SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “La forma dell’acqua – Shape of water” di Guillermo del Toro (2017)

di Roberto Bolzan

Storia d’amore tra una muta ed un pesce ghiotto di uova sode. In sintesi.
Che dire?

A volte immaginiamo il processo che produce certe opere cinematografiche. Immaginiamo il regista con i suoi collaboratori. Immaginiamo che la storia sia in qualche modo piaciuta. Si parte da qui, immagino. E in questo caso pensiamo che sia piaciuta perché bizzarra. Non vogliamo fare una cosa normale, vero? bizzarra va bene.

Immaginiamo che per vincere qualche Oscar si debbano scegliere gli attori adatti, e va bene. Poi che facciamo?
Inseriamo delle citazioni. La tv sempre accesa con film d’epoca, Gli spettatori si divertiranno. Citiamo, citiamo, qualcosa resterà. Poi?
Cadillac d’epoca? ottima idea. Anni ’60, colori pastello.
Ci mettiamo i russi e la corsa nello spazio? un po’ balengo ma fa sempre effetto. Parlino in russo, chiaro. Venduto.
Ambienti? tutto pieno, affollatissimo ed accuratissimo. Mania per il dettaglio. Compito dell’arredatore.
Per terminare il compito Del Toro si dedica a scegliere personalmente le migliaia di tonalità di verde dell’arredamento, insieme al costumista ed al tappezziere. Immagino lo snervamento.

Ecco, questo film raccoglie insieme tutte le cose che più detestiamo, i colori pastello, le Cadillac d’epoca, il citazionismo fine a sé stesso, i russi e gli autocompiacimenti. Il pesce, almeno, ci piace.

Una generazione di prodotti caseari alle articolazioni inferiori, dicasi latte alle ginocchia.

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