SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “First Man – Il primo uomo” di Damien Chazelle (2018)

di Roberto Bolzan

Aspettavamo, ovviamente, la fatidica frase sul grande balzo dell’umanità e purtroppo non c’era modo di evitarla. Comprendiamo l’imbarazzo del regista di fronte a questa gravosa necessità e siamo contenti di non essere stati al suo posto. Retorica al massimo grado, quindi, ma, va detto, solo in quell’istante e mai più, per due ore abbondanti di film che, invece, ne avrebbe consentita in quantità industriali.

Il resto è il massimo del godimento: rumori, silenzi, immagini, primi piani, dialoghi minimali, una storia che alterna le vicende che conosciamo bene con la vita privata ed i dolori di Neil Armstrong. A questo punto dobbiamo dichiarare che crediamo che l’uomo sia andato sulla Luna, se non altro per l’intimo piacere di farlo e perché non c’è ragione di non farlo. Ma lasciamo libero chi legge di credere che sia stata una finzione girata a Hollywood.

Il film è soprattutto una sinfonia di suoni: quando l’astronave parte e tutto cigola, vibra e risuona e sembra andare in pezzi ma miracolosamente resiste fino al silenzio assoluto dello spazio quando è in orbita. Così i dialoghi, minimali, essenziali, senza spiegazioni finiscono sempre con il silenzio. E’ un film di silenzi, alla fine. E poi di primi piani, una storia narrata quasi esclusivamente con i volti degli attori, senza quasi nulla d’altro. Ma quell’altro, che bellezza! strumenti, quadri, interruttori, una mosca che entra nell’astronave, il modulo lunare impacchettato con il Domopack, qualche raro ma incantevole panorama dello spazio.

Chazelle ha risorse da spendere e può perfino permettersi l’inosabile, la danza delle astronavi al ritmo di valzer. Vedere per credere, quando due astronavi si cercano nella prima missione di aggancio spaziale (Gemini 8). E lo fa nell’unico modo possibile, con noncuranza. Senza l’etichetta “vedete come sono bravo? sono un gran fico.”

Coraggio e intelligenza, che si può chiedere di più?

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