Il GIUSNATURALISMO (Ugo Grossi)

Il GIUSNATURALISMO (diritto naturale) è la teoria secondo cui le leggi che regolano una società devono semplicemente replicare quell’etica naturale che ogni uomo, privo da condizionamenti e plagi culturali, sente istintivamente (NATURALMENTE) come “GIUSTA“.
Non è un caso che “jus“, che significa “legge”, sia anche il prefisso di justum (“giusto“). Non è un caso che “right” significhi sia “diritto” in senso di legge che “giusto“. Purtroppo, non è un caso neanche che questa correlazione non sussita né nelle lingue latine né in tedesco.

Opposto al giusnaturalismo è il positivismo giudirico (“positivo” perché “impositum”, cioè “imposto”), ovvero quella teoria che sostiene che l’unica necessità di una norma per essere tale è quella di essere “efficace” (ad esempio, le leggi razziali in Germania lo furono – come sostenne anche Kelsen, ebreo ma filosofo giuspositivista) senza alcuna pretesa di essere moralmente “giusta”.

Secondo Locke (che ha cristallizzato i termini del giusnaturalismo dopo secoli di interpreti, dal Sofocle dell’Antigone a Hobbes, passando per Cicerone, Agostino, Tommaso, Grozio e tanti altri) la norma istintiva fondamentale è quella del diritto alla vita, che ritiene “inalienabile”, cioè non prevaricabile da nessuno. Intesa sia come sopravvivenza che come autorealizzazione, ovvero ricerca di un significato individuale. Da questo diritto, inteso come pretesa individuale da rispettare, discendono tutti gli altri per logica deduttiva, in particolare la libertà personale, la proprietà privata e l’incolumità.

Da questa definizione ne deriva che il giusnaturalismo:

– Punta necessariamente ad un sistema giuridico individualista, che si disinteressa del vantaggio di una comunità bensì del rispetto degli individui che la compongono. Il fatto poi che le conseguenze inintenzionali dell’azione individuale risultino poi vantaggiose per l’intera società è un notevole corollario, ma non il principio ispiratore (che è invece prettamente morale).

– Non esclude la gestione delle inevitabili proprietà condivise di una comunità (cittadini), ma sempre con lo scopo di difendere il diritto individuale di ogni cittadino.

– Non esclude la gestione del naturalissimo istinto di solidarietà tra i membri della comunità (cittadini), ma sempre nella replica dell’etica naturale (approfondita nella sezione specifica).

– Si esprime principalmente con norme di tipo “negativo“, ovvero come divieti a comportamenti che possano nuocere ad altrui.

– Distingue il diritto inteso come “norma generale” (da intendersi quindi costituzionale ed ispiratore delle interpretazioni giudiziarie e dispositive, sull’esempio dei bill of rights britannici ed americani) dalla “giurisprudenza” (common law), ovvero la storia delle sentenze, che rappresenta l’applicazione diretta della norma costituzionale e che garantisce automaticamente l’isonomia del diritto, ovvero che ogni caso uguale sia giudicato parimenti.

– Giustifica il ricorso alle giurie popolari, ma solo quando la giurisprudenza sia insufficiente, specialmente nella determina della quota di deterrenza della pena, che può più facilmente dipendere dalle circostanze specifiche ma non può e non deve essere arbitrio di un giudice.

A fianco (o di seguito, se si utilizza un dispostivo mobile), dopo le doverose definizioni:
– una carrellata di questi “diritti dedotti” del giusnaturalismo;
– la confutazione delle due principali critiche al giusnaturalismo: quella epistemologica (chi decide cosa è naturale?) e quella etica (la constatazione di comportamenti amorali).

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Il GIUSNATURALISMO (Ugo Grossi)

Questo articolo ha 3 commenti.

  1. Io mi chiedo sempre quanto sia oggettiva la valutazione di un diritto come “naturale” o meno. Se naturale è l’aspirazione alla vita, non discende da ciò il diritto dello stato sociale? Dell’assistenzialismo? Il reddito di cittadinanza non potrebbe essere inteso come un diritto naturale?

    1. Andrea, ti sposto questa domanda nella pagina “giusnaturalismo”, della rubrica, insieme agli altri commenti.
      Per evitare confusione, chiederò a P.M. di eliminare la possibilità di commentare in questa “pagina intermedia” che è in realtà un “articolo”, permettendo solo il link ai commenti in rubrica (è complicato, lo so, ma sono i misteri del web…)
      Per andarci, clicca in fondo all’articolo dove è scritto “clicca qui per i commenti”

    2. Comunque, ti rispondo anche qui:
      Per “diritti individuali” si intende il rispetto di prerogative che già appartengono all’individuo. Non l’azione della comunità per dotare l’individuo di prerogative che non siano già sue.
      .
      Anche il libertarismo interpreta il diritto naturale alla stessa maniera. Lottieri, quando presentò il libro di Hoppe qualche mese fa, parlò del libertarismo come “filosofia del rispetto”.
      .
      Il problema epistemologico, ovvero la classificabilità come “diritto naturale” del rispetto della “vita” altrui, è affrontato nella risposta precedente al commento di Bolzan, nonché futuro oggetto di un altro articolo specifico.
      .
      Altra cosa sono i “diritti del cittadino”, ovvero quelli politici e quelli di solidarietà. Trattati dal liberalismo, ma forse trascurati dal libertarismo (ce lo spiegherà la rubrica specifica).
      Anche questi andrebbero affrontati secondo l’etica “naturale”. In particolare, è indubbio che la “solidarietà” nei confronti degli appartenenti alla propria comunità sia un sentimento istintivo (la “sympathy” di Smith), e quindi da considerarsi “naturale”.
      Ma è anche vero che l’etica naturale, che è ben interpretata dalla filosofia “quacker” come quella del “gruppo di amici”, non è quella della regalia o del privilegio. Bensì quella del prestito.
      Per approfondimenti, potresti già leggere l’articolo (in bozza ma già accessibile nella rubrica) “Diritti econonomici e stato sociale”.

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