25 FEBBRAIO 1956: INIZIA LA DESTALINIZZAZIONE

 

 

 

stalin

Il termine destalinizzazione indica la  distruzione del culto di Stalin (1879-1953) iniziata dal suo successore Nikita Khruščёv al XX Congresso del PCUS, svoltosi a Mosca nel febbraio-marzo del 1956. Essa trovò espressione nel cosiddetto rapporto di Khruščёv, divulgato durante il congresso. Tale rapporto  capovolse drasticamente il giudizio dei comunisti su Stalin, sino ad allora esaltato quale padre dei popoli, maestro e guida, difensore degli oppressi e della pace. Stalin, secondo il rapporto, era stato invece un tiranno megalomane, un sadico paranoico ed assassino, un teorico da farsa, un persecutore di innocenti, il responsabile della guerra fredda. Eccone una citazione:

Stalin era un misto di mania di persecuzione e di grossolanità. Il giardino della sua dacia era pieno di suoi busti ed egli usava passeggiarvi in mezzo ammirandoli. Fu Stalin a formulare il concetto di “nemico del popolo”. Questo termine rese automaticamente superfluo che gli errori ideologici in una controversia venissero provati. Questo termine rese possibile l’uso della repressione più crudele. Principalmente l’unica prova di colpevolezza usata, contro tutte le norme del diritto, era la confessione dell’imputato stesso; e, come provarono le successive risultanze, le confessioni venivano ottenute mediante pressioni fisiche contro gli accusati. Disponendo di un potere illimitato Stalin si abbandonava a vari arbitrii e riconduceva le persone moralmente e fisicamente al silenzio. Si era venuta a creare una situazione per cui nessuno poteva esprimere la propria volontà. È chiaro che Stalin mostrò in tutta una serie di casi la sua intolleranza, la sua brutalità ed il suo abuso di potere. E così, già alla fine del 1943, quando già si era verificato su tutti i fronti della grande guerra patriottica un rovesciamento definitivo della situazione, a beneficio dell’Unione Sovietica, fu decisa e attuata la deportazione di tutti i Karaciai dalle terre in cui avevano fino allora vissuto. Nello stesso periodo, alla fine del dicembre 1943, la stessa sorte fu riservata alle intere popolazioni cecene e inguscie che furono deportate e le repubbliche autonome che esse formavano eliminate.

Cosa spinse Khrusciov a denunciare Stalin? Secondo Solzhenitsyn fu «un impulso morale», un non sopito o inconscio senso di umanità, di origine contadina e forse cristiana, che si celava all’interno della sua dura scorza di staliniano. Per molti storici il Rapporto fu la mossa rischiosissima e vincente di Khrusciov nella fase finale della lotta per il potere apertasi alla morte di Stalin. Per altri, Khrusciov, gettando tutta la responsabilità dei crimini sul Despota, cercò di nascondere o minimizzare le proprie. Per le repressioni di cui fu un complice, se non un protagonista, al tempo in cui dirigeva le organizzazioni di partito a Mosca e in Ucraina. Per altri, come il grande storico russo Roj Medvedev, primo biografo di Khrusciov (Editori Riuniti, 1982) , quel leader cercò di «depurare il sistema dagli eccessi e abusi di Stalin», di «umanizzarlo e modernizzarlo». Mai Khrusciov fu sfiorato dal dubbio che l’intero sistema, creato da Lenin e dallo stesso Stalin, fosse alla base di quei crimini. Per questo non lo riformò.

Il Partito Comunista Italiano negli anni cinquanta aveva una salda tradizione filosovietica, che lo stesso Palmiro Togliatti aveva in tutti i modi promosso e rafforzato. Ad esempio il 6 marzo 1953 affermò alla Camera dei deputati commemorando Stalin: “Giuseppe Stalin è un gigante del pensiero […] Col suo nome verrà chiamato un secolo intero […]“.  Il rapporto Khruščёv, comunque, colse di sorpresa la base comunista. Il testo venne rivelato nell’aprile del 1956; il 17 giugno L’Unità (organo ufficiale del partito) ammise che “la società sovietica era giunta a certe forme di degenerazione“. Il 4 luglio successivo Togliatti proclamò per altro: “È per me fuori discussione che la linea seguita dai compagni sovietici nella costruzione di una società socialista è stata giusta“.

Il 17 marzo 1959 l’Unità pubblicava il rapporto di Togliatti al Comitato Centrale del partito che tra l’altro affermava:

« Ricordate quali conseguenze si vollero dedurre dalle critiche al culto della personalità? Da parte degli avversari si pretese che quelle critiche dovessero significare che tutto il sistema sovietico era da respingersi e da condannarsi. Questa posizione venne difesa, in seno al movimento operaio, dai revisionisti, e ci fu chi la sostenne alla testa dello stesso partito socialista, affermando che delle trasformazioni istituzionali sarebbero state fatalmente compiute nell’Unione Sovietica, forse allo scopo di instaurare la democrazia come metodo e come sistema, di tornare al regime parlamentare, o alla rotazione dei partiti di Governo, come da noi… I fatti hanno fatto piazza pulita di queste fantasticherie balzane. »

 

 

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