SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh (2017)


di Roberto Bolzan

Film che non si discute, bello senza riserve, ma a noi piace discutere e diffidiamo del troppo bello, che spesso si confonde con il furbo o, in questi anni senz’anima, con l’eccessiva familiarità con la cineteca.

Diciamo che l’esplorazione del cinema degli anni ’90 ha trovato nei fratelli Cohen una fonte infinita di ispirazione e, in questo caso, anche una sintonia nella passione per la scrittura minuziosa ed implacabilmente precisa. Film di un cinefilo, come si capisce, che tradisce fin troppo, nella fin troppa bravura, il suo gioco. La fin troppo brava Frances McDormand non solo allude ma ci scaraventa nelle atmosfere di Fargo, dalle quali è impossibile sottrarsi.

Territori neri, quelli dei fratelli di St. Louis Park, dove si ambienta una commedia nera. La madre di una ragazza violentata ed uccisa decide di affittare tre spazi pubblicitari ed affiggere un richiamo per la polizia locale, che non ha mai concluso le indagini né trovato l’assassino della figlia.
Lo sceriffo è malato di cancro e tutta la cittadina lo sa. Si suicida virilmente lasciando delle lettere alle persone chiave di quesa storia. Il vice sceriffo, picchiatore di negri, rimane sfigurato nell’incendio dell’ufficio.  Nel contempo quello che pare essere l’assassino pare essere individuato, ma non si sa veramente. se è lui e quale sarà il suo destino. Altre cose accadono nel corso della narrazione.

Film d’emulazione, come abbiamo detto, programmaticamente tale, com’è chiaro fin dalla scelta dell’attrice principale, che non è solo la protagonista di Fargo ma anche la moglie di Joel Cohen. E come Fargo non sarebbe mai potuto essere quel che è, un film di perfezione assoluta, senza l’attrice americana, anche questo deve la sua identità al suo volto.
Ma Fargo è perfetto, nel gelo terribile del Minnesota con poche parole si compie un omicidio e con pochi gesti si scoprono autore e movente. Tutto è misurato e si svolge senza che sia necessario intervenire nella macchina della narrazione. Una volta caricata va da sola implacabile verso l’esito finale.
Qui il deus ex machina, il caso, interviene a rivelare il colpevole e seminare dubbi e non sappiamo come andrà a finire, La geometria, mantenuta caparbiamente fino alla fine, si dissolve per il gusto sciagurato (in questo caso) del finale aperto.

Bravi gli attori, lo ripetiamo, fantastici i dialoghi, millimetrici, ottimo l’intreccio: sono tutte vertigini che McDonagh controlla, preoccupato di non straboccare nella scrittura, innamorato dei suoi dialoghi ma consapevole del rischio di eccedere, di esibire. La battuta sagacemente volgare è sempre lì lì per rivelarsi compiaciuta e quindi di troppo, generosa ma non funzionale alla storia, troppo bella per essere vera. Sono tensioni che alla fine snervano.

Ma intendiamoci: qui siamo a livelli eccelsi. Qui recitano vestiti in tuta da lavoro e t’incantano con una bravura mostruosa.Qui non si discute.
Andarlo a vedere, senza esitazioni. Al Lumiere, in lingua originale, sottotitolato perché si ha pietà di voi.

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