CONTRO LA POLITICA COME PROFESSIONE

Cetto Laqualunque

di Alberto Piovani

Mi dà molto fastidio rimpiangere i bei tempi andati, un po’ perché mi fa sentire vecchio, un po’ perché so benissimo che il passato non era meglio del presente.
Ultimamente però, mi trovo a domandarmi perché nella politica, non solo italiana, non nascano più leader di qualità.
Esiste qualcuno in grado di reggere il confronto con Einaudi o De Gasperi ?
Esistono in Europa degni eredi di Adenauer, De Gaulle, Thatcher, Kohl ?
E negli Stati Uniti possiamo dire che Obama, Bush jr e sr, Clinton, siano stati all’altezza di Reagan o Kennedy ?
Se le risposte, come credo, sono sempre no, allora è incontestabile che il livello medio della classe politica nelle democrazie mature è in netto e continuo peggioramento.
Come spiegarlo ?
La sola risposta razionale che mi viene è che i politici di professione sono peggio dei politici “dilettanti”.
Provo a spiegare perché.
Per fare un buon politico occorrono soprattutto: capacità di ottenere consenso e capacità di prendere buone decisioni.
Ometto volutamente di parlare d’onestà, non perché non serva, ma perché è inutile illudersi che il ceto politico sia meglio del resto della società.
Peccato che le due caratteristiche sopra citate siano in contrasto tra loro.
L’esigenza di farsi rieleggere male si concilia colle decisioni coraggiose che hanno un costo immediato a fronte di benefici maggiori in futuro.

Sempre più spesso il politico di mestiere, ovunque, tende a preoccuparsi solo del breve periodo per avere garanzia di conservare la poltrona.
Infatti se voglio prendere voti in fretta, prometterò mari e monti agli elettori senza pormi il problema di chi dovrà pagare.
Di contro se voglio rendere sostenibile quanto promesso, dovrò o limitare le promesse o reperire risorse a copertura (leggasi tagli di spesa o nuove tasse).
La storia ci insegna che vincono sempre coloro che fanno grandi promesse, anche se sappiamo tutti che alla fine i conti qualcuno dovrà pagarli.
Ma poiché nel lungo periodo saremo tutti morti, si spera che il conto venga presentato dopo la nostra dipartita.
Gli esempi di Argentina, Grecia, Venezuela, solo per citare gli ultimi casi, dimostrano chiaramente che non si può vivere in eterno di promesse, che prima o poi i conti colla realtà vanno fatti.

Ed anche l’esigenza di rivolgersi al maggior numero di elettori mal si concilia colla necessità di proporre soluzioni efficaci, ma complesse.
Chi è in grado di capire cosa sia il QE ?
Quanti elettori sono in grado di distinguere tra teoria economica keynesiana e monetarista ?
Chi ha letto per intero la costituzione italiana ed è in grado di confrontarla con quelle di altri paesi ?
Quanti sanno collocare in una successione temporale i grandi eventi storici e capire le conseguenze che hanno avuto sull’evoluzione del mondo ?
L’elenco di domande retoriche di questo tipo potrebbe essere infinito.
E quindi, se l’unica preoccupazione è quella del consenso immediato, molto meglio rivolgersi alla pancia degli elettori con messaggi semplici, a volte rozzi, che non richiedono alcuno sforzo né di spiegazione né di comprensione.
Se poi ci aggiungiamo che l’elettore medio non ama leggere ed affida la propria conoscenza della politica solo alla televisione, ecco che l’effetto perverso di semplificazione si amplifica ulteriormente.
Basta un solo concetto ripetuto ossessivamente per vincere una competizione elettorale.
Berlusconi e l’abolizione dell’IMU o Renzi e la rottamazione della vecchia classe dirigente sono esempi chiari di ciò.
Se invece prendiamo in considerazione il politico “dilettante” ci rendiamo conto che tende a soffrire molto meno dei difetti del suo omologo professionista.
Prima di spiegare più in dettaglio tale affermazione è bene però definire il concetto di dilettante.
Per dilettante definiamo quella persona che, ad un certo punto della carriera lavorativa, decide di interromperla per dedicarsi ad un incarico politico.
Non è da considerarsi dilettante chi, come ad esempio molti parlamentari 5 stelle, entra in politica senza fare la classica trafila d’attivista di partito, ma colla chiara intenzione di farne un’attività lavorativa a tutti gli effetti.
Diciamo che il dilettante che auspichiamo è il politico pro tempore, colui che trascorrerà solo un periodo limitato della propria carriera in politica.
Il politico di questo tipo è da preferirsi perché non avrebbe l’ossessione della rielezione ( avrebbe pur sempre un mestiere da fare ) e perché avrebbe già maturato un bagaglio di competenze maggiore e più variegato di chi in vita sua si occupa solo di politica.
Un politico dilettante quindi, a parità d’intelligenza, garantirà più probabilità di prendere buone decisioni in quanto dotato di maggiori competenze e di visione di medio lungo periodo.
Come far sì che la politica torni ai dilettanti e non sia attività per mestieranti ?
Di seguito elenco alcune proposte senza alcuna pretesa di essere esaustivo ed essendo consapevole che sarebbero solo un rimedio parziale e non risolutivo alla cattiva politica.

1) Alzare l’età per l’elettorato passivo a 35/40 anni.
Questo limite d’età andrebbe modulato in funzione della carica a cui ci si candida, come avviene già per Camera e Senato.
L’utilità del limite d’età all’ingresso in politica consiste nel fatto che prima si dimostra di valere in altro ambito poi ci si dedica alla politica.

2) Limitare il numero di mandati a tre.( Dove per mandati si intendono tutti i mandati politici: consigliere comunale, provinciale, regionale e deputato o senatore ).
In questo secondo caso la carriera politica non può durare più di 15 anni e non può essere quindi il mestiere di una vita.

3) Creare un meccanismo che tenda a ridurre compensi e privilegi dell’attività politica in modo da renderla meno attrattiva per gli avventurieri in cerca di guadagno facile.
Si potrebbero ad esempio sottoporre a referendum confermativo i provvedimenti che riguardano modifiche ai compensi dei membri delle varie assemblee politiche.
Se, inizialmente prevarrebbe l’orientamento anticasta,con bocciature a ripetizione di aumenti di stipendio e pensione della classe politica, col tempo è prevedibile che gli elettori si renderebbero conto della necessità di pagare adeguatamente il lavoro degli eletti per evitare che il livello qualitativo medio del ceto politico scenda sotto livelli accettabili.

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