SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini (2018)

di Roberto Bolzan

Chi ci segue su questa rubrica sa quanto siamo prevenuti sul cinema italiano contemporaneo e di quando lo snobbiamo impietosi.

Sgombriamo il campo da qualsiasi equivoco e lo diciamo chiaramente: Sulla mia pelle è un film veramente bello, intelligente e di valore.

La vicenda è quella nota di Stefano Cucchi, trentenne romano che viene fermato per droga, passa la notte in una stazione di polizia, forse viene picchiato, si vede convalidare l’arresto, a causa di forti oolori conseguenti ad una frattura delle vertebre viene ricoverato nella clinica penitenziaria del Gemelli e qui muore dopo qualche giorno per cause non ben chiare ma probabilmente legate ad un grave stato di denutrizione e di disidratazione.

Il film ripercorre in modo documentaristico le vicende come risultano dagli atti processuali, con poche benché significative modificazioni. E’ sostanzialmente un documentario, scarno ed a tratti respingente per realismo.

E’ nella seconda parte che prende il volo, quando un eccezionale Alessandro Borghi si impadronisce del film, lo toglie dal catalogo dei documentari e impone nello schermo la fisicità del corpo di Cucchi che lentamente si spegne.
Da quel momento in poi si ha vero cinema, che è arte delle immagini e del corpo, arte dove l’attore domina ed al regista è assegnata l’intelligenza della registrazione, dei colori e delle scene.
Pian piano la cronaca esce di scena e rimangono solo la sofferenza corporale e lo spettatore a confrontarsi fra loro in un legame crudelissimo e tremendo che nemmeno la morte riesce a sciogliere.

Nonostante l’evidente richiamo alla cronaca questo non è un film di cronaca, è un’opera d’arte che prende la sua strada autonoma e rappresenta qualcosa di universale, che non è cronaca.

Detto questo rimangono alcune considerazioni che ci interessano in quanto libertari.
Il film travisa, volutamente e con furbizia narrativa, alcuni particolari.
Per esempio che la notte prima dell’udienza di convalida Cucchi era da solo in cella, non con iil compagno che nel film parla con lui. C’è uno che parla con lui , ma dalla cella a fianco da dove non può vederlo, mentre una terza persona lo intravede attraverso una finestrella sbarrata, ma la sua deposizione è talmente incongruente da risultare inutile.
Per esempio che il padre, alla stessa udienza, non nota niente di particolare nel volto del figlio e nemmeno che zoppicasse. Lo dichiara come testimone nel processo di primo grado (chi volesse, qui, qui e qui). Alla lettura dell’ordinanza di convalida dell’arresto dà un calcio ad una panca, si vede nel film. Non avrebbe potuto farlo se avesse avuto una frattura recente al sacro. Improbabile quando che sia stato pestato PRIMA dell’udienza, come il film vuole suggerire.

Altre cose: sempre a quell’udienza il padre non fa partecipare il solito avvocato di fiducia. Cucchi è assistito da un negligente avvocato d’ufficio, Mai il legale di fiducia viene fatto intervenire, nemmeno quando avrebbe potuto fargli visita durante il ricovero. Perché? il padre dichiara nel processo di primo grado (e nel film) che il ragazzo deve imparare a cavarsela da solo.

La nostra personale interpretazione è che Cucchi sia morto per motivi non legati ad un eventuale pestaggio (nemmeno il perito di parte civile richiamo le lesioni come causa della morte. D’altra part le lesioni appaiono vecchie e sono probabilmente molto anteriori all’arresto) ma si sia sostanzialmente suicidato rifiutando le cure, di mangiare e di bere.
La cosa è giustificabile? Si e no.
E’ evidente che qualcosa è andato storto, è nei fatti. E’ anche certo che non si possono sottoporre le persone a cure che non desiderano, né costringerle a nutrirsi se non lo vogliono.
Da un punto di vista liberale possiamo dire che lo stato avrebbe dovuto nutrire a forza Cucchi? sottoporlo a cure mediche non volute? attivare un TSO?
Io credo di no.
Crediamo che anche in reclusione, nelle mani dello stato per così dire, una persona è e deve poter essere libera di rifiutare quello che espressamente non gli viene vietato, che sostanzialmente è la libertà di circolazione e solo quella.  Quella è la pena, negli ordinamenti attuali.
Da questo punto di vista Cucchi ha scelto di morire, forse anche inconsapevolmente. Succede ed è doloroso. Ma non si può dire che lo stato avrebbe dovuto o potuto costringerlo contro la sua volontà.

Insomma, crediamo che questo sia il tema che dovremmo discutere prendendo spunto da quest’opera. Che, ripetiamo, è un capolavoro che volentieri ascriviamo al cinema italiano contro i nostri stessi pregiudizi. Che rimangono, state tranquilli.

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