TRENT’ANNI FA INIZIO’ IL VERO SCHIAVISMO DI STATO.

tasse

di Irene Ricci

Correva l’anno 1986, e il primo Marzo di quell’anno segnò l’inizio di una nuova era: quella in cui tutte le persone normali, quelle che non ammazzano e non rubano, che non scappano e non si nascondono, sono tenute e dare conto di ciò che fanno. Da allora non è mai finita, ma è solo peggiorata.
Ma quel giorno si cominciò a temere di essere colti in flagrante anche di reati che non sapevamo di commettere. Era la nascita dello “scontrino fiscale.
Ma allora si ebbe anche il primo vero conflitto di interessi, quello ignorato dalla Magistratura sempre attenta a parare le terga al suo datore di lavoro. Quella legge infatti venne varata da un certo signor Visentini, che era contemporaneamente Ministro delle Finanze e Presidente di Olivetti: egli pensò bene, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, di fare una legge che dichiaratamente combattesse l’evasione fiscale di quella razza bastarda (brutti sporchi e cattivi) dei commercianti, e contemporaneamente risollevasse le sorti dell’azienda di un suo caro amico, un certo De Benedetti, azienda che da tempo non riusciva a stare al passo della concorrenza ed era in procinto di fallire. Tanto bene gli voleva che non bastò, allora, obbligare ogni esercizio stanziale (perché è noto che gli ambulanti mica se lo potevano portare dietro) a dotarsi di “misuratore fiscale”, ma volle anche renderlo inattivo dopo un certo numero di scontrini, obbligando gli esercenti (ad esempio dei bar, che ne facevano a centinaia ogni giorno) a cambiarne uno all’anno, e tutto questo ad un prezzo che, tutt’oggi, con l’evoluzione tecnologica rimane assolutamente sproporzionato al loro valore reale. Prezzo che, ricordiamolo, in qualsiasi testo decente di economia viene definito come “il denaro che una persona sarebbe disposta a spendere per averlo”, e giammai “il denaro che sei obbligato a pagare perché la legge ti impone di possederne uno”.
Da qui una serie di conseguenze a cascata nella nostra vita pratica frutto della maniera stracciona, ignorante e schizofrenica di fare leggi in Italia: da allora gli episodi surreali, comici o drammatici legati all’applicazione di questa legge potrebbero riempire una nuova Treccani del maltolto. Maltolto dallo Stato impiccione e pasticcione.
Ognuno di noi potrebbe raccontarne decine di questi episodi, sia da commerciante, da ex commerciante, che da consumatore.
Ma è l’inizio di questa avventura italiana che spiega il titolo: allora l’obbligo di consegnare lo scontrino era pari all’obbligo di farselo dare, in assenza erano sanzionabili entrambi gli attori della compravendita. Da lì e da allora, l’inizio dello schiavismo legalizzato in questo sfortunato paese.
Poi, saltando milioni di quegli episodi, la sanzione è rimasta solo per chi sta dietro al banco, nella consapevolezza che l’abitudine a farsi controllare era ormai entrata nel subconscio delle masse.
Da allora nella memoria collettiva, dopo avere attraversato in questi trent’anni una serie infinita di crisi economiche mai risolte, e delle quali probabilmente stiamo per affrontarne la madre di tutte, è rimasta invece una leggenda metropolitana universalmente condivisa: quella che i commercianti avevano già fatto abbastanza soldi e che era ora che smettessero.
Infatti, allora l’economia funzionava, e la prova era proprio lì, in quello spazio delle abitudini di tutti, nessuno escluso, in cui ognuno almeno una volta al giorno esce di casa e scambia denaro per merci o servizi. Ognuno con le proprie possibilità, con la propria capacità di procurarsi un reddito da lavoro di ingegno o di scambio; ognuno con i propri gusti ed abitudini, esercitava nella pratica giornaliera, in piena libertà di espressione e di scelta ciò che contraddistingue un individuo: il libero arbitrio.
Può sembrare una forzatura questa traslazione dalla pratica giornaliera all’universo delle interpretazioni filosofiche, ma la pratica giornaliera dopo trent’anni ci dimostra che l’abitudine alle imposizioni alle quali siamo ormai abituati è figlia di un mostro partorito nella più assoluta impunità, che creò il precedente, a cui sono seguiti a cascata una serie tale di abomini da non riuscire nemmeno più a vederli.
Poi, certo, una persona legge queste righe, esce di casa, va in un qualsiasi multistore del centro e ripensandoci dice: beh dov’è tutto questo schiavismo? Trovo tutto per qualsiasi tasca e nessuno fa tante storie. E’ vero: l’evoluzione, il progresso, la tecnologia e la globalizzazione hanno fatto i giusti balzi in avanti.
Dimentichiamo che allora le licenze erano numerate e che poi sono state liberalizzate (ma non tutte), che la tecnologia ha poi obbligato anche gli ambulanti di dotarsi di misuratore fiscale (ma poi sono stai creati regimi fiscali agevolati per loro), che anche tutta una serie di esercenti sono stati liberati dall’obbligo dello scontrino (salvo avere una imposizione predefinita, il più delle volte imposta con parametri calcolati da chi non ha mai venduto un chilo di limoni), che sono state regolarizzate le stagioni dei saldi (salvo poi creare delle scappatoie per poi rendere tutto sanzionabile a seconda delle lune del momento della mano pubblica), che insomma ad ogni norma se ne sono aggiunte altre di conseguenza aggrovigliando la normativa del settore al punto che si è sentito la necessità di creare pure delle Associazioni di Consumatori. Ovviamente sostenute con soldi stat…, ops, con soldi nostri.
In questi gloriosi trent’anni è cambiata la valuta, le dichiarazioni dei redditi sono passate da due pagine a ottantacinque (ma forse di più), le tasse sono aumentate alla follia sia in consistenza che in numero, soldi in tasca ne abbiamo di meno, e lo stato ha anzi deciso che il vero scontrino, quello che conta per lui più di tutti, ancora non lo abbiamo emesso: quello in cui cediamo a titolo gratuito il nostro patrimonio a lui.
Un Lui identificabilissimo in tutti i suoi discendenti, non consanguinei di vene ma di canini, che di questo vivono, in questo prosperano e che senza l’esproprio dei beni altrui morirebbero di sete.
Senza i nostri beni.

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