine dall’intuizione che tutto ciò che esiste è completamente al di fuori della nostra nostra comprensione intellettuale e che esiste in uno stato mutevole, interdipendente di “talià” (Tathata). Le “cose” che appaiono, che noi classifichiamo come separate ed indipendenti non hanno, infatti, un’essenza propria oltre a quella che noi attribuiamo loro.

Consideriamo, ad esempio, una sedia. Supponiamo che sia di legno. Per noi, la sedia ha una forma specifica ed esiste separatamente da cose come tavoli ed alberi. Ma questa essenza di “sedietà” che noi percepiamo esiste solo dentro di noi.  Ciò che abbiamo è un oggetto, fatto da qualcuno, da qualche parte del mondo, che noi riconosciamo come sedia. Questo oggetto ha gambe, un posto su cui sedersi, quindi è una sedia (ed anche il Buddhismo Zen è d’accordo su questo punto, per scopi pratici). Ma cosa succede se la spostiamo? E’ ancora una sedia? Se le seghiamo due gambe? E se fosse piccola, come quella della Barbie, perderebbe la sua “sedietà” o sarebbe solo il modello di una sedia con la sua “modello-di-sedietà”?

Che accade se ci sediamo sul tavolo? Il tavolo diventa una sedia? Beh, per ogni intento e scopo, sì, se ti siedi su una tavolo, il tavolo diviene una sedia. Ma il tavolo non è cambiato, ciò che è cambiato è la tua mente. Cosa possiamo dire di una sedia che sia immutabile? Se la sedia è fatta di legno, cosa che possiamo verificare con certezza, possiamo dire che la sedia è stata realizzata con pezzi di legno, tagliati, sabbiati ed assemblati con viti per costruirla. Ma da dove viene il legno? Facciamo l’ipotesi che il legno sia di una quercia del Maine, tagliata per fare mobili. Va bene, ma cos’è il legno? E’ il materiale che costituisce l’albero. Gli alberi sono grandi piante usate per fare sedie. La quercia nasce dalla ghianda, che a sua volta è nata da un’altra quercia. La ghianda necessita acqua, aria, terra e luce solare per germogliare verso il cielo. Dunque la quercia, e gli alberi in generale, non possono esistere come entità isolate. Essi richiedono l’esistenza di acqua, aria, terra, insetti, uccelli e, in tanti casi, anche di chi li userà per fare sedie. In questo modo, ogni cosa dipende da ogni altra cosa nell’Universo e nulla è permanente. Esattamente come la sedia, anche le nostre identità hanno una natura elusiva.  Però, indipendentemente da come esiste nella nostra mente, la sedia è lì, sotto di te. Lo Zen cerca esattamente di confutare la visione psicologica di un mondo isolato e frammentato, fatto di entità separate fra loro.

L’obiettivo del Buddhismo Zen è di capire la vera natura di noi stessi e, facendo questo, dello stesso Universo.

Così, finalmente, sono arrivato al punto cruciale della mia discussione, cioè che il Libertarismo e lo Zen hanno tantissimo in comune.

Nel suo articolo “Io, la matita”, l’economista Leonard E. Read afferma che nessuno sulla Terra sa come fare una matita. In principio questo può sembrare assurdo, ma approfondendo la questione ci si rende conto che l’affermazione è corretta. Infatti, per fare una matita partendo da zero è necessario tagliare il legno. Ma per tagliare il legno serve una sega, per fare la quale è necessario estrarre ferro e trasformarlo in acciaio. La grafite dovrà essere estratta da qualche altra parte e la gomma per cancellare dovrà essere prodotta attraverso un altro procedimento, completamente diverso dai precedenti. Se qualcuno volesse farsi una matita da sè, il costo finale potrebbe essere di qualche milione di Euro e potrebbe impiegare anni per costruirla. Infatti, le matite non sono fatte in questo modo. Esse sono prodotte dalla cooperazione di milioni di individui, ognuno dei quali lavora per migliorare le proprie condizioni di vita; ognuno collabora volontariamente, in assenza di coercizione e facendo affari con gli altri e tutti pensano che gli affari portati a termine siano di beneficio per entrambe le parti. Così, noi siamo oggi in grado di comprare una scatola di matite per pochi Euro, senza prestare molta attenzione a quanto sia complesso realizzare ciascuna matita. E la matita è probabilmente uno degli oggetti più semplici che utilizziamo oggi. Le persone che concorrono a creare la matita spesso non sono a conoscenza l’uno dell’altro. Essi provengono da storie diverse, diverse classi sociali ed economiche, abitudini e religioni, spesso parlano lingue diverse. Nonostante ciò, possiamo comprare le matite a bassissimo prezzo. Secondo Read, le persone in questo processo sono guidate da una “mano invisibile”. L’esistenza della nostra società ed il miglioramento delle condizioni di vita di tutti non è a scapito degli interessi personali delle persone ma, al contrario, è un prodotto necessario di questi interessi.

Lo Zen ci insegna che siamo una parte inseparabile dell’Universo in cui viviamo, che è perfetto e completo. Sono le nostre illusioni e la nostra ignoranza che non ci permettono di vederlo come tale. Il Libertarismo ci insegna che la società funziona al meglio quando gli individui sono liberi di decidere, vincolati solo dal vincolo della non aggressione. La discordia nasce quando cerchiamo di interferire, tentando di riparare cose che non sono necessariamente rotte.

Le persone sensibili possono sentire che il mondo soffre di “ingiustizia sociale”, che dovrebbe essere eliminata dallo Stato. Così votano perchè siano approvate leggi che tassano il benessere per sussidiare il povero, o che innalzano il salario minimo nel tentativo di migliorare le condizioni di vita delle persone all’ultimo gradino della scala sociale. In realtà queste leggi arrecano danno al povero, perché un salario minimo troppo elevato semplicemente non permetterà ai datori di lavoro di assumere personale scarsamente qualificato. Il risultato è che il povero non potrà lavorare perché le aziende dovrebbero coprire con le proprie perdite la differenza fra la sua produttività ed il salario minimo. Così, invece di alleviare il problema, queste leggi finiscono per complicare la vita sia del povero che del ricco.

Nello stesso modo, chi pratica Zen potrebbe cercare di alleviare le proprie sofferenze tentando li liberarsi dal desiderio. Il problema è che ogni tentativo di liberarsi del desiderio sarebbe un atto dettato dal desiderio. Così, si cercherebbe di eliminare un problema creandone un altro, o addirittura rinforzando il problema di cui ci si vuole liberare. In modo simile, durante la meditazione il praticante potrebbe cercare di fermare il flusso del pensiero, ritornando però a pensare a come non pensare, in un incessante via vai. E’ una situazione difficile, che illustra come il fraintendimento del mondo e di noi stessi ci possa portare a fare cose che, anzichè risolvere problemi, li peggiorino o ne creino di nuovi (se ti interessa, la risposta è non cercare di non pensare, ma concentrarti su ciò che stai facendo, cioè la respirazione e la postura, nel movimento, nell’azione.  La risposta del Libertarismo è analoga, lascia che le persone vivano come ritengono sia più idoneo per loro stessi. Ciò che più importa è quanto bene puoi vivere la tua vita. Se i diritti degli individui sono il fondamento della società, allora ognuno avrà la maggior probabilità di vivere la vita che desidera vivere).

Sia il Libertarismo che lo Zen hanno al proprio centro il rispetto per l’ordine naturale delle cose. Gli individui agiscono perseguendo i propri interessi, ma non a spese degli altri. Chi non rispetta questo principio sarà considerato in errore. Indipendentemente dalla nostra cultura, siamo esseri compassionevoli,  sappiamo che far del bene agli altri ci porterà del bene. Siamo molto intelligenti e, collettivamente, abbiamo una conoscenza sconfinata, così ampia che, per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai ad assimilarla integralmente. La grande rivelazione del Libertarismo è che, facendo del bene a noi stessi, finiamo col migliorare le condizioni degli altri.

E’ il più grande errore del periodo storico  in cui stiamo vivendo pensare che la maggioranza dei votanti abbia il diritto di usare la forza per sequestrare la proprietà privata di una persona per trasferirla ad un’altra. E’ un errore perché la redistribuzione si basa sull’uso della forza. Se la forza non fosse usata e le stesse transazioni fossero fatte spontaneamente, gli effetti sarebbero molto meno devastanti, al contrario, essi sarebbero fonte di miglioramenti sociali. Quello che oggi è furto e dipendenza dallo stato, sia da parte dell’agricoltore benestante  che viene sussidiato per produrre biometano, sia per la madre single  che sopravvive grazie a buoni in denaro per comprare cibo ed edilizia pubblica, si trasformerebbe in una naturale allocazione di risorse da parte del mercato che premierebbe i settori più produttivi della società e si prenderebbe cura, attraverso opere di carità, di chi ha veramente bisogno. Dove c’è domanda ci sarebbe offerta e dove le persone competono per aggiudicarsi le richieste del mercato i beni e servizi diventano meno cari (quindi accessibili a più persone) ed innovativi.

I grandi progressi della storia umana, dal linguaggio, all’elettricità, dall’automobile all’aereo per finire a  internet od a qualunque altra cosa Dio voglia sono stati donati all’umanità da uomini con grandi risorse ed ingegno, capaci di prendere ciò che già esisteva ed innovarlo, combinandolo con altre innovazioni, per creare qualcosa di nuovo, il tutto per realizzare il proprio interesse personale. Questa è la natura, l’essenza degli esseri umani. I tentativi di punire le persone di successo per sostenere chi non è capace sono irrealistici e fanno più danno che bene. Chiaramente, la natura è un instancabile ed intelligente avversario ed ogni tentativo di andare contro di essa finirà in modo disastroso.

Zen e Libertarismo sono entrambi centrati sull’individuo e sulle sue relazioni con il mondo che lo circonda. La tua individualità, il tuo corpo, la tua mente ed il tuo spirito sono proprietà di cui non potrai mai liberarti, ma che nemmeno potranno mai avere un’esistenza indipendente dal mondo che ti circonda. Sia nello Zen che nel Libertarismo c’è libertà e responsabilità. Forzare gli altri a fare la cosa “giusta” non funziona, perché la virtù e propria delle persone a cui è permesso agire secondo il proprio libero arbitrio.

 

20Apr/16

Lettera aperta ai “rivoluzionari” di un giorno solo.

leoni da tastiera

di Francesco Baiesi

Ma dove siete voi, che volete insegnare agli altri come ci si dovrebbe comportare, tra un elezione e l’altra? Che cosa fate oltre che mettere una croce su una scheda ogni 5 anni? Ma quanto vi hanno fatto il lavaggio del cervello se pensate che basti entrare in una cabina elettorale per poter dispensare patenti del buon cittadino a destra e a manca? Troppo facile sentirsi a posto con la propria coscienza dopo aver propagandato in modo interessato la partecipazione al voto di un referendum.
Avete mai fatto un banchetto in strada per raccogliere firme o adesioni per una causa? (Magari al freddo con la neve). O organizzato un evento informativo nel vostro comune, nella vostra biblioteca di paese? O dato dei soldi per una causa? Avete mai partecipato alla vita politica locale o nazionale? Oppure la vostra partecipazione è mettere una firma, per la qualunque, su change.org e condividere sulle vostre bacheche boiate prese da siti che fanno soldi sugli analfabeti funzionali? Per me chiunque si impegna in modo onesto, disinteressato e CONSAPEVOLE è meritorio di rispetto, a prescindere per cosa lo stia facendo. Ben più di chi va a votare e basta o va a votare “tanto per” (e in tanti anni da scrutatore ne potrei raccontare così tante che levati).
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16Mar/16

SANITA’ IN ITALIA. UNA STORIA SECOLARE TRA SALUTE E OPPORTUNISMO. 5° puntata

medicina contemporanea

di Andrea Babini

 

5) Dagli anni 90 a oggi. Gli inutili tentativi di impedire un fallimento annunciato.

Il SSN iniziò a entrare in funzione tra il 1979 e il 1980 e il suo finanziamento era statale, cioè a carico della fiscalità generale. E questa era la più macroscopica anomalia del “sistema italiano della salute”. A fronte di un decentramento della spesa si manteneva a carico dello stato centrale la leva fiscale delle entrate per finanziarla, con una evidente mancanza di responsabilizzazione oggettiva degli amministratori.

L’aumento degli oneri e dei servizi, gli sperperi, la corruzione, le inefficienze, le logiche clientelari locali fecero triplicare i costi della sanità. Dopo pochi anni la situazione era già insostenibile e nel 1989 si istituì il “ticket”, introducendo il concetto della compartecipazione alla spesa sanitaria da parte dei cittadini e liquidando di fatto i bei principi “universalistici” e velleitari del diritto alla salute fissati in Costituzione. Ma era nulla rispetto a ciò che attendeva gli italiani negli anni a venire. Continue reading

10Mar/16

SANITA’ IN ITALIA. UNA STORIA SECOLARE TRA SALUTE E OPPORTUNISMO. 4° puntata

diritto alla salute 1948

di Andrea Babini

4) La Repubblica, il trionfo dell’ideologia velleitaria
Archiviata l’esperienza fascista con il tragico epilogo della sconfitta nella seconda guerra mondiale, nel 1948 la Costituzione Repubblicana, redatta da una Assemblea Costituente in cui la facevano da padrone le componenti, pressoché paritarie, cattolica e social comunista, sancisce all’articolo 32 “il diritto alla salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” e affida la materia sanitaria e ospedaliera alle costituende regioni in termini legislativi e amministrativi, anche se non in esclusiva. Queste scelte, perorate in particolare dalla sinistra dell’assemblea, saranno gravide di conseguenze nel lungo periodo, e a mio modo di vedere assai nefaste, per le casse dell’erario e gli equilibri del welfare italiano. Continue reading

06Mar/16

PREVIDENZA, PENSIONI, REVERSIBILITA’.

pensionati e cantieri

di Massimo Testa

Cosa fa di norma lo stato?
Divide i cittadini in categorie di tutti i tipi, produttive, reddituali, anagrafiche e chi più ne ha più ne metta.
Mette in lotta queste categorie fra loro continuamente e grazie al giuspositivismo, quella scuola di filosofia del diritto oggi imperante secondo la quale la legge non fa riferimento a un insieme di regole astratte e generali comunemente accettate e in continua evoluzione nel tempo, ma esclusivamente alla legislazione che lo Stato stesso produce di volta in volta, legifera secondo i suoi intendimenti e le sue politiche.
Ciò favorisce, o fa credere di favorire, sempre interessi particolari, mai l’interesse generale.
Un esempio della conflittualità sociale che un simile sistema di cose produce lo possiamo facilmente riconoscere nel dibattito che sta seguendo alla proposta di cancellare la reversibilità delle pensioni. Continue reading