SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il falò delle vanità ” di Brian De Palma (1990)

di Roberto Bolzan

Ci ha lasciati Tom Wolfe, giornalista e cultore di un romanzo realista sulla scia di Steinbeck, Faulkner, Hemingway e Fitzgerald, gente per noi sacra, e noto per quel termine, radical-chic, che tanto c’intriga.

A cinquantasei anni pubblica la sua prima fiction-novel, un ponderoso volume, subito caso letterario destinato all’adattamento per il grande schermo, dipingendo il ritratto di un antieroe contemporaneo, Sherman McCoy (Tom Hanks), colonna di Wall Street che, per un crudele gioco del destino, si trova coinvolto in una vicenda strumentalizzata dai media e al centro di bassi intrighi politici.
Attorno alle sue disgrazie (di Sherman McCoy), che insieme all’amante Maria (Melanie Griffith) investe con la sua Mercedes un ragazzo nero, svolazzano diversi avvoltoi: il reverendo Bacon (John Hancok) il procuratore Abe Weiss (F. Murray Abraham), il giornalista Peter Fallow (Bruce Willis) coprotagonista e voce narrante, fino a che, dato in pasto alla stampa, finito in rovina, piantato dalla moglie Judy (Kim Kattrall), grazie ad un nastro riesce a dimostrare la sua innocenza e si salva.

Il film di De Palma – stroncato dalla critica e fallimentare al botteghino – epura tutto il sostrato drammatico del libro, la densa e cupa coltre kafkiana e il tormento del protagonista per fare della storia una satira a tinte esagerate ed esorbitanti.

La satira che ne esce è sì povera ed innocua (che il mondo della finanza sia popolato da pescecani, lo sappiamo già, che sia immorale, perverso e corrotto non fa altro che alimentare la nostra morbosa curiosità) e la sceneggiatura (del premio Pulitzer, Michael Cristofer) da un lato semplifica necessariamente un romanzo sterminato mentre dall’altro ne sacrifica la pedante descrizione sociologica; ma di tutto questo, a dire il vero, saremo sempre grati.
Perfino il giudice White (Morgan Freeman) nel monologo di prammatica si premura di ribaltare i luoghi comuni del genere legal-drama, ma allegramente, senza mai dare l’impressione di insegnare.

De Palma, fregandosene della scrittura, gira da par suo, sempre a lettere maiuscole, con grande scialo di grandangoli, carrelli vorticosi, plongée, contro-plongée, supine e quant’altro.

Noi, sbalorditi dal rutilante piano sequenza iniziale di quasi cinque minuti (World Trade Center), apprezziamo un cast perfetto e ci godiamo il gusto della gigantografia, il piacere dell’esagerazione, la dilatazione grottesca dei personaggi, il savonaroliano falò delle vanità, le fatue ricchezze, il prestigio effimero e l’illusione del potere.

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