SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il sacrificio del cervo sacro” di Yorgos Lanthimos (2017)

di Roberto Bolzan

Non ridete. Siamo andati  a vedere anche questo cult stracult.

Per principio evitiamo i film premiati a Cannes e mai ci sarebbe passato per la testa di derogare a questo proposito. Però ci è sembrato doveroso farlo, visto che un amico che stimiamo ce ne ha parlato bene e noi ammettiamo sempre la possibilità di essere prevenuti e per cecità e superbia perderci dei capolavori. Ci è successo tante volte nella vita, perché non con un’arte viva come il cinema?

Ahimè ci sono leggi della natura che non si possono cambiare.

Diciamo subito allora che l’idea di base era buona, per non dire ottima. Un chirurgo provoca la morte sotto i ferri del suo paziente ed l figlio di questi fa ammalare i suoi figli chiedendogli di sacrificarne uno per pareggiare i conti. Altrimenti moriranno tutti.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli (1966)

di Roberto Bolzan

Grazie al cielo non siamo musoni. Ci siamo presi l’impegno di fare una recensione di film sul medioevo una volta al mese, in modo da fare compagnia agli sforzi eroici di Andrea Babini che sta sfornando capitoli e capitoli del suo libro sul medioevo. Ma nessuno ci obbliga ad essere filologi ed alla correttezza storica prossimo preferire la commedia. Possiamo divagare e divertirci.

E questo film è divertimento. E’ colore. E’ commedia allo stato puro. E’ gramelot burino. E’ popolare ed erudito insieme. E’ cult istintivo e naturale. E’ paccottiglia, sana paccottiglia alla quale non rinunciare mai.

Colori sgargianti ovunque, nei costumi, nelle scenografie, negli ambienti esterni e interni, perfino nella “mala bestia”, il mitico cavallo Aquilante con il suo indimenticabile color giallino. Eremiti e streghe, crociate e peste nera, invasioni barbariche e ordalie, vergini, santi, principesse, dame, castelli e cavalieri. Voci irreali, tronfie o stridule, sempre falsate, gridate e borbottate, spesso declamatorie, sempre a metà tra il volgare e il latino maccheronico. Citazioni dal Settimo sigillo ai film di Akira Kurosawa senza tralasciare Cervantes, ma senza mai essere stucchevolmente colti cioè leziosi. Un medioevo straccione e cialtrone fatto di poveri, di ignoranti, di ferocia, di fango e di freddo. Ispirazione e genio libero.

La storia è questa: un cavaliere in viaggio per prendere possesso del feudo di Aurocastro, viene assalito dai briganti che, dopo averlo sopraffatto, lo gettano in un fosso. Un membro della banda, avendo trovato la pergamena che attesta l’investitura del feudo, convince l’amico Brancaleone a sostituirsi al cavaliere. Brancaleone si mette al comando dei briganti ma lungo il percorso per Aurocastro incappa in diverse avventure: l’incontro con Teofilatto ed i suoi bizantini, l’occupazione e la fuga da una città in preda alla peste, il salvataggio di una stravagante promessa sposa. Giunta infine al feudo, l’armata viene assalita dai Saraceni ma è salvata dai guerrieri comandati dal cavaliere che era stato aggredito dalla banda. Per Brancaleone ed i suoi uomini non resta che partire per una Crociata in Palestina.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il tamburo di latta” di Volker Schlöndorff (1979)

di Roberto Bolzan

Ci sono film visti con leggerezza e poi mai dimenticati. Così il Tamburo di latta, 1979, l’anno in cui divise con Apocalypse now la Palma d’oro come miglior film al 32º Festival di Cannes. Inspiegabilmente, perché quest’ultimo certo non la meritava.

Die Blechtrommel è un film diretto da Volker Schlöndorff, basato sull’omonimo romanzo di Günter Grass. Narrato in prima persona, con una trama che si sviluppa a cavallo di due guerre mondiali, ambientato nella Città Libera di Danzica, Qui coesistono polacchi e tedeschi e il film si muove tra tensioni che colpiscono due popoli e l’ipocrisia di una famiglia piccolo borghese.

Oscar nasce a Danzica, nel 1924. Agnès è sposata con il droghiere Alfred Matzerath, tedesco, ma è anche amante del cugino polacco Jan Bronski e il bambino può essere suo. Oscar alla festa del suo terzo compleanno decide di rimanere un bambino per sempre. Le sue doti sono di possedere una voce acutissima con la quale può frantumare i cristalli e di saper suonare un tamburo di latta dal quale non si separa mai.
La storia scorre. Un giorno ridicolizza una grande parata nazista che prelude allo scoppio della II Guerra Mondiale. Il primo settembre 1939 la Germania occupa la Polonia e nella prima battaglia nel palazzo della Posta Jan viene preso e fucilato. Sigismond Marcus, suo amico, un venditore di giocattoli, si suicida dopo l’occupazione tedesca. La madre muore ed Oscar segue il circo di Bebra e di Roswitha Raguna di cui diviene l’amante. Tornato a Danzica, assiste all’arrivo della giovane servetta polacca Maria che Alfred rende madre. All’arrivo dei sovietici Oscar provoca involontariamente anche la morte del padre.
Oskar decide alla fine di seppellire il suo tamburo di latta col suo padre putativo e di riprendere la crescita fisica.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Big eyes” di Tim Burton (2015)

di Roberto Bolzan

Da qualche parte nel dormiglione Woody Allen immagina che la società del futuro avrebbe considerato i quadri di Margaret Keane come una tra le più alte forme d’arte del passato.

Erano in realtà di una bruttezza impressionante. Bambini e bambine con gli occhioni enormi, i vestitini da orfanelli, in braccio un gattino, un cagnolino, un peluche, sullo sfondo vicoli o macerie. Orrendi, ma invasero le case dei nuovi sobborghi americani, quale con il giardino davanti e dietro e alle pareti le stampe della Keane non potendo permettersi i quadri.

C’è una moglie timida e introversa (Margaret Keane – Amy Adams) che per esprimere se stessa non fa altro che dipingere quadri in cui spuntano come folletti dei bambini dagli occhi enormi. C’è anche un marito (Walter Keane – Christoph Waltz), scaltro anche troppo, che conosce il vero valore di quelle opere e si attribuisce la paternità di quei dipinti.
Presa tra l’incudine e il martello, tra la vita prospera che le garantisce il marito e la paura per le sue violenze nonché il dolore di vedere disconosciute le sue qualità, Margaret divorzio e poi rivela al mondo la verità, che poi le viene riconosciuta dal tribunale dopo una straordinaria udienza nella quale viene chiesto a lei ed al marito di dipingere per provare le rispettive capacità.

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il falò delle vanità” di Brian De Palma (1990)

di Roberto Bolzan

Ci ha lasciati Tom Wolfe, giornalista e cultore di un romanzo realista sulla scia di Steinbeck, Faulkner, Hemingway e Fitzgerald, gente per noi sacra, e noto per quel termine, radical-chic, che tanto c’intriga.

A cinquantasei anni pubblica la sua prima fiction-novel, un ponderoso volume, subito caso letterario destinato all’adattamento per il grande schermo, dipingendo il ritratto di un antieroe contemporaneo, Sherman McCoy (Tom Hanks), colonna di Wall Street che, per un crudele gioco del destino, si trova coinvolto in una vicenda strumentalizzata dai media e al centro di bassi intrighi politici.
Attorno alle sue disgrazie (di Sherman McCoy), che insieme all’amante Maria (Melanie Griffith) investe con la sua Mercedes un ragazzo nero, svolazzano diversi avvoltoi: il reverendo Bacon (John Hancok) il procuratore Abe Weiss (F. Murray Abraham), il giornalista Peter Fallow (Bruce Willis) coprotagonista e voce narrante, fino a che, dato in pasto alla stampa, finito in rovina, piantato dalla moglie Judy (Kim Kattrall), grazie ad un nastro riesce a dimostrare la sua innocenza e si salva. (altro…)

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SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Andrej Rublëv” di Andrej Tarkovskij (1966)

di Roberto Bolzan

Aiutiamo Andrea Babini nella creazione della sua opera (97 capitoli sul medioevo, non una cosetta) iniziando a presentare di tanto in tanto delle pellicole storiche. La prima non può che essere questa, che amiamo molto.

Andreij Rublëv è un’epopea che abbraccia 23 anni di storia della Rus’, a partire dall’anno 1400, attraverso le gesta del più grande pittore di icone della storia russa.

Per i russi corrisponde al periodo del basso medioevo mentre in occidente mancano solo pochi anni alla scoperta dell’America.
Ma nemmeno per i russi è notte fonda; ancora divisi in principati fratricidi e azzannati a ondate intermittenti dalle orde mongole, la futura Russia ha già sviluppata le tre colonne che la terranno in piedi fino alla rivoluzione d’ottobre: popolo unito, aristocrazia e ortodossia. Manca solo lo zar, che arriverà un secolo e mezzo doo.

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