EBREI E MATEMATICA

EBREI

di Antonio Iannizzotto

Come matematico, comprendo bene almeno una delle ragioni dell’antisemitismo: l’invidia.

Nella mia disciplina, gli studiosi ebrei (non necessariamente osservanti, ma di famiglia ebraica) hanno goduto per tutto il ventesimo secolo di un prestigio altissimo e assolutamente meritato: John von Neumann, André Weil, Alexander Grothendieck, Paul Cohen, Elon Lindenstrauss, Grigori Perelman, e in ambiti più vicini alla mia area di studio Paul Rabinowitz, Louis Nirenberg, Haim Brezis, sono solo alcuni dei nomi di una lista che potrebbe allungarsi per pagine e pagine. Risalendo ai secoli precedenti se ne trovano di meno, credo principalmente perché in molti paesi europei la carriera universitaria era alquanto difficile per chi appartenesse a una minoranza razziale o religiosa (ma forse non solo per questo, come tenterò di argomentare in seguito).

Il numero di matematici ebrei che hanno ottenuto risultati importanti, o addirittura influenzato lo sviluppo della disciplina in modo determinante, è impressionante, rispetto alla tutto sommato esigua consistenza del loro popolo: questa sproporzione induce a domandarsi se gli ebrei siano veramente dotati di uno speciale talento per la matematica. (Non so se in altre discipline speculative o artistiche si ponga lo stesso problema, forse nel campo degli interpreti di musica classica, ma davvero non lo so.) Questo genere di domande oggi non è ben visto, perché ipotizzare che un popolo detenga speciali caratteristiche intellettuali o morali (anche positive) è considerato da molti una forma di razzismo: cioè, dire che “gli ebrei sono bravi in matematica” sarebbe come dire che “i negri hanno il ritmo nel sangue”, cose che magari sono vere ma hanno lo sgradevole aspetto di stereotipi razziali. Lo capisco. Chi rifiuta questo genere di argomenti non dovrebbe leggere questa nota.

Personalmente non credo molto nella genetica, nel senso che mi sembra una scienza ancora incerta e viziata da un forte determinismo, specie quando la si vuole applicare a problemi sociali, culturali e comportamentali. Per questo, quando parlo di “popoli” e “razze” tendo a considerarli degli aggregati di tipo storico e culturale, contraddistinti, più che da un comune patrimonio genetico, da una consolidata congerie di idee, costumi, meccanismi linguistici e psichici che complessivamente si può chiamare “mentalità” o “tradizione” e che ovviamente non è immutabile nel tempo. La tradizione ebraica, quale si è venuta determinando nella storia, mi sembra possedere alcune caratteristiche che la rendono affine alla matematica moderna.

La prima di queste caratteristiche è ovvia, si tratta della lunga familiarità con le professioni del commercio e del credito, che sono state spesso il principale volano dello sviluppo dell’aritmetica e delle forme via via più sofisticate di calcolo (il “Liber abbaci” di Fibonacci era un manuale per mercanti). La seconda è il cosmopolitismo, spesso forzato nel caso degli ebrei, che spinge naturalmente alla ricerca di forme di espressione linguisticamente non caratterizzate, comprensibili a uomini di tutte le culture: come la matematica, che è perfettamente identica per me e per un giapponese (chissà se la musica si può considerare un’analoga “lingua universale”? non altrettanto, credo). La terza è una religione estremamente astratta: il Dio degli ebrei, a differenza da quelli delle religioni pagane e anche dal Dio dei cristiani, non ha un volto, non si può nemmeno rappresentare, e le sue decisioni sono imperscrutabili, non dettate da “sentimenti” quali l’amore o la misericordia; e anche se può sembrare strano, in matematica un passo essenziale nella comprensione dei problemi consiste nell’imparare a pensare senza raffigurare l’oggetto della propria riflessione in forme sensibili, né farsi influenzare da pregiudizi di tipo teleologico o morale (“dovrebbe essere così”). Questo elemento, la tradizione ebraica l’ha in comune con quella islamica, e infatti gli arabi sono stati per secoli i depositari di una sapienza matematica molto profonda. La quarta caratteristica è la più elusiva: popolo apolide, senza patria, spesso perseguitato, sempre più disilluso, gli ebrei hanno sviluppato un atteggiamento scettico e anti-dogmatico (ne testimonia la loro nota, e a volte stucchevole, ironia, oltre al loro amore per le discussioni infinite) che sembra spesso ridurre la verità a un punto di vista; il che è un ottimo punto di partenza per il ragionamento matematico, che spesso richiede di passare con disinvoltura da un sistema di assiomi all’altro, di accettare ipotesi contro-intuitive, e in genere di adoperare la razionalità come un mero strumento speculativo (si pensi alle “dimostrazioni per assurdo” che tormentano i liceali).

Queste caratteristiche, è bene notarlo, si adattano allo stile della matematica novecentesca che è estremamente formalizzata ed astratta: una disciplina che non studia necessariamente modelli attinenti alla realtà fisica (come ai tempi di Newton, per fare un esempio) ma sistemi logici soggetti al solo vincolo della coerenza interna. “Là fuori”, nel mondo fenomenico, tale coerenza può anche non ricorrere, e possono infuriare le forze cieche dell’irrazionale. La matematica occidentale classica (legata alla fisica), al contrario, richiedeva (o almeno si accordava con) una radicata “fede” nella razionalità del mondo reale, ordinato da un’intelligenza benigna: era, in un certo senso, una matematica più “cristiana”.

Un altro aspetto interessante è che la maggior parte di queste caratteristiche sembrano legate alla storia ebraica successiva alla Diaspora, e in effetti non mi pare che la cultura ebraica antica si distinguesse rispetto a quelle ad essa contemporanee per un grande sviluppo della matematica o dell’astronomia (egizi e babilonesi erano parecchio più bravi, per non parlare dei greci). Questo si accorda con l’idea generale che una “razza” sia più una variabile storica che genetica o biologica.

I cenni descrittivi di alcuni aspetti della “mentalità” ebraica che ho riportato sopra possono forse contribuire a spiegare il talento matematico degli ebrei, in ogni caso si tratterebbe di una spiegazione intuitiva e per nulla rigorosa o scientifica. Va detto che una simile descrizione (magari espressa in termini aspri e calunniosi) ricorre nelle teorie degli antisemiti, che adoperano le stesse basi per dimostrare che gli ebrei sono “pericolosi” perché troppo intelligenti e cinici, privi di quei freni morali che deriverebbero da una mentalità più legata a “sangue e suolo”: per esempio, essa viene in parte richiamata in un film che tratta di un fanatico antisemita americano, in realtà un ebreo in conflitto con le proprie origini. Ovviamente non sottoscrivo queste ultime deduzioni, ritenendo che in generale siano assai più pericolose le persone stupide che quelle intelligenti, e ritengo (come accennavo all’inizio) che appunto l’invidia verso l’agilità intellettuale degli ebrei sia una delle ragioni profonde del sentimento antisemita.

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Un altro motivo per il quale gli ebrei sono portati per la matematica a parer mio è che quelli praticanti (ortodossi) studiano molto la torà la quale oltre ad essere molto stimolante dal punto di vista intelletuale presenta anche un’interpretazione matematica (la ghematria) la quale associa numeri a lettere la cui somma dà le parole, viene usata per dare possibili altre interpretazione della torah processo molto simile viene usato anche nella matematica avanzata. Quindi penso sia proprio l’impostazione religiosa/culturale che và a “pungere” certe parti del cervello le quali stimolate rispondono molto bene se applicate alla matematica o alle scienze logico deduttive,proprio per questa maggior elasticità coltivata fin dalla giovinezza.

  2. penso che gli ebrei siano particolarmente geniali in matematica.

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