SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The wolf of Wall Street” di Martin Scorsese (2013)

di Roberto Bolzan

 

C’è un po’ di noia in giro e allora ci divertiamo a fare un po’ di incursioni sui film del passato, paragonandoli a quelli che per noi sono capolavori.
Vedendo 15:17 – Attacco la treno, l’ultimo di Clint Eastwood, a noi veniva in mente continuamente quello che, per certi versi, è alla scala opposta della cinematografia The wolf of Wall Street, appunto. Il primo è la storia di persone ordinarie nel momento che segna la loro vita, il secondo la storia di una persona straordinaria che non ha momenti topici perché tutto è strabiliante; il primo girato con attori non professionisti, il secondo con l’attore per eccellenza, uno straordinario Leonardi di Caprio, per di più in pezzi solisti di straordinaria bravura.

Per chi non se lo ricordasse, questo è il film tratto da un’autobiografia in cui uno straordinario venditore partito dal nulla diventa miliardario a forza di piazzare azioni-spazzatura insieme a un gruppo di adepti, con i quali si dà agli eccessi più eccessivi che si possano immaginare (descritti con dovizia di particolari tossico-anatomici) finché da un’inebriante esaltazione di ogni vizio perviene alla (parziale) rovina.
Di quello si può invece leggere qui.

Perché c’interessa questo paragone?

Clint Estawood ha prodotto un’opera concettuale, dove il regista svolge il suo lavoro usando il materiale che ha a mano in modo superbo. La storia narrata e recitata dai veri protagonisti, nei veri luoghi nei quali è avvenuta.
Se non c’è la mano del regista, l’idea chiara e forte di quel che si vuole ottenere e la bravura nel tagliare il superfluo (Ockham ed il suo rasoio, l’origine del mondo moderno – e siamo consci dell’importanza del paragone), a cosa serve il cinema?

Nel secondo tutto è subordinato alle istrioni di Leonardo di Caprio. Grande attore, si produce in brani di indiscussa bravura. Il regista lascia fare, confidando nella popolarità del clown. Nel montaggio si lascia l’utile ed il superfluo, confidando che lo spettatore si lasci imbonire.

Noi però non ci caschiamo. Se togliessimo al film tutto inutile rimarrebbero metà delle scene. Il discorso con il quale Jordan Belfort accoglie la sua squadra di venditori è troppo lungo, ma vuoi mai togliere la parola all’istrione? e si lasciano metri di pellicola inutile. La scena di quando il Quaalude d’annata fa il suo devastante effetto con ritardo (straordinaria, intendiamoci) potrebbe essere completamente eliminata senza danni per il racconto. Tre ore si fanno sentire e l’evidenza che al montaggio sia stato dato ordine di non tagliare anche.

Concludiamo questa breve lezioncina: ci hanno insegnato che l’arte è saper togliere l’inutile e lasciare l’essenziale. Noi amiamo l’essenziale e vogliamo distinguere tra l’arte e l’istrionismo.

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