SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il lungo addio” di Robert Altman (1973)

di Roberto Bolzan

Ho promesso qualche settimana fa, quando ho recensito Chinatown, di parlare de Il lungo addio di Altman, girato appena un anno prima, ed ogni promessa è debito. E questo è di quei tipi di debito (non sono tanti) che fa piacere pagare.
Abbiamo quindi rivisto il film dopo tantissimi anni e, esattamente come allora, ci siamo persi immediatamente nella trama e di siamo abbandonati alla camera ed al suo caotico andamento.

Ci sono opere che fanno da spartiacque, dopo le quali nulla è più come prima. Questa è una di quelle opere.

E’ inutile leggere il libro di Chandler per seguire la trama del film. Altman ha infatti talmente trasformato la trama da rendere irriconoscibile non solo il racconto ma perfino i personaggi. Pipe si trasformano in sigarette, omicidi diventano suicidi, storie d’amore s perdono in onde oceaniche, gangster emergono dalla battigia, gatti e vicine di casa diventano protagonisti nel film senza esserlo nemmeno di striscio nel romanzo. E Marlowe da antieroe bastardo, ma a suo modo leale e buonista seppur succube degli eventi, riesce a riscattarsi in maniera sorprendente chiudendo, nella scena finale, ogni possibilità di ritorno al noir ed insieme al cinema classici. Solo Chinatown gli sopravviverà, grazie alla perfezione formale ed alla terribile crudeltà della storia. Poi basta, il lungo addio è proprio al cinema classico, quello delle origini.

Dopo aver fatto a pezzi il western con McCabe & Mrs. Miller) (I compari) Altman sovverte il poliziesco e la sovversione è totale, tellurica, tale da non lasciare nulla intatto.

Cominciamo con la trama che è ondeggiante, anzi si perde senza speranza, la storia ad un certo punto si capisce chiaramente che si è arenata e non sa come proseguire, la camera ondeggia seguendo il protagonista in un percorso a zonzo senza senso e solo fortunosamente alla fine imbocca ala direzione giusta e con un guizzo imprevisto arriva alla chiusura.
La presentazione di Marlowe, non solo al di fuori del canonico ufficio ma addirittura alle prese con un gatto che fa i capricci e poi se ne a e scompare dal film.
Le donne: Marlowe ha a disposizione decine di donne bellissime sulla posta di casa, già spogliate ed intente a pratiche yoga, ma non è interessato né a queste né alle altre splendide clienti che non degna di considerazione. L’unica cosa è l’amicizia ed è da questa che gli arriva il tradimento, insopportabile. Anche qui una nemesi e insieme un ribaltamento del genere, quando il detective diventa giustiziere ma non a raddrizzare i torti e colpire i delinquenti ma a vendicarsi di un affronto personale e di un tradimento.
La camera, che per tutto il film segue il suo protagonista in un perenne stato di avvicinamento, con brevi carrelli in avanti, ma senza mai indicare la direzione. Anzi, panoramiche che vanno in senso opposto, scene non illuminate, materiale grezzo lasciato senza guida.
I dialoghi: ironici, sovrapposti, mormorati tra sé e sé, spesso folgoranti (la mostruosa bravura di Chandler nei dialoghi), sempre inessenziali, quasi un rumore di fondo.

Insomma, tutto viene spianato con il rullo compressore. Ma non è solo opera di demolizione, perché da questa ferocia iconoclasta emerge già la traccia che una quindicina di anni dopo riprenderanno i fratelli Cohen, già purificata, pulita dei classicismi e pronta per rifondare il genere in una chiave completamente diversa.

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