24Set/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “ll Petomane” di Pasquale Festa Campanile (1983)

di Roberto Bolzan

Ci ha preso la fissa del cinema italiano, abbiate pazienza.

Questo merita,tratto da una storia vera. A Parigi, durante la Belle Époque, si esibisce nei tabarin un singolare personaggio che ha la capacità di modulare suoni suonando la trombetta, accompagnato da un’orchestrina formata dai cinque figli.
Uno di questi lo lascia e lui per sostituirlo incontra una violinista della quale s’innamora, anche se Pujol (Ugo Tognazzi) nasconde a Catherine (Mariangela Melato) il suo nome e la sua professione. Quando in seguito ad una protesta di una lega moralista viene sospeso lo spettacolo, i due innamorati partono per Capri.
Il processo si risolve in un trionfo, ma l’artista decide di ritirarsi ugualmente dall’attività e sposa Catherine. Ma un giorno, incuriosito da una nuova petomane che furoreggia nel suo locale di un tempo, la sfida pubblicamente; ma questa volta la moglie lo segue e scopre la verità.
Pujol fugge a Le Havre ma Catherine lo ritrova e lo convince a tornare indietro. Pujol torna a trionfare, questa volta con lo spettacolo che ha sempre sognato in un teatro tutto suo e, al sommo del successo, si esibisce anche all’Eliseo.

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10Set/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Dunkirk” di Christopher Nolan (2017)

di Roberto Bolzan

Togliamo gli ultimi dieci minuti di retorica e lasciamo il resto. Anche se gli inglesi possono ben essere orgogliosi di quella giornata. O forse no. Perché non tutto è glorioso per gli inglesi in quel frangente, appena appena liberatisi del governo Chamberlain, quello degli accordi di Monaco che lasciarono sostanzialmente il via libera ad Hitler in Europa.

Dunkerque è uno degli episodi-chiave del secondo conflitto mondiale: l’incredibile evacuazione, tra il maggio e il giugno del 1940, verso la Gran Bretagna di migliaia di soldati belgi, francesi e britannici bloccati sulle spiagge di Dunkerque dall’avanzata dei panzer tedeschi. In mancanza di navi e poiché la marina inglese non voleva farsi affondare altre navi da guerra, hanno provveduto migliaia di imbarcazioni private, pescherecci, yachts, barche di tutti i tipi, perfino un minuscolo gozzo.

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28Ago/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “I diavoli” di Ken Russell (1971)


di Roberto Bolzan

Vediamo per per caso durante le nostre vacanze  il cartello stradale per Loudun e non possiamo che fare una piccola deviazione per vedere questa cittadina, nota per il più importante caso di possessione demoniaca della storia d’Europa.

Abbiamo infatti il ricordo chiaro dell’epoca della prima proiezione di questo film e dei tremendi articoli che ne accompagnarono l’uscita.

Nella Francia cattolica del XVII secolo la cittadina di Loudun, sebbene piagata dalla peste, è un’oasi di pace religiosa (parliamo di convivenza tra cattolici e ugonotti, calvinisti); il re Luigi XIII ha concesso alla città di autogestirsi e di fortificarsi con alte e simboliche mura. L’abate Urban Grandier (Oliver Reed), capo spirituale e carismatico della cittadina fortificata e protestante di Loudun, difende la sua città dalle mire del Cardinale Richielieu che manipolando il debosciato Luigi XIII (Graham Armitage), ordina la distruzione di tutte le fortificazioni che ostacolano il consolidarsi del suo potere.
La vita dissoluta del prete sarà però sfruttata dal barone De Laubardemont, inviato del cardinale per liberarsene e grazie al padre esorcista Barré e la confessione di suor Giovanna degli Angeli (Vanessa Redgrave), madre superiora nel locale convento delle Orsoline che in preda a fantasie erotiche e delirio allucinato, dopo averlo scoperto sposato con Madeleine (Gemma Jones), dichiara posseduta da lui, per accusarlo di stregoneria, condannarlo al rogo e distruggere Loudun.

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06Ago/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Neruda” di Pablo Larraín (2016)

di Roberto Bolzan

Nei tempi che stiamo vivendo ogni tanto bisogna fare il cherry picking e pescare dal cesto della frutta quella bella matura ed invitante. Non si trova facilmente, com’è giusto, e quindi quando si trova bisogna goderne.
Non è tanto il film a farci godere qui, per quanto ben fatto e con garbo e maniera, ma alcune frasi che quasi sfuggono, verso la fine, ma che meritano di essere segnalata, anche per il vostro divertimento di lettori.

Ma andiamo con ordine. In Confesso che ho vissuto Pablo Neruda racconta le vicende che l’hanno condotto alla clandestinità e le rocambolesche peripezie che ha vissuto per fuoriuscire dal Cile. Con la polizia alle calcagna e il presidente Gonzalo Videla quale suo persecutore il poeta comunista narra le tappe e gli incontri fatti, fino al tragitto che, attraversando la cordigliera delle Ande, l’avrebbe portato in Argentina e poi a Parigi.
Mai nomina Oscar Peluchonneau, capo della polizia investito da Videla in persona dell’incarico di scovarlo ed arrestarlo. Difatti, Peluchonneau (un ottimo Gael Garcia Bernal) è un’invenzione e nel rimando continuo tra realtà immaginata e fantasia reale la storia si sviluppa lestamente. Il biopic di Pablo Larraín prendo spunto dalle vicende del poeta cileno per sviluppare una divertente e ben fatta fantasia d’autore che termina con un sorprendente western sulle Ande innevate.

E’ qui che troviamo improvvisamente le frasi che ci hanno tanto deliziati. Il proprietario di un villaggio arresta Neruda che vi si era rifugiato e gli dice di essere contrario alle tasse. “Io non pago tasse” dice. Poi lo lascia andare, dicendo che tra un coglione di presidente ed un comunista preferisce il comunista. La voce fuori campo commenta “Un milionario capisce di più di un capo di governo”. A ciascuno di dipanare il significato vero di queste parole, ma non c’è dubbio che ci abbiano fatto sentire meno soli. C’è vita nell’emisfero australe, e lo sapevamo, adesso sentiamo amicizia e calore.

Abbiamo letto il Canto general da ragazzini ed abbiamo sospirato i primi amori sulla canzone disperata che conclude le 20 poesia d’amore. Non sapevamo fosse comunista, tantomeno che quello fosse il modo migliore per vivere da aristocratici. Quando da adulti abbiamo viaggiato il Cile ne abbiamo riconosciuto subito il sapore minerale. La vita e l’arte s’incontrano, in Neruda, così come si mescolano nella fantasia del film che non avrebbe forse potuto essere diverso da così.

30Lug/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il petroliere” di Paul Thomas Anderson (2007)

di Roberto Bolzan

Poiché pensiamo che l’era del petrolio sia al termine, se non finita ormai,  sentiamo di avere avuto la fortuna di alcuni incontri che ci hanno tattilmente presentato le immagini vive ed il senso ineluttabile della fine dell’epoca. La fine è sempre interessante, come gli inizi, ed entrambi adatti agli spiriti inquieti.
E allora ci è venuto in mente un film di qualche anno fa, visionario come non mai, e spaventoso, nero di olio denso e lucido, volutamente e coscientemente ruvido e bello.

E’ la storia di Daniel Plainview, la cui vista piana non gli impedisce di essere felice di vivere nel deserto dopo che il deserto l’ha creato e diffuso intorno, radendo al suolo qualunque rapporto umano. Anzi, è forse proprio la sua visione piana a permetterglielo.
L’inizio è terribile e nello stesso tempo un pezzo superbo di cinema, muto e grigio argento e nero. Quindici minuti e nemmeno una parola, solo luce densa e silenzio. Daniel Plaintview è sepolto nelle viscere della terra, con il piccone estrae scintille d’argento, scende nel pozzo e diventa buio come il buoi, sistema la dinamite e risale alla luce e diventa luce, la dinamite esplode e diventa polvere come la terra, finché erutta il petrolio e diventa come l’olio, nero, lucido e grasso.
Plainview, con una gamba spezzata e una fatica da pionieri, scova un giacimento di petrolio, escogita la tecnologia della trivellazione, scava il suo primo pozzo, diventa signore indiscusso di una piccola comunità, squadre di uomini che lavorano per lui, che si muovono con lui, città intere che si spostano nello sconfinato paesaggio americano . Poi scopre altro petrolio ancora, e compra terreno per chilometri intorno, a prezzi stracciati.
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23Lug/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “In guerra per amore” di Pierfrancesco Diliberto (2016)

di Roberto Bolzan

Non c’è niente che in Italia attiri di più le vendite di un prodotto che farlo diventare una cosa politica.
E, per quanto sia scontato, peloso e banale, associarlo alla mafia e farne dell’antimafia militante, tirando in ballo il solito Andreotti, rende lo stesso prodotto irresistibile.

In questo caso il film ha avuto poco successo, ma a noi poco importa. Le critiche sono invece state all’altezza per banalità e per scontata correttezza e fede progressista.

Eppure la storia si sarebbe prestata ad un film di caratura migliore.
Ambientata nel 1943, nel pieno della seconda guerra mondiale, quando Arturo vive la sua travagliata storia d’amore con Flora. I due si amano, ma lei è promessa sposa al figlio di un importante boss. Per convolare a nozze, il ragazzo deve ottenere il sì del padre della sua amata che vive in un paesino siciliano. Arturo, giovane e squattrinato, ed anche un po’ sprovveduto, ha un solo modo per raggiungere l’isola: arruolarsi nell’esercito americano che si prepara per lo sbarco in Sicilia: l’evento che cambierà per sempre la storia della Sicilia, dell’Italia e della mafia.

Diciamo subito che Pif, grazie all’esperienza televisiva, sa impugnare una telecamera e conosce i trucchi del mestiere. Sa, in particolare, che gli attori devono saper recitare (cosa di cui piano piano il cinema nazionale si sta incredibilmente convincendo). E infatti l’unico cane sul set è lui, che ahimè interpreta l’attore principale, ma questa è chiaramente solo presunzione e malriposta eccessiva fiducia nelle sue capacità.
Per il resto perde tempo in gag d’avanspettacolo, inseguendo con affanno il registro comico che è il rifugio del cinema italiano contemporaneo. I risultati non sono all’altezza,

Eppure il ragazzo meriterebbe, se solo si lasciasse guidare dall’istinto. Purtroppo è talmente infarcito di contenuti premasticati che qualunque stimolo interessante ne viene annichilito.
Non vorremmo apparire banali, ma il film pare la fiera del politicamente corretto, un bel campionario di tutto quel che non può né deve mancare al giorno d’oggi.
Il culmine arriva con la dichiarazione d’amore omosessuale, pura prammatica, alla quale per fortuna il malcapitato risponde con una battuta fulminante, di modo che ciascuno dorme nel suo letto.

Ecco, l’arguzia non gli manca, il mestiere ce l’ha. Impari a fare del cinema, lasci perdere la vanità da attore e molli i buoni sentimenti, I risultati non mancheranno.

09Lug/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “La corazzata Potëmkin” di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (1925)

 

di Roberto Bolzan

Non vogliamo fare i saputi ed alzare il ditino, figurarsi contraddire un grande che ci ha appena lascati. Amiamo il genio di Ėjzenštejn ed anche quello di Paolo Villaggio, a cui questa recensione è affettuosamente e con riconoscenza dedicata.

Da vero genio, Fantozzi prende di mira un’opera geniale e dalla sua denigrazione ricava la polvere di gloria che giustamente ne deriva.

Ispirato a fatti realmente accaduti, in parte romanzati, che videro la genesi della rivoluzione Russa nel 1905, il film narra dell’equipaggio della corazzata che, in seguito a soprusi di ogni genere, decide di dare inizio ad una rivolta che, dopo la conquista dell’imbarcazione e la morte del loro leader, diventerà un esempio per l’intera popolazione. La reazione dei cosacchi dello zar è però immediata e molti innocenti, tra cui donne e bambini, perdono tragicamente la vita.

L’opera è divisa in cinque episodi,1) Uomini e vermi; 2) Dramma sul ponte; 3) Il sangue grida vendetta; 4) La scalinata di Odessa; 5) Il passaggio attraverso la squadra. Ognuna delle cinque parti paragonabili ai movimenti di una sinfonia è imperniata su un elemento che ne costituisce l’unità visiva.

La corazzata Potëmkin è un’opera di regime, un film commissionato per celebrare le glorie della rivoluzione d’ottobre rievocando i fatti del 1905, ma il genio di Ėjzenštejn produce il film forse più citato della storia del cinema. Guardate qui la scena della rivolta dei marinai, con un accompagnamento musicale moderno, per rendervi conto dell’impatto visivo del film. La camera fissa ed il montaggio metodico di brevi inquadrature di 3 secondi l’una ne fanno un’opera di una modernità senza tempo.

Benché il film delinei dei personaggi, anche importanti (Vakulinchuk capo dei ribelli, il comandante Golikov, il luogotenente Giliarovsky), il vero protagonista è la nave da guerra che domina sempre imponente la scena (qui chiude la scena della scalinata) con una presenza grafica straordinaria fino a diventare protagonista vivente nella parte finale (da qui e da qui ma guardate qui e qui: non ci sono più dubbi, quale attore può essere più espressivo?).

Le citazioni, dicevamo all’inizio. Qui un elenco, sicuramente non esaustivo. Qui Roger Corman parla della scalinata. Qui la famosa scena degli Intoccabili di De Palma, Qui il Secondo tragico Fantozzi. Qui quella a cui siamo più affezionati, la brevissima sequenza da Brazil.

07Lug/17

BEATI COLORO CHE HANNO SOLO CERTEZZE

Di Alberto Piovani

Ho un figlio grande ormai, è sano, bello come pochi, intelligente come pochi, ha un cuore coraggioso e generoso come pochi.
Lo ammetto, ho avuto fortuna !
Forse per questo, negli ultimi giorni, non riesco a non pensare a cosa farei io se fossi nei panni dei genitori di Charlie. Pensa che ti ripensa, sono arrivato ad una conclusione: non lo so.
La sola cosa che so, è che quando avevo in braccio mio figlio per addormentarlo, fin dal suo primo giorno di vita, mi sentivo addosso la forza di tutti i supereroi Marvel.
Se qualcuno avesse provato a fargli del male, avrebbe avuto a che fare con una belva feroce, assetata di sangue, disposta al sacrificio della propria vita pur di proteggere quella creatura unica al mondo.
Penso che qualcosa di simile passi nella testa di ogni genitore, specialmente quando i figli sono piccoli ed indifesi.
Ciò che mi stupisce leggendo il dibattito tra i miei contatti sui social network, è che quasi tutti si preoccupano del bimbo ed ignorano le ragioni dei genitori. Leggo anche persone di grandi qualità morali ed intellettuali definire i due genitori, nella migliore delle ipotesi, come persone obnubilate dal dolore incapaci di accettare il destino crudele che li ha colpiti, nella peggiore invece, come due egoisti e/o fanatici religiosi che, pur di difendere la sacralità della vita, non si preoccupano di infliggere al figlio altre inutili sofferenze.
E quindi tutti a sostenere in coro: Il diritto del bambino ad una vita dignitosa è superiore ad ogni altro diritto, quindi se non lo rispettano i genitori che sia un tribunale a farlo rispettare. Avanti con la sentenza di morte!
Ma cosa è una vita dignitosa o, per meglio dire, che valga la pena di vivere?
Chi può dare una definizione univoca, valida “erga omnes” ?
Mi vengono in mente due casi che mi hanno molto colpito in passato.
Il primo è quello di una signora di Genova costretta a vivere nel “polmone d’acciaio”. Una trentina d’anni fa la intervistò una troupe di un tiggì nazionale e lei rispose alle domande sprizzando gioia di vivere da ogni poro.
Qualche anno dopo, un uomo che sembrava avesse tutto dalla vita (salute, bellezza, ricchezza), Edoardo Agnelli, si tolse la vita gettandosi da un cavalcavia.
Qual era la vita più “dignitosa”? Queste due persone avevano pareri molto diversi.
Per innata insicurezza, cerco sempre di carpire dagli altri insegnamenti che mi aiutino a vivere meglio.
Cosa mi insegnò la prima persona? Ad avere coraggio.
Cosa mi insegnò la seconda? Ad avere pietà, a non giudicare ciò che non si conosce a fondo.
Entrambi mi insegnano che non c’è un’unica risposta alla domanda di senso della vita, che ognuno deve cercare la sua, che non si può mai smettere di fare la domanda.
Probabilmente nel caso del piccolo Charlie la decisione dei medici è la più razionale, ma è quella giusta?
Siamo sicuri che la razionalità faccia premio su tutto? Non contano la speranza e la pietà?
Possiamo negare ai due genitori un ultimo disperato tentativo, oltre tutto fatto a loro spese e non a carico della collettività?
Si dice: il bambino soffrirà inutilmente. Non credete che sarà una sofferenza atroce anche per i genitori l’ulteriore sentenza medica di condanna?
Vedo dalle foto che i genitori sono ancora giovani, potrebbero avere altri figli e credo che questi potrebbero essere sani, del resto la patologia è talmente rara che non credo si possa ripetere nel loro caso. Non sarebbe questa una soluzione più comoda?
Per me si, eppure lottano per salvare proprio questo figlio!
Solo egoismo? Io ci vedo tanta forza d’animo, tanta speranza, tanta voglia di sfidare le avversità. Sono tutte caratteristiche che rendono gli esseri umani capaci di nobiltà d’animo che è poi il tratto che ci distingue dagli altri animali.
Veniamo ora alla questione più spinosa: è giusto che intervenga un tribunale in questa circostanza?
La domanda che fate non è peregrina: una volta stabilito che si sta facendo soffrire inutilmente il piccolo Charlie, si resta indifferenti o si interviene in sua difesa obbligando i genitori a smettere di maltrattarlo?
Non è la stessa cosa che si fa punendo i genitori che praticano l’infibulazione sulle bambine o i genitori che “vendono” i propri figli ai pedofili o i genitori che obbligano le figlie ai matrimoni combinati?
Io non credo che il caso di Charlie sia assimilabile ad alcuna fattispecie. Io credo che di fronte a due pareri legittimi (medici e genitori) debba prevalere quello di chi ha più da perdere, senza dubbio i genitori.
Infine vi invito a fare un’ultima riflessione.
Davvero vogliamo che la legge materiale entri in un campo in cui dovrebbe esistere solo la Legge Morale?
Regolare la morte, la sofferenza, l’affetto famigliare ha senso? E’ possibile?
Sono casi così unici, così difficili da ridurre a fattispecie generali, così sfuggenti, che lasciano a chi è chiamato a dirimerli, il giudice, un margine di discrezionalità troppo ampio.
Discrezionalità per discrezionalità, io preferisco quella dei genitori.
Basti ricordare i casi (ne sono capitati diversi) in cui il tribunale dei minori ha tolto i figli ad alcune famiglie solo perché povere per darli in affidamento a terzi.
E’ questa la dignità della vita che vogliamo difendere?

02Lug/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “W la foca” di Nando Cicero (1981)

di Roberto Bolzan

Mala tempora currunt, e siccome peiora parantur (non ci si illuda), andiamo grati con la memoria a pescare in quei tempi nei quali un film veniva si bandito dalla censura per un titolo audace, ma almeno si sapeva distinguere la parte bacchettona della società. Mentre adesso non si capisce più niente e tutto è diventato difficile, serio e impegnativo.

Andrea (Lory del Santo), un’infermiera veneta in cerca d’impiego a Roma, inizia come cameriera in casa del dott. Patacchiola (Bombolo), un medico molto particolare e con una famiglia altrettanto strana, fino a vincere in un concorso fotografico una foca, che accudirà come fosse un bambino. Andrea tenta inutilmente la strada dello spettacolo nelle tv private, per divenire infine direttrice di una clinica dimagrante.
Questa la trama, insignificante.
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