SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Assassini nati (Natural Born Killers)” di Oliver Stone (1994)

di Roberto Bolzan juliette-in-natural-born-killers-juliette-lewis-13887148-853-480

Si passa un pomeriggio di malinconia ad ascoltare i brani di un grande che ci ha lasciati e viene in mente un film che deve alla sua musica un contributo incancellabile. Un film nel quale musica e immagini si mescolano strettamente e non possono essere separati.
Le danze si aprono con Waiting for the Miracle di Leonard Cohen, appunto, e qualunque cosa scorra sotto le note di Cohen diventa immediatamente calda, erotica, affascinante e intrigante.

Parliamo di un film onirico e delirante, ingiustamente dimenticato eppure memorabile, straordinario, estremo.

Tratto da un soggetto di Quentin Tarantino, che però poi lo ripudierà violentemente, racconta una storia di estrema violenza e di amore perverso. Due giovani, un ragazzo e una ragazza, seminano il panico e la morte. Sono serial killer senza scrupoli e senza una vera e propria ragione. Imprigionati dopo il 54° omicidio, diventano divi della televisione e riusciranno a fuggire.
Protagonista è la Route 66, dove Mickey e Mallory Knox vengono importunati in un locale e dove inizia la storia sadica e sanguinaria. La fuga è costellata di una serie di omicidi. Ogni volta viene lasciato in futa un solo testimone, che possa raccontare che sono sono stati Mickey e Mallory.
Un flashback sulla loro storia d’amore rivela l’origine della loro perversione (Mallory veniva violentata dal padre praticamente sotto gli occhi della madre, Mickey ha assistito al suicidio del padre quando era piccolo. Mickey aiutava Mallory a uccidere i genitori).
Sulla scia ininterrotta di delitti si precipita il detective Jack Scagnetti motivatissimo a catturare i due assassini che si dirigono verso il deserto.
Qui la coppia vien ospitata da un indiano e prova l’esperienza degli allucinogeni, ma per sbaglio Mickey uccide l’indiano. Poi vengono morsi dai serpenti e, al termine di un lungo viaggio allucinato e di demenziale e gratuita violenza, vengono catturati.
In carcere i due diventano dei divi e vengono intervistati da Wayne Gale per American Maniacs, una rivista incentrata sui crimini degli assassini più spietati degli Stati Uniti.
Il gran finale inizia con la fuga dei due durante una rivolta di detenuti, nella quale muoiono Scagnetti ed il sadico direttore del carcere. Alla fine anche Wayne viene ucciso: non servono testimoni, tanto c’è la telecamera che trasmette tutto al pubblico.
Alla fine, sulle note di The Future, sempre di Leonard Cohem, Mickey e Mallory si vedono viaggiare in autostrada a bordo di un camper con i loro bambini.

Tutto è portato al limite, fino all’eccesso: i tramonti e il sangue hanno il rosso acceso del technicolor, il montaggio rapidissimo che mescola animazione, spezzoni di documentari stile National Geographic, flash del passato e spezzoni di vecchi film. Stone ha usato 18 tecniche diverse cucendo immagini in 8, 16 e 35 mm, spezzoni girati in super 8 e in videocassetta o fotogrammi glitchati. virate in bianco e nero, con differenti gradi di saturazione. I lregistro è frammentato, con continui inserti a intervallare il filone principale della storia. La scena della polizia, per esempio, è montata con spezzoni di un vero inseguimento a cui è stato soggetto insieme ad una donna della troupe dopo una guida disordinata mentre erano sotto l’effetto di funghi allucinogeni. i servizi di cronaca sono presi dai telegiornali, i flashbacks sono ambientati in sit-com anni cinquanta, le scenografia sono apertamente ispirate ad Arancia meccanica, e via dicendo, con scene da trip allucinogeno e omaggi al cinema noir e citazioni di ogni genere, una giostra di generi assemblati volutamente in maniera caotica ed a tratti subliminale.

La colonna sonora, dicevamo: The way I walk di Robert Gordon, Shitlist delle L7, Moon over Greene County di Dan Zanes, La vie en rose, No no man di Steven Jesse Bernstein e Rock n Roll Nigger di Patti Smith, e a questo punto siamo solo alla scena iniziale, giusto il tempo di fare sterminare una manciata di bifolchi nel locale sulla Route 66. Il resto segue, memorabile.

Il cast è perfetto: Woody Harrelson freddo e con gli occhi di ghiaccio èi un vero e proprio psicopatico; Juliette Lewis sembra l’anarchia fatta persona; Tommy Lee Jones un malandato cattivo doc; Robert Downey Jr. un anchorman con la sete di successo che aggancia la coppia di killer e li segue fino alla fine pur di fare lo scoop della sua vita.

“Un sacco di gente là fuori è già morta e non lo sa e ha bisogno di essere liberata. E a questo punto arrivo io, il messaggero del Destino. Se un giorno un chicco di grano cade nel terreno e muore non è poi cosi grave, ma forse morendo lui porterà con sé molti frutti”. La frase potrebbe essere  mutuata dalla Violenza ed il sacro di René Girard, il concetto del capro espiatorio e il meccanismo mimetico che causa la violenza stessa.  Per fortuna Stone non è un Coppola qualsiasi e non ha bisogno di mostrarci i dorsi dei libri (il Ramo d’oro di Frazer in Apocalypse now, a dirla tutta e fuori dai denti)  per farci vedere quanto è colto. Il suo è cinema autoreferenziale, non ha bisogno di null’altro per esistere né di essere nobilitato dalla letteratura.

Un capolavoro dimenticato, di pura sperimentazione, girato in 53 frenetici giorni nel deserto.

 

 

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