SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “ll corriere – The Mule” di Clint Eastwood (2018)

di Roberto Bolzan

Stavolta è un vecchio coriaceo e cocciuto, per di più puttaniere e sconveniente, prossimo alla bancarotta, che decide di cambiare vita e s’imbarca in un’avventura di cui non calcola tutte le conseguenze. Ma non gliene importa, dato che sente di dover espiare la sua vita poco attenta alla famiglia e vuole farsi perdonare dalla ex moglie e dalla figlia.

Earl Stone è un reduce della guerra di Corea e, ormai novantenne, continua a coltivare fiori, ma internet gli toglie parte del giro d’affari. Così coglie al volo l’occasione di un ingaggio da parte di loschi messicani che gli offrono abbastanza soldi da pagare il matrimonio della nipote e da rimettersi in sesto. Riesce anche ad aiutate il centro per veterani in difficoltà. Insomma, Stone non può che continuare a lavorare per il cartello come corriere, anche se ormai ha capito di partecipare ad attività criminali. Finirà malissimo, ma in redenzione.

Film di buoni sentimenti, a tratti mieloso, politicamente scorretto quanto basta per evitare qualsiasi rischio di Oscar ma sufficiente a strizzare l’occhio al pubblico affezionato (l’unica cosa che conta), ci ha lasciato scontenti. E non per la qualità della regia, dato che Eastwood è veramente quello che potrebbe dire dopo John Ford “I make movies”, un fabbricante di film solido e di sicura grammatica, capace di sfornare un’opera dopo l’altra senza incertezze.
Non per la storia, che è eccezionale e tagliata a misura per il personaggio, perfino nei momenti sopra le righe (Stone che si dà il burrocacao nel momento del pericolo è perfetto).
Non per l’interpretazione, che è egregia (d’altronde non fa che interpretare sé stesso).
Non per i trucchetti, che d’altra parte sono di mestiere eccelso (togliete le didascalie ai 12 viaggi e diventeranno un pastone indistinto, così fatti sono molle cariche di dinamite – il massimo dell’efficacia con il minimo di sforzo, da vero maestro).

Però la retorica della famiglia ci ha uccisi fin dall’inizio. Tolto Stone, il resto potrebbe essere omesso, il poliziotto che si commuove al momento dell’arresto, i messicani simpatici che gli insegnano a mandare i messaggi, la moglie che lo perdona sul letto di morte, il funerale che rappacifica tutta la famiglia, compresa la figlia che ne ha ben donde, le lacrime al processo con lui che, alla fin fine, con questa storia vuole avere poco a che fare (lo capiamo benissimo) e piuttosto preferisce occuparsi dei fiori nella serra del carcere.
Con i cellulari abbiamo un buon rapporto e non riteniamo eversivo dare del negro ai negri, solo il minimo sindacale di scorrettezza, giusto per mostrare il ghigno e fare capire che siamo cattivi.



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