SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson (2017)


di Roberto Bolzan

Abbiamo forse involontariamente fatto uno sgarbo ad un’amica, per altro cara, che ha pensato bene di ripagarci cucendo una trappola diabolica nella quale siamo caduti come dei polli. Ce ne siamo accorti subito, dopo i primi minuti quando ci è apparsa chiara l’eternità che ci aspettava, ma ormai era troppo tardi.

La storia che abbiamo visto ieri sera, a sala piena e quindi impediti da sgattaiolare alla chetichella, è la vita di un sarto di Londra dall’ego ipertrofico, come si usa dire, comunque dal pessimo carattere che in oltre due ore si cerca di fare passare per sublime genio.

La storia è grama perché non succede quasi niente tranne che il nostro si invaghisce di una camerierina di campagna che porta a vivere con sé. Questa non desidera altro che calmare, di tanto in tanto, i nervosismi dell’uomo ed alla fine trova il modo. Le lente alchimie con le quali ottiene questo risultato costituiscono la parte finale del film.

Non è tutta colpa della nostra cara amica. Anderson è il regista del Petroliere, film che avevamo recensito paragonandolo a Griffith e a Laughton, mica bubbole, acclamandovi il romanziere in immagini di un’America delle origini e della devastazione dei sentimenti che fa deserto interno a sé su scala immensa, inumana. Eravamo autorizzati a ben sperare.

Qui invece il deserto è bonsai, il nostro sarto è innervosito dal rumore del coltello da burro sulla fetta biscottata e per questo fa il diavolo a quattro. Guai poi a portargli il te al tavolo da lavoro, il tempo perso (calcoliamo pochi millisecondi) non sarà mai più recuperato e rischia per questo di ammalarsi. Disumana si, ma la noia.

I primi quindici minuti del Petroliere sono muti, con l’uomo che scende nelle viscere della terra e ne trae scintille di argento e pece e fiotti neri di petrolio ruggente e viscoso, in immagini granulose dal sapore minerale. Un pezzo di cinema superbo, indimenticabile.
I primi minuti del Filo nascosto sono infarciti di un parlato pretenzioso, dove ogni parola è merlettata a indicare un profondo significato, che poi non c’è, e un genio che dovrebbe traboccare da ogni parola estratta dal silenzio, che non c’è. Il sarto è infatti dedito in ogni istante solo ed unicamente alle sue creazioni, anche la mancanza di sentimenti è sartoriale, contenuta, accomodante: purché non si faccia rumore durante la colazione.

In due ore e dieci munti questo è tutto. A dre la verità c’è un momento vivace, quando Woodcock (il nostro, appunto) si insolentisce a sentire parlare di chic. La lenta tirata che ne esce è però interrotta dalla sorella che lo rimprovera di essere lagnoso. Giustamente, a nostro parere.

Ecco, noi non saremo lagnosi. Prendiamo lo scherzo con spirito, e pace. Ma che non accada più.

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