19 LUGLIO 1966: AI MONDIALI D’INGHILTERRA LA COREA DEL NORD UMILIA L’ITALIA

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Il dittatore nord-coreano Kim Il-Sung, nonno dell’attuale dittatore, quando nel 1966 salutò la nazionale di calcio della Corea del Nord in partenza per i mondiali d’Inghilterra disse che non importava tanto il risultato quanto lo slancio e lo sforzo espresso sul campo di fronte ad una platea internazionale. Per la squadra asiatica, essere ammessa alla fase finale della massima competizione calcistica rappresentava già un enorme successo: nei precedenti due anni i giocatori, dopo essere stati addestrati alla rigida disciplina militare, furono spediti ad allenarsi e giocare in Unione Sovietica.  La Guerra di Corea, terminata appena 13 anni prima, lasciava però i suoi strascichi: il non riconoscimento diplomatico di Pyongyang da parte delle nazioni occidentali rischiava di far morire i sogni di una partecipazione ai mondiali ancor prima che questi potessero nascere. Per disputare la partita decisiva delle qualificazioni con l’Australia si dovette scegliere un campo neutro. Il re cambogiano Sihanouk, intimo amico di Kim Il-sung, mise a disposizione lo stadio di Phnom Penh, dove si svolsero le due partite di qualificazione, vinte entrambe dai nordcoreani per 6-1 e 3-1. Per garantire la massima imparzialità, l’eccentrico sovrano ordinò che i 40.000 spettatori presenti alle partite tifassero equamente per le due squadre: 20.000 per l’Australia e 20.000 per la Corea del Nord. L’inattesa qualificazione gettò nello sconforto gli organizzatori britannici, i quali considerarono anche la possibilità di negare il visto ai calciatori, cittadini di una nazione contro cui avevano combattuto una guerra sotto la bandiera dell’ONU. Alla fine, i britannici decisero di ammettere i Coreani a cui fu però imposto di presentare la loro nazionale con il nome esonimo (Nord Corea) cancellando ogni riferimento al nome ufficiale (Repubblica Democratica Popolare di Corea), mentre sui campi fu vietata l’esecuzione dell’inno nazionale. La partecipazione della squadra avrebbe dovuto essere solo una fugace apparizione nell’Olimpo del calcio internazionale: con avversari come l’URSS del portiere-saracinesca Yashin, il Cile reduce da un terzo posto nei Campionati del 1962 e, soprattutto, un’Italia che nelle partite di qualificazione aveva umiliato a suon di gol le migliori nazionali, i nordcoreani non avrebbero superato il primo turno.  Il 12 luglio, allo stadio Ayresome Park, il debutto non fu incoraggiante: 3-0 per l’Unione Sovietica. Andò meglio il 15 luglio contro il Cile: al gol su rigore di Marcos, rispose Pak Seung-jin a due minuti dalla fine, mandando in delirio i 16.000 spettatori inglesi. Il 19 luglio venne il turno dell’Italia, testa di serie del girone e favorita dai pronostici. E fu l’apoteosi. Al 41° Pak Doo-ik infila Albertosi, ammutolendo 50 milioni di italiani e scatenando un vero e proprio “caso Corea”. La squadra di illustri sconosciuti che «a vederla giocare sembra una comica di Ridolini», come poco prudentemente la definì il vice CT Ferruccio Valcareggi, mandò a casa i baldanzosi e strapagati Azzurri. A nulla servì scegliere segretamente l’aeroporto di arrivo in Italia: a Genova i tifosi inferociti accolsero la nazionale a pomodorate. E invece Middlesbrough tutta festeggiò e le bandiere nordcoreane fecero la loro apparizione per le vie cittadine. A Liverpool, dove i nordcoreani alloggiarono nel seminario cattolico già prenotato dall’Italia, li seguirono 3.000 inglesi di Middlesbrough a sostenerli contro il Portogallo di Eusebio, il 23 luglio.Sembrava che il calcio alla Chollima dovesse trionfare ancora: dopo 22 minuti i coreani conducevano per 3-0, ma anziché difendere il risultato acquisito, continuarono ad attaccare. E fu Eusebio a infilarli quattro volte. Il risultato finale, 5-3 per il Portogallo, mandò a casa i “Ridolini”, ma la leggenda era oramai nata, infarcita da un “mistero” che perdurò per 35 anni: che fine fecero i “magnifici undici”? Un libro, L’ultimo Gulag, scritto dal francese Pierre Rigoulot, ha tentato di dare una risposta: tutti i giocatori furono spediti nei campi di prigionia per il “comportamento capitalista” tenuto alla fine della partita contro l’Italia. Esaltati dalla vittoria, secondo Rigoulot, i calciatori gozzovigliarono con alcool e donne tutta notte. L’unico che si sarebbe salvato fu Pak Doo-ik, che preferì riposare. Ma questa versione è stata confutata da un documentario redatto da Daniel Gordon, direttore della VeryMuchSo Productions, e da Nick Bonner i quali, dal 20 al 30 ottobre 2001, furono i primi giornalisti occidentali ad ottenere il permesso di intervistare in Corea del Nord sette degli undici giocatori della nazionale di calcio del 1966, tra cui lo stesso Pak Doo-ik. La partita della loro vita, questo il titolo del cortometraggio, narra la storia del leggendario team e dei suoi rappresentanti, molti dei quali sono stati a lungo impegnati nel mondo calcistico dopo il mondiale del 1966. L’unica agevolazione garantita dalla fama acquisita fu l’assegnazione di un piccolo appartamento a Pyongyang.

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