SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The young Pope”di Paolo Sorrentino (2016). Serie TV

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di Roberto Bolzan

 

 

Abbiamo appena lodato il film Oscar di Sorrentino e non ci siamo mai occupati di serial tv, roba da giovinastri, ma l’Occhio è sempre sul pezzo e non perde un colpo. Ci siamo quindi, per dovere, visto l’inizio del serial e lo raccontiamo in presa diretta. Se sbagliamo è per la fretta, ma la cronaca ha le sue esigenze. Le prossime puntate ci diranno se ci abbiamo preso.

Lenny Belardo è un cardinale giovane, mite e dallo scarso peso politico. Abbandonato in orfanotrofio in tenera età, Lenny è continuamente tormentato da tale abbandono e ha sviluppato un rapporto molto turbolento con la fede e con Dio. Inaspettatamente, Lenny viene eletto papa dal collegio cardinalizio, che crede forse di aver trovato una pedina da poter manovrare a piacimento. Tuttavia Lenny, salito al soglio pontificio con il nome di Pio XIII, si dimostrerà un papa controverso e poco incline a farsi comandare. Questa la storia da Wikipedia.

In realtà il nuovo papa, essendo americano, sebbene cardinale, è un businessman con i modi del businessman e quindi, invece di informarsi di come la Chiesa nei secoli ha saputo mantenere il potere nelle mollezze romane e vaticane, applica le regole apprese in qualche corso di business administration. Quindi la suora che lo contraddice, la licenzia in tronco. “You are fired”, le dice, come un Briatore o un Trump qualsiasi. Suora che il nostro malato pensiero erotico immagina in tailleur sotto la tonaca, ma lasciamo stare.

Guardiamo e non capiamo. Prendere la millenaria storia della Chiesa e farne lo sfondo per una rivisitazione di House of cards, ha senso? e se si, quale? non capiamo. Perfino i film tratti da Don Brown hanno più senso.

Il culmine si raggiunge quando Salinger, Kubrick e Bansky vengono nominati assieme a Mina, come modelli di artisti che hanno fama per essere misteriosi. Da qui il novello Papa ricava la convinzione che il modo migliore di rilanciare il papato sia di non farsi vedere, rimanere anonimo. Lo spettatore di bocca buona ci vede del genio, quello smaliziato (si può essere ingenui nella vita ma non si può esserlo andando al cinema, questa è la scuola della vita) ci vede restrizioni nel budget per la sceneggiatura o, in alternativa, un ego spropositato di Sorrentino.

Nanni Moretti (come regista passiamo pure, ma come inventore di aforismi uomo geniale) con la sua domanda “mi si nota di più se partecipo e se non mi faccio vedere?” ha fatto epoca ed è ancora il riferimento certo per tutti noi. Il Papa di Sorrentino copia miseramente ma durerà, questa pisciatina tiepida, durerà a sufficienza per indurci a seguire le prossime puntate? vedremo, ma con tanti dubbi.

Questa, dell’ego, è un’ipotesi che si rafforza vedendo Sorrentino citare i suoi film, Gep Gambardella e le sue gag supposte memorabili (qualcuno ne ricorda qualcuna?). Ma nessuno l’ha avvertito, di quanto sia rischiosa, e cafona, l’autocitazione?

Canguri in Vaticano, suore bionde in tailleur, un papa incavolato nero. Aspettiamo le prossime puntate, speriamo che ci sia una trama, auspichiamo che i prossimi Oscar siano dati a gente con i nervi a posto. Ne dubitiamo.

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