SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Roma” di Alfonso Cuarón (2018)

di Roberto Bolzan

Diciamo subito, per toglierci il pensiero, che il bianco e nero disturba parecchio. Noi, che dobbiamo forzare un proposito che abbiamo fatto da tempo (mai film in B/N); il regista, che deve darsi a virtuosismi di messe a fuoco perfette, fori stenopeici, calibratura dei toni e immagini graficamente perfette, quando sarebbe molto meglio che si fosse dedicato interamente alla storia.

Tra immagini di mattonelle, panni stesi tra mille gradi di trasparenza ed altri grafismi si dipana lentamente la storia di una famiglia borghese che nei primi anni ’70 vive nel quartiere Roma di Città del Messico. Padre (che se ne va subito), madre, nonna, quattro figli, due domestiche ed un cane scagazzone che svolgono i compiti quotidiani tra mille scosse ma senza provocarci brividi.

Sembrerebbe finita lì, deludente come un coito interrotto, non fosse che ad un dato momento accadono cose, cose vere: nel film entra drammaticamente l’attualità con la strage de El Halconazo, descritta con brutalità e realismo, a Cleo si rompono le acque e partorisce in un drammatico e mozzafiato piano sequenza girato in sala operatoria. Questa scena, in particolare, di incredibile e pietosa umanità e decisamente magistrale dal punto di vista tecnico ed espressivo, merita per tutto il film.

Poi c’è un po’ delle solite balle; citazioni di film (quale film ormai non contiene all’interno citazioni di altri film? anche se qui abbiamo Abbandonati nello spazio che, per il regista di Gravity, tutto sommato qualche senso ha); i titoli di coda che terminano con Shantih Shantih Shantih (pace che supera l’intelligenza, la chiusura formale di un’upanishad).

Girato in spagnolo e mixteco si può vedere solo sottotitolato (evviva) su Netflix o al Lumiere.

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