“The Irishman” di Martin Scorsese (2019)

Film sterminato. Giuro. Fin dall’inizio si preannuncia sconfinato.
E così è: inizia negli anni ’50, attraversa la storia degli Stati Uniti, l’elezione di Kennedy, la Baia dei Porci, l’assassinio di Kennedy, la scomparsa di Hoffa e tante altre vicende minori finché pare che lo zampino delle famiglie italiane si allunghi anche alla Serbia del 1991 e sicuramente oltre.

In una casa di cura, seduto su una sedia a rotelle, Frank Sheeran (Robert De Niro), veterano della seconda guerra mondiale, racconta la sua vita da sicario della mafia.
Tramite l’avvocato Bill Bufalino entra in contatto con Russell, capo della potente famiglia criminale Bufalino (Joe Pesci) e tramite questo con Jimmy Hoffa (Al Pacino), il capo dell’International Brotherhood of Teamsters, sindacato dei camionisti.
Il fratello di John Kennedy, Robert, procuratore generale degli Stati Uniti, riesce a mandare in galera Hoffa. L’assassinio di Kennedy non è estraneo alle attività della mafia, che vuole rimettere le mani sui casino dell’Avana e non gli perdona il fallimento della Baia dei Porci.
Uscito di prigione Hoffa vuole riprendersi il sindacato ma compie mosse sbagliate e viene eliminato.
Un po’ alla volta muoiono tutti e il film si chiude con un ottuagenario Sheeran che si prepara alla fine.

Conosciamo film di lunghezza smisurata: Barry Lyndon dura 184 minuti, Solaris poco meno, Andrej Rublëv anch’esso un po’ di più di tre ore, Heimat 14 ore ma è a puntate, per non dire di Balla coi lupi, C’era una volta in America, Il signore degli anelli e Via col vento, tutti ben sopra le tre ore.

Quel che sgomenta in questo è l’avere a che fare con una sit-com sterminata.  Divisa in 6 puntate sarebbe perfetta.

Leggiamo: “le sitcom sono basate sulla rappresentazione dell’interazione emotiva e sociale di un ristretto numero di personaggi immersi in un ambiente familiare e sostanzialmente ordinario, in cui lo spettatore può facilmente immedesimarsi.”
E in cosa ci possiamo più facilmente immedesimare che nel negozio di barbiere dove già sappiamo che ci sarà l’omicidio, nell’auto che esplode girata la chiave d’accensione, in quel che viene strangolato dal passeggero seduto sul sedile posteriore dell’auto? Hai appena fatto uno sgarbo e qualcuno ti fa “ehi!” mentre rientri la notte e sei solo. Che succederà mai?
Per di più regista e attori sono quasi ormai come dei parenti, occupando una parte consistente del cinema da qualche decennio a questa parte.
E questi vecchietti parlano, parlano. Al bar, parlano. In spiaggia, parlano. In auto, parlano. Sono in casa e parlano. Camminano e parlano. Messi su un divano parlerebbero per tre ore e mezza senza interruzioni.
E’ Netflix, bellezza.

E poi di Kennedy sappiamo tutto, sulla mafia, Castro e i casinò abbiamo tutti letto American tabloid e la Trilogia americana di Ellroy. Tutto il resto è noia, se permettete.

Il film è costato 20 anni di maturazione e 160 milioni di spesa. Non contestiamo i 20 anni ma la spesa: 140 milioni in meno di digitale per ringiovanire De Niro e Al Pacino. Spenderne solo 20 ma in allegria, senza l’ansia di lasciare un testamento, il film sarebbe potuto essere anche bello.

 

“The Irishman” di Martin Scorsese (2019)

Questo articolo ha un commento

  1. Non ho ancora visto il film ma avrò una marcia in piu per affrontarlo, appena ne svro l’ occasione, grazie alla tua recensione. Grazie Roberto😉

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