SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Suburbicon” di George Clooney (2017)

di Roberto Bolzan

Due storie si sommano in questo film: una famiglia compera casa in un sobborgo modello di una città americana degli anni ’50; una rapina finisce malissimo ed il colpevole è fra di noi.

Non possiamo raccontare di più, anche se perfino allo spettatore meno smaliziato apparirà evidente il colpevole. Ma non importa. Il film è ben condotto e svela gradualmente la sua anima nera. Il passaggio tra la ridente cittadina protetta, sogno di ogni libertario degno di questo nome, middle class, barbecue e prati rasati, e la storiaccia che d’improvviso ne viene a tubare i sonni è graduale e sottile.
I colori pastello sono fenomenali come le ottiche. La scenografia è di prim’ordine, i dialoghi ben scritti. Le auto d’epoca sono da innamorarsi, come le lampade, gli apparecchi televisivi, i frigoriferi. Tutto è meravigliosamente filmato.
La sceneggiatura (F.lli Cohen) tiene, gli attori (Matt Damon, Julianne Moore) non si discutono.
Cosa c’è allora che non va?

Quello che sospettavamo da tempo dev’essere vero. Fare film è diventata oggi un’arte alla portata di tutti. Bravi fotografi, scenografi esperti, operatori professionali ed in genere una squadra ben assortita vi sfornano dei prodotti eccezionali, bellissimi.
Ma l’anima dovete mettercela voi.

L’ex fidanzato di Elisabetta Canalis non ha un’anima. Ha, da lontano, interessi sociali e quindi infarcisce il film di un razzismo grottesco ed inverosimile, probabilmente per fare il verso a Trump. Non si sa bene e non sta bene.
La sceneggiatura originale non prevedeva infatti la storia della famiglia afro. L’aggiunta, sconsiderata, si presterebbe a sviluppi narrativi interessanti, vanificati però dalla necessità di pagare il tributo alla moda del momento, senza averne tuttavia la motivazione.
La morale didascalica del film, di imbarazzante banalità, è presto detta: i padri di famiglia bianchi commettono crimini e i neri invece sono un modello di virtù.

Un tema fondamentale nel cinema e nella letterature del ‘900, il male che è dentro di noi e fra di noi, banalizzato svogliatamente in qualche paginetta scritta di controvoglia.

 

 

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