SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Chinatown” di Roman Polanski (1974)

Di Roberto Bolzan

Film crudelissimo e terribile, nero, vero hard-boiled girato non negli anni ’40 ma nei ’70, con la stessa implacabile netta precisione di un romanza di Hammett.

Bei tempi quelli! impressionati dal metalinguismo oggi si fanno i film con troppe intenzioni ed una storia come questa diventerebbe il pretesto per colte citazioni, mentre gli attori farebbero esercizi di bravura fini a sé stessi. E il male, invece di riflettersi nello sguardo di Jack Nicholson, sarebbe illustrato con uso di trucchi e animazioni.

Film di trama, quindi. L’investigatore J.J. Gittes (Jack Nicholson) viene assoldato da una donna che si presenta come la signora Evelyn Mulwray per investigare sulla presunta infedeltà del marito. Il giorno dopo la vera moglie di Mulwray (Faye Dunaway). Quando il marito viene ritrovato annegato in un bacino idroelettrico, Gittes inizia ad indagare si strane storie di acqua che apparentemente viene utilizzata per irrigare dei terreni agricoli ma in realtà viene dispersa. Il tutto è legato ad una speculazione edilizia in corso di cui è capofila il padre di Evelyn, Noah Cross (John Huston). Gittes decide di scoperchiare questo sistema di malaffare per scoprire delle realtà inconfessabili sulla famiglia Cross. Nella fuga di Evelyn con la sorella, a Chinatown succede l’irreparabile, con la sconfitta di Gittes.

La­scia per­de­re Jack. È Chi­na­to­wn.” sono le ultime parole del film; un mondo senza regole dove è quasi impossibile de­scri­ve­re la vio­len­za so­cia­le, po­li­ti­ca, mo­ra­le, este­ti­ca e fi­si­ca in cui si av­vol­ge tutta l’opera.
Git­tes si muove come il clas­si­co eroe tra­gi­co: solo con­tro tutti, alla ri­cer­ca della ve­ri­tà, non ac­con­ten­tan­do­si solo di tro­var­la, ma con la vo­lon­tà di usar­la per as­sal­ta­re il cielo, fa­cen­do ca­de­re i veri pesci gros­si che muo­vo­no i fili di un tea­tri­no fatto di morti, spe­cu­la­zio­ni, tan­gen­ti, af­fa­ri mi­lio­na­ri. La sua ca­du­ta è tanto più tra­gi­ca quan­to mag­gio­re è il suo tasso di ge­nui­no idea­li­smo, e ne ri­ma­ne scon­vol­to.

A oltre quarant’anni dalla sua uscita originaria Chinatown ha mantenuto inalterata tutta la sua cupa bellezza, insieme a quell’aura mitica che si addice ad un’opera fuori dal tempo, in grado di stupire, coinvolgere ed ammaliare ancora oggi come quattro decenni fa.

Parleremo anche del Il lungo addio di Altman, girato appena un anno prima: stesso genere ma con l’intento di decostruirne il canone con ferocia iconoclasta. Con Polanski siamo nel cinema classico, capace di raccontare in maniera sublime, im­pla­ca­bi­le nella sua ri­go­ro­si­tà. Dia­lo­ghi scat­tan­ti, densi, ca­ri­chi di in­for­ma­zio­ni ep­pu­re com­pren­si­bi­li, come da tra­di­zio­ne.Fo­to­gra­fia e ottiche stra­ri­pan­ti. E in­fi­ne la regia in sé, la per­fe­zio­ne for­ma­li­sta in una delle mas­si­me espres­sio­ni del ci­ne­ma di ogni tempo.

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