SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “USS Indianapolis” di Mario Van Peebles (2016)

di Roberto Bolzan

Film che canta le armi e gli eroi (anzi, giustamente, l’eroe), le uniformi e le foto, le gambe abbronzate, le ragazze, gli amori, le lettere, la giovinezza e le scazzottate. Gli ufficiali, le divise immacolate, le responsabilità e l’onore, il nemico, la lealtà. E l’oceano, il Mar delle Filippine infestato da squali e musi gialli.

Nel 1945, agli sgoccioli della seconda guerra mondiale, l’incrociatore USS Indianapolis trasporta in gran segreto Little Boy, la prima delle due bombe atomiche lanciate sul Giappone. Durante il viaggio di ritorno la nave, simbolo della potenza bellica americana, viene affondata da un siluro giapponese al largo delle Filippine.
Trecento moriranno subito. I novecento superstiti rimarranno attaccati alle poche scialuppe ed in mare aperto per cinque giorni in quanto, essendo una missione top secret, l’SOS non verrà mai recepito. Solo un terzo di loro sopravviverà alla disperazione e agli squali e il capitano Charles Butler McVay (Nicholas Cage), loro comandante, dovrà anche prendersi responsabilità non sue e affrontare un lungo e logorante processo. Verrà parzialmente assolto ma questo non impedirà le consegunze estreme che ne verranno.

In questo film molto sgangherato c’è un desiderio di grandezza che lo rende tenerissimo. Lo apprezziamo, davvero. Amiamo i film a  basso budget quando sopperiscono al danaro con l’intelligenza. Amiamo le idee (per quello che ne possiamo capire, logico) più del denaro e siamo elitari e snob.
Ma qui abbiamo una storia ricca e promettente, contenuti a bizzeffe, una sceneggiatura corposa, spunti narrativi a non finire, e vediamo un risultato che non ha né capo né coda.

Che c’importa di sapere degli amori e delle lettere dei marinai, delle risse da cortile con le divise bianche immacolate, quando nel terzo finale i comandante è portato davanti alla corte marziale? Sully trattava solo questo e ne aveva a sufficienza. Non è bello fare i confornti, ma è così.
E che c’importa del processo quando la nave affonda e 1.200 persone lottano e disperano di salvarsi? Titanic tratta solo di questo e ne aveva a sufficienza.
E che c’importa di tutto questo quando vediamo i giapponesi cattivi, terribilmente cattivi come si capisce da opportune scelte cromatiche, di montaggio e di scrittura e pensiamo a Lettere da Jivo Jima e pensiamo che sarebbe bastato questo per riempire il film. “Come comandante della marina militare […], era mio dovere uccidervi. Ma come uomo, ho dei rimpianti”. Non è un po’ poco, che ne dite?

Un film che poteva e doveva, doveva davvero essere qualcosa di più. Incantevoli le scene nell’oceano con gli squali che nuotano tra le scialuppe.

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