SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Polytechnique” di Denis Villeneuve (2009)

di Roberto Bolzan

Quando Michael Moore racconta il massacro del liceo Columbine di Littleton omette, certo volutamente, di raccontare quello per tanti versi simile dell’École Polytechnique di Montréal, in quel Canada dove non si vendono armi da fuoco ai grandi magazzini. Falsificata la verità per ottenere il suo obiettivo retorico, sette anni dopo pensa Denis Villeneuve a scoprire la parte nera del Québec.

Detestiamo il cinema francese e ci annoia il bianco e nero, ma qui siamo in presenza di qualcosa di mai visto. Abbiamo riserve sui film successivi di Villeneuve, ma il ragazzo ha del genio e lo si vede qui.

Il film racconta la strage avvenuta il 6 dicembre 1989 all’École polytechnique di Montréal, quando il venticinquenne Marc Lépine uccise a colpi d’arma da fuoco quattordici studentesse, per poi togliersi la vita.

Violentemente antinaturalistico a partire dell’uso programmatico ed ideologico del bianco e nero, il film è di un rigore assoluto nel negare la benché minima acquiescenza al senso comune. I morti muoiono senza sangue, senza gridare e senza fiatare nemmeno. Mentre in una stanza un gruppo di studentesse viene falciato da una mitragliata, e si adagiano sul pavimento senza terrore e senza emozioni, nella stanza vicina nessuno si scompone. Scale mobili salgono e scendono e portano l’assassino in stanze prima affollate e poi deserte dove gli oggetti sono posati per terra a mostrare, nel modo più scolastico e banale, la fuga delle persone.

Una volta disattivato il meccanismo delle emozioni e sterilizzata la vicenda delle pulsioni, una volta eliminata la psicologia (perfino la lettera che l’assassino scrive per spiegare il suo gesto è fredda ed asettica), ridotta al minimo la recitazione, rimangono le immagini e la geometria delle stanze del politecnico, quasi poco più che una topologia dei luoghi del massacro.

La genialità del film, l’ammirevole capacità di portare la camera fino in fondo guidata dalla razionalità lucida ed ideologica, è tutta qui: noi sappiamo che c’è stato un massacro, che l’assassino ha separato i maschi dalle femmine per uccidere solo queste con chiara determinazione, capiamo l’orrore e sentiamo quasi l’odore del sangue ma le immagini non ci aiutano. L’effetto è quanto più straniante si possa immaginare, la tensione si carica come una molla di questa violenza dichiarata e non rappresentata, con un effetto di incredibile immedesimazione.

Alla fine rimane, nitida su tutte, la sequenza nella quale Marc armato attraversa tutta la scuola come un coltello nel burro e noi sappiamo che nessuna resistenza è possibile, che sono tutti inermi come poveri animali, nemmeno spaventati, solo inerti ed infelici.

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