SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il segreto dei suoi occhi” di Juan José Campanella (2009)

di Roberto Bolzanstasera-in-tv-il-segreto-dei-suoi-occhi-su-rai-3-7-620x350

Non dispiacerà, in questo posto frequentato da liberali, richiamare Jorge Luis Borges, argentino di Buenos Aires, eppure inglese di formazione e legato da amore speciale per la letteratura americana. C’è un rapporto speciale tra quella città e l’America anglosassone e noi, che pur non ci siamo mai stati, lo vediamo in tante cose.
E quando troviamo fortunosamente, perché un amico ce lo presta, un film che ci rimanda alla scuola hard-boiled, intimamente hard-boled al di là presumibilmente delle sue intenzioni, non uno scimmiottantamento superficiale intendo, allora godiamo come ricci.
Non è posto qui per parlare  di letteratura: ma leggete i romanzi di Spillane e capite cosa intendo: c’è più liberalismo in Mike Hammer che in tutta la produzione di Luigi Einaudi.

La storia: Giugno 1974. Una bella ragazza uccisa brutalmente nella sua camera da letto. Benjamin Esposito (Ricardo Darín) aveva indagato insieme al suo assistente alcolizzato Pablo Sandoval (Guillermo Francella), e l’affascinante e bella cancelliere Irene Menendez-Hastings (Soledad Villamil) per venirne finalmente a capo, individuando rocambolescamente Isidoro Gómez (Javier Godino).
Gómez viene processato e condannato ma solo un mese dopo uno spregiudicato e potente collega di Esposito, riesce a farlo liberare per indispettirlo e lo assolda come guardia del corpo di Isabel Perón.
In seguito Pablo viene assassinato e Benjamin cambia città, lontano da Irene.
Venticinque anni dopo Benjamin vuole raccontare la storia in un romanzo e riprende i contatti con lei e va a trovare Morales che si è trasferito in una casa di campagna, alla periferia di Buenos Aires.
Qui la scoperta che Morales ha sequestrato Gómez e lo tiene prigioniero da venticinque in una gabbia anni senza mai rivolgergli la parola; d’altronde, non era stato condannato all’ergastolo?
Il film termina con l’amore tra Benjamin ed Irene.

Il regista e sceneggiatore argentino avanza e indietreggia nel tempo con mano ferma ed arte assoluta, senza mai fare confusione e senza mai sviare l’attenzione dalle debolezze della trama. Se c’è qualcosa che non vi è chiaro, dice, arrangiatevi. Gliene siamo grati, perché la storia si narra da sola e siamo impazienti, perdoniamo e andiamo avanti.

Tratto da un romanzo di Eduardo Sacheri e vincitore dell’Oscar 2010 come miglior film straniero, il film ha tanti pregi, oltre a questa mancanza di timidezza. Il trucco dei personaggi, per esempio: leggerissimo, solo luci, pettinature, vestiti d’epoca, attori bravissimi (noi ce li sognamo, in Italia) che non hanno bisogna d’altro. Uno straordinario ed emozionante piano sequenza nello stadio gremito per la partita. I bar sono bar, si dicono le parolacce, i sentimenti sono duri e semplici, le vicende politiche fanno da sfondo in modo naturale, la storia si racconta da sola, il regista è solo strumento e non interviene con fisime di alcun genere.
Film duro, per adulti, uno dei rari dove nessuno si comporta da idiota e le scene più osate sono credibili.

Il finale riassume la vicenda ma non ce n’è bisogno, tanto anche lo spettatore più incapace (qui presente) ricorda perfettamente tutto.

Nel 2015 è stata realizzata la versione statunitense del film, diretta da Billy Ray, con Nicole Kidman e Julia Roberts: una pisciatina tiepida, lasciate perdere.

 

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