EDGARDO MORTARA, EBREO PRIGIONIERO DEL PAPA RE. UNA STORIA ITALIANA

di Andrea Babini

Nel giorno della memoria vogliamo raccontare una storia di persecuzione, vessazione e umiliazione verso gli ebrei avvenuta a Bologna, italianissima città dove è nata la nostra associazione. Il motivo è semplicissimo, ricordare, ricordarci, che l’antisemitismo non è una metastasi del nazismo o un fenomeno culturale che appartiene a remote zone orientali del continente europeo, ma è parte integrante della storia italiana e retaggio della cultura religiosa cristiana e in particolare cattolica. Il primo ghetto è nato in Italia signori miei, nella civilissima e aperta Repubblica di Venezia e a Roma per secoli gli ebrei sono stati esposti a violenze e umiliazioni gratuite e rituali che raggiungevano l’apice nel periodo di carnevale.

Il carnevale, periodo giocoso e felice nell’immaginario di ogni italiano, assai simili alle antiche feste pagane dedicate a Saturno in cui nulla era come sembrava e “tutto era concesso”, era invece un incubo per gli ebrei romani. Nel Medio Evo i «Giochi di Agone e di Testaccio» prevedevano che i contendenti si sfidassero a cavallo di ebrei invece che di normali destrieri. Da descrizioni più tarde invece risulta l’uso di far rotolare un ebreo in una botte chiodata dal colle di Testaccio. Meglio se anziano. Benché sostituiti dal tributo di 1.130 fiorini, i «ludi carnascialeschi» hanno successivamente ripreso vigore nella via Lata, chiamata poi via del Corso, quando il Papa da Palazzo Venezia assisteva alla «corsa dei barberi, dei bufali, dei somari e degli ebrei», con questi ultimi rimasti nel 1583, a Ghetto ormai istituito, le sole «bestie bipedi» a correre nude tra i lazzi del popolino. Poi nel 1668 Papa Clemente IX abolì la corsa, sostituendola con un tributo di trecento scudi accompagnato dall’obbligo per i rappresentanti della comunità ebraica di rendere omaggio in Campidoglio ai Conservatori restando inchinati finché il più anziano diceva loro «andate», mentre la popolazione li dileggiava lungo il tragitto di ritorno creando tafferugli. Questo modo sprezzante e violento di approcciare gli ebrei continuò fino all’annessione al Regno d’Italia che, per ideologica discendenza delle sue classi dirigenti dall’illuminismo francese, pose fine a queste nefandezze e aprì definitivamente i ghetti.

E’ la sera di mercoledì 23 giugno del 1858, qualcuno bussa con veemenza alla porta di Momolo Mortara, modesto commerciante ebreo del ghetto di Bologna e di sua moglie Marianna Padovani. Si tratta della polizia pontificia che, su ordine dell’inquisitore, pretende la consegna del figlioletto della coppia di soli sei anni, Edgardo. Ovviamente risultano vani i disperati tentavi del padre del ragazzo di opporsi alla decisione, Edgardo viene sottratto alla famiglia e trasferito a Roma presso la Casa Dei Catecumeni, dove gli verrà impartita una severa educazione cattolica e sarà avviato alla carriera ecclesiastica. Un rapimento con la forza in spregio ad ogni rispetto della famiglia e delle regole della civile convivenza operato dall’autorità. Come è potuto accadere questo nel cuore dell’Europa e in epoca moderna? Si trattò di una anomalia? Un caso isolato?

Bologna era nel 1858 sotto lo Stato Pontificio, verrà annessa al Regno d’Italia solo dopo la seconda guerra di indipendenza tre anni più tardi. Gli ebrei ancora nell’ottocento sotto lo stato della chiesa se la passavano molto male; costretti a portare dei contrassegni, a subire periodiche perquisizioni delle sinagoghe da parte della polizia in cerca di “bambini da sacrificare” (sulla base dell’oscena e infamante accusa di infanticidio, ovviamente destituita di ogni fondamento) e a subire la “predica coatta” di un religioso pagato, oltre al danno la beffa, con le tasse a loro estorte. Ma da qui ad arrivare al rapimento di stato di un minore di strada ce ne era parecchia; eppure il caso di Edgardo non era isolato. Come poteva accadere?

Nonostante le ristrettezze economiche i Mortara avevano in casa una cameriera che li aiutava nelle faccende domestiche, si trattava di Anna Morisi, una ragazza cristiana di 14 anni, sebbene la legge dello Stato Pontificio vietasse a un ebreo di lavorare al servizio di un cristiano e viceversa. Questa legge era però ignorata con regolarità e con la complicità delle autorità, anche allo scopo di avere informazioni sulle attività dentro il ghetto.

La sorte di Edgardo fu segnata proprio quando le autorità chiesero ad Anna di battezzare il suo fratellino più grande Aristide che versava gravemente malato, in virtù di una legge che consentiva a qualsiasi cristiano di battezzare un bambino ebreo qualora lo ritenesse in pericolo di vita. Anna si oppose dicendo di averlo fatto durante il primo anno di vita di Edgardo, quando egli era caduto in gravissima malattia per evitargli di finire nel limbo, ma che poi il bambino era sopravvissuto e lei non voleva rischiare di commettere lo stesso errore due volte. Appreso quindi che Edgardo era stato battezzato le autorità, pur con sei anni di ritardo, decisero di sottrarlo forzatamente alla famiglia. Era infatti intollerabile che un battezzato venisse cresciuto da ebrei e lontano dall’insegnamento cristiano.

In una prima fase le autorità cercarono il compromesso con i Mortara, proposero di mettere il ragazzo in un collegio a Bologna fino all’età di 17 anni, quando avrebbe potuto decidere liberamente (dopo 11 anni di condizionamento) quale fede abbracciare. I Mortara si opposero ed Edgardo fu quindi trasferito a Roma presso la Casa Dei Catecumeni, che ospitava gli ebrei convertiti (ed era finanziata con le tasse degli ebrei). Il padre non poté incontrarlo per diverse settimane e comunque non da solo. Durante l’incontro il bambino disse al padre di recitare ancora le preghiere ebraiche, e in seguito ai due non fu concesso più alcun incontro fino alla presa di Porta Pia nel 1870.

La particolarità del “caso Mortara” non è però negli eventi, che ripeto non furono affatto straordinari, ma nel fatto che la notizia arrivò (attraverso i canali delle comunità ebraiche in un primo momento) alla ribalta internazionale, diventando caso “politico” , Il Regno di Sardegna e soprattutto Cavour, appoggiarono i Mortara e il caso ebbe immensa risonanza in Francia mettendo in crisi il sostegno che Napoleone III dava allo stato pontificio (protetto dalle armi francesi dopo la parentesi della Repubblica romana del 1848). Secondo alcuni storici il “caso Mortara” ebbe peso non irrilevante nella decisione di ritirare le truppe da Roma che aprì la strada alla presa di Porta Pia e nel favorire l’alleanza con il Regno di Sardegna in funzione antiaustriaca. Ma anche in Inghilterra e negli Stati Uniti il caso ebbe grande risonanza.

Le proteste furono appoggiate da organizzazioni ebraiche e da figure politiche e intellettuali britanniche, statunitensi, tedesche e francesi; proprio a Parigi l’episodio, unito ad altri atti di antisemitismo messi in atto dalla Chiesa e da personaggi del mondo cattolico, fu lo spunto per la nascita dell’Alleanza Israelitica Universale. Ma le critiche non mancarono anche dai cattolici. L’abate francese Delacouture, docente di teologia, pubblicò sul quotidiano Journal des débats del 15 ottobre 1858, una sdegnata analisi del caso, ove lamentava che il rapimento del fanciullo Mortara era stato fatto “violando le leggi della religione, oltre quelle della natura”.

Per contro Pio IX mostrò di non cedere alle pressioni, instaurò un rapporto particolare con Edgardo, (difficile credere che non sia avvenuto anche questo per interesse) e il ragazzo ben presto si allineò alla posizione ufficiale della Chiesa. Oppose continui rifiuti alla richiesta del padre di incontrarlo e anche quando, dopo la caduta di Porta Pia e l’annessione di Roma all’Italia gli fu richiesto dalle autorità (il fratello di Edgardo era bersagliere decorato al valore) di vederlo egli si rifiutò.

Edgardo era entrato nel noviziato dei Canonici Regolari Lateranensi nel 1867 Dopo la Presa di Roma, per sottrarsi a ulteriori sollecitazioni, forse anche su suggerimento di Pio IX, Edgardo lasciò la città e si recò prima in Tirolo, poi in Francia dove venne ordinato prete all’età di ventitré anni e adottò il nome di Pio. Egli fu inviato come missionario in città come Monaco di Baviera, Magonza, Breslavia per convertire gli ebrei, imparò a parlare nove lingue incluso il basco. Durante una serie di conferenze in Italia ristabilì i contatti con la madre e i fratelli, e tentò di convertirli. Nel 1895 partecipò al funerale della madre e due anni più tardi fu negli Stati Uniti, ma l’arcivescovo di New York fece sapere al Vaticano che si sarebbe opposto ai tentativi di Mortara di evangelizzare gli ebrei in terra americana e che il suo comportamento metteva in imbarazzo la Chiesa. Mortara morì l’11 marzo 1940 a Liegi dopo aver passato diversi anni in un monastero.

Il caso Mortara fu una delle cause delle forti opposizioni alla beatificazione di Pio IX, avvenuta poi nel 2000. Se volete approfondire le vicende, qui solo accennate, di questo caso per noi emblematico di come l’antisemitismo e l’intolleranza abbiano radici profonde e ben più radicate delle ideologie del novecento, vi consigliamo di leggere “Prigioniero del Papa Re” di David I. Kertzer.

Ci piace pensare che tanto dolore e tanti sacrifici ci abbiano insegnato molto e chiudere il racconto con l’immagine di un Papa non più re, ma forse più autorevole di un re che entra in sinagoga tra i sorrisi.

Noi possiamo solo ricordarvi che la tolleranza e la libertà sono la sola cura efficace contro questo tipo di malattie dell’essere umano e che essere amorevoli con i nostri simili non è esercizio difficile, ma lo è invece essere tolleranti verso chi è diverso. Ma è anche assai più utile.

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