SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Big eyes” di Tim Burton (2015)

di Roberto Bolzan

Da qualche parte nel dormiglione Woody Allen immagina che la società del futuro avrebbe considerato i quadri di Margaret Keane come una tra le più alte forme d’arte del passato.

Erano in realtà di una bruttezza impressionante. Bambini e bambine con gli occhioni enormi, i vestitini da orfanelli, in braccio un gattino, un cagnolino, un peluche, sullo sfondo vicoli o macerie. Orrendi, ma invasero le case dei nuovi sobborghi americani, quale con il giardino davanti e dietro e alle pareti le stampe della Keane non potendo permettersi i quadri.

C’è una moglie timida e introversa (Margaret Keane – Amy Adams) che per esprimere se stessa non fa altro che dipingere quadri in cui spuntano come folletti dei bambini dagli occhi enormi. C’è anche un marito (Walter Keane – Christoph Waltz), scaltro anche troppo, che conosce il vero valore di quelle opere e si attribuisce la paternità di quei dipinti.
Presa tra l’incudine e il martello, tra la vita prospera che le garantisce il marito e la paura per le sue violenze nonché il dolore di vedere disconosciute le sue qualità, Margaret divorzio e poi rivela al mondo la verità, che poi le viene riconosciuta dal tribunale dopo una straordinaria udienza nella quale viene chiesto a lei ed al marito di dipingere per provare le rispettive capacità.

Tim Burton lascia le atmosfere cupe, fiabesche ed oniriche dei suoi film più noti e il gotico che tanto gli si addice o il puro divertimento fumettistico di Mars attacks per raccontare una storia  ordinaria, sia pure eccezionale. Ma niente ci autorizza ad ignorare la sua mano artistica.

La straordinaria tavolozza delle immagini, colori sgargianti ancora più carichi di quelli dei dipinti, è Tim Burton. Colori non aggiunti per un lezioso compiacimento ma necessari al racconto. L’istrionismo eccessivo dell’irritante Walter Keane sono Christoph Waltz e insieme Edward mani di forbice, l’essenza insomma di Tim Burton e del racconto stesso, senza il quale avrebbe perso il suo senso.
Ad un grande regista non serve il barocco per firmare le sue opere. Le firma in ogni fotogramma perché ogni fotogramma ha senso nella sua energia creativa.

A noi, presi da vicende di giustizia italiana e dal degrado morale che ne deriva, piace segnalare la parte finale con il processo, che si risolve con il giudice che  dispone che i due dimostrino davanti a lui la capacità di dipingere. E lì tutto si risolve. In un’ora giustizia è fatta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *