SMALL & LARGE

small large

di Massimo Testa

Questo paese ha una grande presenza di imprese di grandezza media e piccola (come fatturato e numero di addetti), le cosiddette PMI.

Molti ritengono, non a torto, che siano il polmone economico del paese.

Si dice che questa forte presenza di PMI sia una originale caratteristica dell’apparato produttivo, che lo rende diverso da quelli degli altri paesi economicamente sviluppati.

C’è chi ritiene che questo assetto particolare rappresenti un modello vincente ai fini dello sviluppo economico, ed in effetti, se si pensa ad esempio alla crescita avuta nel dopoguerra, lo è stato.

Ma siamo sicuri che tutto ciò sia nato e cresciuto spontaneamente, come se si dovesse ad una particolare intuizione dell’imprenditoria nostrana?

Se andiamo indietro nel tempo, non possiamo non vedere il ruolo che lo stato ha avuto in questa evoluzione.

Nel 1905, ad esempio, le ferrovie erano private e locali: furono nazionalizzate. La telefonia divenne monopolio pubblico nel 1907, il trasporto aereo nel 1923, le attività estrattive nel 1927, così come i servizi radiofonici, le poste e telecomunicazioni nel 1936; negli anni 50 il trattamento degli idrocarburi e nel 1962 la produzione e distribuzione dell’energia elettrica.

L’IRI nacque nel 1933, e doveva durare 3 anni: è stata messa in liquidazione nel 2000, e controllava banche, siderurgia, chimica, costruzioni navali, industrie automobilistiche ed alimentari.

(Dati da A. Mingardi: “L’intelligenza del denaro”).

Che conseguenze ha comportato una presenza così massiccia dello stato in tutti questi comparti, nella maggior parte dei casi in posizione di monopolista? Al fatto che all’imprenditoria è stato impedito di fatto l’accesso a questi settori per lunghi decenni: se un imprenditore sbaglia fallisce, come può competere con chi ha risorse illimitate alle spalle per ripianare le perdite e non può fallire per definizione?

Se a questo interventismo economico si va ad aggiungere quello legislativo (ad esempio lo statuto dei lavoratori e il famigerato ar.18, che penalizza le aziende con più di 15 dipendenti) e la congenita avversione da parte dello stato verso un vero mercato dei capitali, cosa che ha relegato la borsa valori ad un ruolo marginale nell’approvvigionamento finanziario delle imprese, indirizzate quindi ad utilizzare esclusivamente il canale bancario e convogliando così il risparmio non verso la produzione ma piuttosto verso il debito pubblico (bot people), i giochi sono fatti.

E alla fine dei giochi, ci ritroviamo nella situazione attuale. Ovvero:

– il monopolista, come sempre accade, non solo ha finito le risorse ma è pure rimasto tecnologicamente indietro, non avendo mai dovuto preoccuparsi della concorrenza

– gran parte delle PMI che abituate a rivolgersi solo al mercato interno (a lungo chiuso e protetto), ancora non hanno saputo e/o potuto adeguarsi, e quindi sfruttare, la globalizzazione (cosa che tra l’altro spesso richiede dimensioni più importanti)

– un numero assai limitato di “grandi” imprese in grado di giocarsela sui mercati internazionali (spesso poi hanno vissuto all’ombra dello stato e delle sue commesse, e vale il discorso fatto sopra per il monopolista)

– uno stato che tuttora non molla l’osso, drena risorse con la sua fiscalità vorace, impedisce di fatto il nascere e lo svilupparsi di nuove realtà imprenditoriali.

Di sicuro statalismo, nazionalismo, pseudo autarchia, protezionismo et similia non sono la ricetta giusta per ribaltare la situazione.

ps) qui non si vuole dire che “grande è bello e piccolo è brutto”.

E’ bello ciò che funziona, e bisogna adeguarsi ad una realtà che non permette più, se mai lo abbia fatto, di chiudersi in se stessi.

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