Lo Zen della Libertà

Zen guys by water

Vi proponiamo la traduzione di un articolo apparso in un blog (l’originale lo trovate qua https://libertarianzen.blogspot.it/2013/01/the-zen-of-liberty.html?showComment=1463903084284#c7707409773694884479).

L’articolo mette in evidenza alcune affinità fra lo Zen ed il libertarismo, affinità che speriamo poter indagare più a fondo con la collaborazione dell’Abate e dei monaci del monastero Zen Fudenji (vicino a Fidenza). In particolare, la relazione fra la cultura Zen che stimola la libertà interiore, vista come la capacità di “guardare dentro l’abisso”, ed il livello di protezione che gli individui richiedono allo stato sembra essere un tema estremamente interessante.

Buona lettura.

 

 Lo Zen della Libertà (di Ted)

Il libertarismo è una filosofia politica che afferma che gli individui liberi, lasciati a sè stessi, creeranno il maggior benessere per l’intera società semplicemente perseguendo i propri interessi individuali, sempre che non violino i principi di non aggressione verso gli altri individui e che rispettino il diritto di proprietà.  I libertari credono che i mercati nascano spontaneamente là dove l’ingresso al mercato sia consentito a chiunque lo desideri, e che le transazioni di beni e servizi all’interno dei mercati portino a benefici per chi compra e per chi vende. I libertari credono anche che questo processo sia naturale e che proprio questo processo, nel mercato delle idee,  ci abbia portato elementi essenziali del nostro vivere comune come, ad esempio, il linguaggio.

Il buddhismo Zen è l’antica forma del buddhismo Mahayana praticata in Cina e Giappone. Deriva dal Buddhismo Theravada e risale a Siddhartha Gautama, che secondo la tradizione arrivò alla piena illuminazione e divenne il Buddha storico. Detto in parole povere, la filosofia del Buddhismo è che la causa della sofferenza dell’uomo sia l’ignoranza  ed il desiderare ciò che non si può avere. I buddhisti credono in quattro nobili verità: che la sofferenza esiste (in sanscrito si denota con Duhkha, che può essere meglio definita come dolore, frustrazione o malattia cronica), che esiste una causa di essa (in sanscrito Trishna, cioè sete, o desiderio), che ha una cura (l’Illuminazione, o Nirvana) e che per raggiungere questa cura si debba seguire il sentiero ottuplice.

Il sentiero ottuplice è un codice di condotta che comprende la retta comprensione, la retta motivazione, la retta parola, la retta azione, la retta vita, il retto sforzo, la retta consapevolezza, la retta concentrazione. Chi segue questo sentiero creerà un buon Karma per sè stesso e per chi lo circonda. Il Karma non è un’aurora mistica che circonda la tua testa quando fai qualcosa di buono o di sbagliato. Il Karma è il prodotto delle nostre azioni, secondo una regola di causa ed effetto. Se suoni il clacson, la macchina davanti a tesi si accorgerà che il semaforo è verde ed inizierà a muoversi. Può darsi che questo ti permetta di non arrivare in ritardo al lavoro una volta di troppo, oppure no. Ferire gli altri, mentire, rubare o uccidere può avere conseguenze metafisiche, anche se non è certo. E’ invece certo che tutto ciò avrà conseguenze fisiche. Mentire agli altri porterà stress nella tua vita e ti darà probabilmente una pessima reputazione. Rubare può essere remunerativo per un po’, ma il ladro rischia di essere ferito od ucciso quando si appropria di qualcosa con la forza e, comunque, avrà sempre paura degli altri. Inoltre, il sentimento naturale di compassione per gli altri gli causerà stress ed ansia. Uccidere ha conseguenze identiche. E’ quindi evidente che condurre una vita pacifica ed onesta porterà ad un maggior benessere che condurre una vita violenta e disonesta.

Il Buddhismo Theravada e quello Mahayana (che include lo Zen) si dividono sui percorsi da seguire per arrivare all’Illuminazione. Per il Buddhista Theravada, un praticante ordinario difficilmente conseguirà l’illuminazione in questa vita; dovrà praticare per molte vite. Per il Buddhista Mahayana l’illuminazione è possibile, perché è già stata realizzata, ma la nostra ignoranza e la nostra tendenza a vederci separati dal mondo che ci circonda ci sono di ostacolo. Per il Buddhista Mahayana, l’Illuminazione è rimuovere le illusioni e realizzare che ciò che rimane è il nostro vero Io.

Così lo Zen prese piede, non in opposizione alle precedenti forme di Buddhismo, ma piuttosto come lo sviluppo e la maturazione delle idee del Buddhismo Theravada, portandole alle loro naturali conclusioni attraverso l’opera di chi era riuscito a raggiungere l’Illuminazione come Siddharta Gautama  (analogamente, il porre limiti all’azione del governo basandosi sul mercato ed il libero scambio porta naturalmente una persona a sposare le filosofie note come miniarchismo e anarco-capitalismo).

Oggi lo Zen si manifesta al grande pubblico attraverso i pesanti tratti calligrafici tipici delle arti orientali, le cerimonie del the ed i famosi koan come, ad esempio, “Qual è il suono di una sola mano che applaude?” Tutte le arti Zen derivano dall’apprezzare l’essenza delle cose. Libri come “Lo Zen ed il tiro con l’arco” (Eugen Herrigel, Adelphi) ci mostrano la relazione fra pensiero ed azione. Lo Zen è una filosofia di azione, di realtà, che analizza la relazione fra noi e l’Universo che ci circonda.  Lo Zen ha origine dall’intuizione che tutto ciò che esiste è completamente al di fuori della nostra nostra comprensione intellettuale e che esiste in uno stato mutevole, interdipendente di “talià” (Tathata). Le “cose” che appaiono, che noi classifichiamo come separate ed indipendenti non hanno, infatti, un’essenza propria oltre a quella che noi attribuiamo loro.

Consideriamo, ad esempio, una sedia. Supponiamo che sia di legno. Per noi, la sedia ha una forma specifica ed esiste separatamente da cose come tavoli ed alberi. Ma questa essenza di “sedietà” che noi percepiamo esiste solo dentro di noi.  Ciò che abbiamo è un oggetto, fatto da qualcuno, da qualche parte del mondo, che noi riconosciamo come sedia. Questo oggetto ha gambe, un posto su cui sedersi, quindi è una sedia (ed anche il Buddhismo Zen è d’accordo su questo punto, per scopi pratici). Ma cosa succede se la spostiamo? E’ ancora una sedia? Se le seghiamo due gambe? E se fosse piccola, come quella della Barbie, perderebbe la sua “sedietà” o sarebbe solo il modello di una sedia con la sua “modello-di-sedietà”?

Che accade se ci sediamo sul tavolo? Il tavolo diventa una sedia? Beh, per ogni intento e scopo, sì, se ti siedi su una tavolo, il tavolo diviene una sedia. Ma il tavolo non è cambiato, ciò che è cambiato è la tua mente. Cosa possiamo dire di una sedia che sia immutabile? Se la sedia è fatta di legno, cosa che possiamo verificare con certezza, possiamo dire che la sedia è stata realizzata con pezzi di legno, tagliati, sabbiati ed assemblati con viti per costruirla. Ma da dove viene il legno? Facciamo l’ipotesi che il legno sia di una quercia del Maine, tagliata per fare mobili. Va bene, ma cos’è il legno? E’ il materiale che costituisce l’albero. Gli alberi sono grandi piante usate per fare sedie. La quercia nasce dalla ghianda, che a sua volta è nata da un’altra quercia. La ghianda necessita acqua, aria, terra e luce solare per germogliare verso il cielo. Dunque la quercia, e gli alberi in generale, non possono esistere come entità isolate. Essi richiedono l’esistenza di acqua, aria, terra, insetti, uccelli e, in tanti casi, anche di chi li userà per fare sedie. In questo modo, ogni cosa dipende da ogni altra cosa nell’Universo e nulla è permanente. Esattamente come la sedia, anche le nostre identità hanno una natura elusiva.  Però, indipendentemente da come esiste nella nostra mente, la sedia è lì, sotto di te. Lo Zen cerca esattamente di confutare la visione psicologica di un mondo isolato e frammentato, fatto di entità separate fra loro.

L’obiettivo del Buddhismo Zen è di capire la vera natura di noi stessi e, facendo questo, dello stesso Universo.

Così, finalmente, sono arrivato al punto cruciale della mia discussione, cioè che il Libertarismo e lo Zen hanno tantissimo in comune.

Nel suo articolo “Io, la matita”, l’economista Leonard E. Read afferma che nessuno sulla Terra sa come fare una matita. In principio questo può sembrare assurdo, ma approfondendo la questione ci si rende conto che l’affermazione è corretta. Infatti, per fare una matita partendo da zero è necessario tagliare il legno. Ma per tagliare il legno serve una sega, per fare la quale è necessario estrarre ferro e trasformarlo in acciaio. La grafite dovrà essere estratta da qualche altra parte e la gomma per cancellare dovrà essere prodotta attraverso un altro procedimento, completamente diverso dai precedenti. Se qualcuno volesse farsi una matita da sè, il costo finale potrebbe essere di qualche milione di Euro e potrebbe impiegare anni per costruirla. Infatti, le matite non sono fatte in questo modo. Esse sono prodotte dalla cooperazione di milioni di individui, ognuno dei quali lavora per migliorare le proprie condizioni di vita; ognuno collabora volontariamente, in assenza di coercizione e facendo affari con gli altri e tutti pensano che gli affari portati a termine siano di beneficio per entrambe le parti. Così, noi siamo oggi in grado di comprare una scatola di matite per pochi Euro, senza prestare molta attenzione a quanto sia complesso realizzare ciascuna matita. E la matita è probabilmente uno degli oggetti più semplici che utilizziamo oggi. Le persone che concorrono a creare la matita spesso non sono a conoscenza l’uno dell’altro. Essi provengono da storie diverse, diverse classi sociali ed economiche, abitudini e religioni, spesso parlano lingue diverse. Nonostante ciò, possiamo comprare le matite a bassissimo prezzo. Secondo Read, le persone in questo processo sono guidate da una “mano invisibile”. L’esistenza della nostra società ed il miglioramento delle condizioni di vita di tutti non è a scapito degli interessi personali delle persone ma, al contrario, è un prodotto necessario di questi interessi.

Lo Zen ci insegna che siamo una parte inseparabile dell’Universo in cui viviamo, che è perfetto e completo. Sono le nostre illusioni e la nostra ignoranza che non ci permettono di vederlo come tale. Il Libertarismo ci insegna che la società funziona al meglio quando gli individui sono liberi di decidere, vincolati solo dal vincolo della non aggressione. La discordia nasce quando cerchiamo di interferire, tentando di riparare cose che non sono necessariamente rotte.

Le persone sensibili possono sentire che il mondo soffre di “ingiustizia sociale”, che dovrebbe essere eliminata dallo Stato. Così votano perchè siano approvate leggi che tassano il benessere per sussidiare il povero, o che innalzano il salario minimo nel tentativo di migliorare le condizioni di vita delle persone all’ultimo gradino della scala sociale. In realtà queste leggi arrecano danno al povero, perché un salario minimo troppo elevato semplicemente non permetterà ai datori di lavoro di assumere personale scarsamente qualificato. Il risultato è che il povero non potrà lavorare perché le aziende dovrebbero coprire con le proprie perdite la differenza fra la sua produttività ed il salario minimo. Così, invece di alleviare il problema, queste leggi finiscono per complicare la vita sia del povero che del ricco.

Nello stesso modo, chi pratica Zen potrebbe cercare di alleviare le proprie sofferenze tentando li liberarsi dal desiderio. Il problema è che ogni tentativo di liberarsi del desiderio sarebbe un atto dettato dal desiderio. Così, si cercherebbe di eliminare un problema creandone un altro, o addirittura rinforzando il problema di cui ci si vuole liberare. In modo simile, durante la meditazione il praticante potrebbe cercare di fermare il flusso del pensiero, ritornando però a pensare a come non pensare, in un incessante via vai. E’ una situazione difficile, che illustra come il fraintendimento del mondo e di noi stessi ci possa portare a fare cose che, anzichè risolvere problemi, li peggiorino o ne creino di nuovi (se ti interessa, la risposta è non cercare di non pensare, ma concentrarti su ciò che stai facendo, cioè la respirazione e la postura, nel movimento, nell’azione.  La risposta del Libertarismo è analoga, lascia che le persone vivano come ritengono sia più idoneo per loro stessi. Ciò che più importa è quanto bene puoi vivere la tua vita. Se i diritti degli individui sono il fondamento della società, allora ognuno avrà la maggior probabilità di vivere la vita che desidera vivere).

Sia il Libertarismo che lo Zen hanno al proprio centro il rispetto per l’ordine naturale delle cose. Gli individui agiscono perseguendo i propri interessi, ma non a spese degli altri. Chi non rispetta questo principio sarà considerato in errore. Indipendentemente dalla nostra cultura, siamo esseri compassionevoli,  sappiamo che far del bene agli altri ci porterà del bene. Siamo molto intelligenti e, collettivamente, abbiamo una conoscenza sconfinata, così ampia che, per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai ad assimilarla integralmente. La grande rivelazione del Libertarismo è che, facendo del bene a noi stessi, finiamo col migliorare le condizioni degli altri.

E’ il più grande errore del periodo storico  in cui stiamo vivendo pensare che la maggioranza dei votanti abbia il diritto di usare la forza per sequestrare la proprietà privata di una persona per trasferirla ad un’altra. E’ un errore perché la redistribuzione si basa sull’uso della forza. Se la forza non fosse usata e le stesse transazioni fossero fatte spontaneamente, gli effetti sarebbero molto meno devastanti, al contrario, essi sarebbero fonte di miglioramenti sociali. Quello che oggi è furto e dipendenza dallo stato, sia da parte dell’agricoltore benestante  che viene sussidiato per produrre biometano, sia per la madre single  che sopravvive grazie a buoni in denaro per comprare cibo ed edilizia pubblica, si trasformerebbe in una naturale allocazione di risorse da parte del mercato che premierebbe i settori più produttivi della società e si prenderebbe cura, attraverso opere di carità, di chi ha veramente bisogno. Dove c’è domanda ci sarebbe offerta e dove le persone competono per aggiudicarsi le richieste del mercato i beni e servizi diventano meno cari (quindi accessibili a più persone) ed innovativi.

I grandi progressi della storia umana, dal linguaggio, all’elettricità, dall’automobile all’aereo per finire a  internet od a qualunque altra cosa Dio voglia sono stati donati all’umanità da uomini con grandi risorse ed ingegno, capaci di prendere ciò che già esisteva ed innovarlo, combinandolo con altre innovazioni, per creare qualcosa di nuovo, il tutto per realizzare il proprio interesse personale. Questa è la natura, l’essenza degli esseri umani. I tentativi di punire le persone di successo per sostenere chi non è capace sono irrealistici e fanno più danno che bene. Chiaramente, la natura è un instancabile ed intelligente avversario ed ogni tentativo di andare contro di essa finirà in modo disastroso.

Zen e Libertarismo sono entrambi centrati sull’individuo e sulle sue relazioni con il mondo che lo circonda. La tua individualità, il tuo corpo, la tua mente ed il tuo spirito sono proprietà di cui non potrai mai liberarti, ma che nemmeno potranno mai avere un’esistenza indipendente dal mondo che ti circonda. Sia nello Zen che nel Libertarismo c’è libertà e responsabilità. Forzare gli altri a fare la cosa “giusta” non funziona, perché la virtù e propria delle persone a cui è permesso agire secondo il proprio libero arbitrio.

 

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