SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il dormiglione” di Woody Allen (1973)

di Roberto Bolzan

Siamo nel 2173. L’America è nelle mani di un Grande Leader che esercita un potere dittatoriale. Un gruppo di scienziati ribelli scongela Miles Monroe, un uomo ibernato nel 1973, a cui sarà affidato il compito di indagare sul misterioso piano Ires. Miles, travestito da robot, viene affidato alla poetessa Luna. Quest’ultima lo denuncia e la polizia decide di sottoporre entrambi alla riprogrammazione del cervello. I due fuggono ma Miles viene catturato e reso innocuo. Luna diventa una ribelle e si innamora del leader Erno. I due salvano Miles, che riacquista la memoria. Luna e Miles scoprono che del Grande Leader è rimasto solo il naso. Sottrattolo ai medici, lo gettano sotto una schiacciasassi. Alla fine, Miles dichiara a Luna il suo amore.

Penultimo film comico di Woody Allen, l’ultimo vedibile con piacere a nostro modesto ma impegnativo parere, prima della conversione all’intellettualismo cerebrale che ci ha impedito di vedere il seguito. La trama non fa giustizia dello scoppiettio di gag e di battute ma anche di brani nei quali Allen riprende ed imita Buster Keaton e Chaplin in quello stile slapstick che è la storia del cinema comico. Anarchia, quindi, uso del corpo, comicità di base, battute semplici e dirette, scene affastellate senza badare ai tempi canonici; quel genere di comicità apparentemente infantile che amiamo immensamente se e quando propinata con intelligenza. E, nel primo Allen, di intelligenza ce n’è in quantità, al punto che anche battute su Nixon, irrimediabilmente datate, risultano pungenti e vive.

Ci piace immensamente anche Amore e guerra ed avremmo voluto dedicare a questo capolavoro e canto del cigno insieme la nostra recensione, ma l’occasione di parlare di robot è troppo ghiotta.

Perché il film narra di una società in cui il lavoro è completamente compiuto dai robot ad agli umani non rimane che l’aristocratica pena di trascorrere il tempo coltivando le arti e principalmente quella del passatempo. I rapporti umani escludono le passioni ed anche il sesso è praticato con l’orgasmatic. Richiamando il 1984 di prammatica, la società è retta da una dittatura che si occupa di orientare i pensieri e non lasca alcuno spazio alla dissidenza ed al pensiero autonomo. Questo finché non si scopre, appunto, che anche il Grande Leader è un’impostura.

Ma il tema che ci attrae e l’immagine che ci cattura sono quelle dei robot, di una società nella quale il lavoro non è più il centro della vita. Noi siamo abituati a pensare alla dignità conferita all’uomo dal lavoro. Questo concetto ha portato l’occidente attraverso tutti ala modernità, a partire dal risoluzione industriale, e sta definitivamente tramontando. L’ansia di trovare lavoro a tutti, sia pure da cameriere in qualche McDonalds, non ha più senso. Ciascuno si trovo un occupazione che non sia lavoro e che sia socialmente gratificante, poeta, politico, compagno da osteria, esploratore, quello che desidera. Il film nostra una società annoiata, priva di quel senso che il contatto con il proprio lavoro dava alle persone, ma quei tempi sono irrimediabilmente perduti. A noi immaginare il senso per un mondo nuovo. Ma qui siamo già fuori dal commento al film e ci fermiamo.

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