SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “J. Edgar” di Clint Eastwood (2011)

di Roberto Bolzan

Amiamo Clint Eastwood con tutto in nostro cuore e tutte le nostre forze. Proprio per questo non riusciamo a concepire e troviamo detestabile questo film, che in due ore e mezza ha l’unico scopo di portare ad una scena casalinga di vestaglie, gelosia e bacio con goccia di sangue il mitico direttore dell’FBI ed il suo vice, elevato tramite promozione lampo in un’altra scena che non qualifichiamo (il fazzoletto che segna l’intimità tra i due e che ricorre in tutto il film, ecco, non avremmo mai voluto vederlo).

J. Edgar Hoover, dunque, creatore e direttore del  FBI, mitico personaggio sopravvissuto ad otto presidenti americani in cinquanta anni di carriera, superbamente interpretato da Leonardo di Caprio.
La pellicola inizia tra attentati e bombe, bolscevichi, radicali, gangster e delinquenti di ogni risma, attraversa dunque la storia americana, e Hoover è la rivoluzione investigativa e la consolidazione del Bureau, compie la deportazione dei comunisti, cattura John Dillinger e George Kelly, indaga sui rapitori del piccolo Lindbergh e illecitamente sulle Pantere Nere e sul movimento per i diritti cvili di Martin Luther King. Catalogatore di libri nella biblioteca del congresso, Hoover impone la catalogazione delle impronte digitali e crea un suo archivio personale di intercettazioni con le quali ricatta i politici costruendo il suo potere personale (ricorda qualcosa?).

Poi il documentario si perde in psicologismi di maniera. La madre di Hoover è presa paro paro da Psyco, al punto che pare di vedere comparire Anthony Perkins (gli attori non si oppongono, perché? sono ben pagati, ma appunto, rifiutatevi no?). Ovviamente il padre è un debole sovrastato dalla personalità della moglie. Ovviamente è questa la causa dell’omosessualità del figlio devoto, che mai la rivelerà per non dispiacere alla mamma.
Ovviamente tutto questo va spiegato pedissequamente.
L’asticella del politicamente corretto sale di minuto in minuto ma in maniera così maldestra che fatichiamo a crederci. Dustin Lance Black, mormone e attivista lgbt, sceneggiatore del film, ha purtroppo segnato il punto.
Alla scena del ballo rifiutato, quando Hoover sarebbe entrato in crisi all’idea di ballare con una femmina (ovviamente quando va in crisi balbetta), chiediamo pietà. Per fortuna siamo quasi alla fine di una storia interminabile.

Parliamo di Di Caprio. La sua bravura è mostruosa, ma è senz’anima. Invecchia di cinquant’anni senza mostrare mai il trucco, cosa che gli altri attori non riescono ad evitare. Ma è senz’anima. L’avesse, non avrebbe accettato questo film. Come in The Wolf of Wall Street, dove i pezzi di bravura, indiscutibili, sono fini a sé stessi, sono assoli senza orchestra. Ma l’orchestra serve e, senza, nessuno andrebbe a sentire solo gli assoli.

PS: non tutto è negativo nel film. La mamma, dopo avergli scelto la cravatta, gli dice, a Edgar: “deciditi a fumare, segui i consigli del dottore”. L’abbiamo molto apprezzato.

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