5 Gennaio 1463: Il poeta François Villon viene bandito da Parigi.

Francois_Villon_1489

Studente dell’Università di Parigi, laureatosi alla facoltà di Lettere a 21 anni, in un primo tempo Villon condusse al Quartiere latino una vita allegra da studente indisciplinato. Per quattro volte fu arrestato per episodi di malavita, fino a essere condannato a morte, ma riuscì sempre a farsi rilasciare.A 24 anni uccise un prete in una rissa, probabilmente per difesa, e fuggì da Parigi. Amnistiato, fu accolto a Blois alla corte di Carlo d’Orléans, il principe poeta, non riuscì a farvi carriera; condusse allora una miserabile vita errante sulle strade. Imprigionato a Meung-sur-Loire, liberato all’avvento di Luigi XI, ritornò a Parigi dopo sei anni d’assenza. Nuovamente arrestato in una rissa, venne condannato all’impiccagione. Dopo l’appello, il Parlamento cassò il giudizio e lo bandì per dieci anni dalla città. Aveva allora 31 anni; a quel punto se ne persero completamente le tracce e non si sa né come né quando sia morto.Villon conobbe una celebrità immediata. Le Lais, poema giovanile, e Le testament, sue opera principali, furono stampati a partire dal 1489, quando Villon avrebbe avuto 58 anni, se fosse stato ancora in vita. Trentaquattro edizioni si susseguirono fino alla metà del XVI secolo.La sua opera non è di facile comprensione senza note o commenti. La sua lingua non è sempre accessibile. Le allusioni alla Parigi del suo tempo e la sua arte del doppio senso e dell’antifrasi rendono spesso difficili i suoi testi, sebbene l’erudizione contemporanea abbia chiarito molte delle sue oscurità. I suoi bersagli favoriti sono le autorità, la polizia, gli ecclesiastici troppo ben pasciuti, i borghesi, gli usurai, insomma i bersagli eterni della contestazione studentesca e proletaria. Nel suo “Lais” (dal verbo francese “laisser”, dunque lasciare, lascito), il poeta afferma di volersi recare ad Angers in seguito a dispiaceri amorosi (in realtà era costretto ad allontanarsi da Parigi per aver partecipato in quello stesso anno a un furto al collegio di Navarra). Sul punto di partire, ricorrendo al genere del “testamento”, diffuso in quel tempo, finge di voler fare dei lasciti agli amici, ai conoscenti, ai nemici: si tratta di eredità scherzose, oggetti di poco conto, cose che neppure possiede, o semplici consigli. A Guillaume Villon, che lo aveva allevato come un padre e gli aveva dato il suo cognome, lascia la sua fama. Alla donna amata che l’ha così duramente trattato, lascia come una reliquia il suo povero cuore. E via via lascia i suoi legati all’amico bevitore, ai compagni di ladrerie, ai poliziotti (“lascio loro due belle risse”), agli ospedali (“lascio agli ospedali i telai delle mie finestre tessuti di ragnatele”) o ai poveri (“e a coloro che giacciono sotto gli stalli, a ognuno un colpo sull’occhio, tremare col viso accigliato, magri, irsuti, intirizziti, corte le brache, logoro il mantello, raggelati, lividi e scarni”). Inoltre a frati e beghine lascia saporiti bocconi, capponi e grasse galline, al barbiere gli avanzi dei suoi capelli, al ciabattino le sue scarpe vecchie, al rigattiere i suoi abiti rattoppati. A interrompere questo gioco bizzarro giunge il rintocco della campana della Sorbona che suona l’Ave Maria (“che sempre alle nove suona il Saluto che l’angelo annunciò”). Il poeta sospende di scrivere per pregare e si smarrisce per colpa di dame Memoire . Quando si riprende, l’inchiostro è gelato, la candela spenta: non gli resta che addormentarsi tutto imbacuccato (tout en mouflè) e concludere, lui che non ha altro che pochi spiccioli che presto finiranno, il suo scherzoso testamento. Il Lais, pur nella sua facile agilità, già ci rivela, come poi meglio il Grande testamento, la personalità di Villon, la sua esistenza disordinata e ribelle, il suo spirito ora gioioso e spensierato, ora tormentato e amaro.

Nella foto: xilografia di François Villon (1489).

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