Vita, Salute e Malasanità

I cittadini, in condizioni normali, sono dotati di vita e buona salute.
Tale condizione può essere turbata da diversi pericoli. Tra questi:
–  Malattie ed infortuni (problema sanitario).
–  Violenze da altri cittadini (problema di sicurezza interna);
–  Violenze da paesi stranieri su territorio nazionale (problema militare);
–  Pericoli derivanti dal mercato dei prodotti e dei servizi (problema informativo)
–  Pericoli naturali (alluvioni, eruzioni, terremoti etc. – problema di protezione civile)
–  Pericoli sociali, ovvero derivanti da manifestazioni collettive [1] (ancora sicurezza interna).
–  Protezione dell’incolumità del cittadino all’estero (servizi consolari)

All’autorità pubblica verrebbe perciò richiesto di far fronte a questi pericoli, pagandole mediante tributi le attività che le competono: sorveglianza, protezione, repressione dei reati, finanziamento dei cittadini in difficoltà.
Esplorare le modalità con cui tali attività sono oggi espletate, da quella militare, alla sicurezza, alla sorveglianza di prodotti e servizi, a quella sanitaria, può far venire il mal di pancia.
Perciò, mi limiterò qui all’attività che più assorbe le finanze dei contribuenti: quella sanitaria. Alcune delle restanti sono trattate in Appendice.

1.1       Lo “Stato dottore”

Secondo quanto esposto precedentemente, le istituzioni pubbliche dovrebbero:
– sorvegliare le attività sanitarie e farmaceutiche, proteggendo il cittadino da servizi pericolosi o truffaldini;
– sorvegliare il mercato delle attività sanitarie, impedendo cartelli e monopoli, facilitando l’accesso di operatori nel mercato e quindi la completezza e la concorrenza dei servizi;
–  informare i cittadini sulle attività sanitarie e sui prodotti farmaceutici disponibili;
–  finanziare i cittadini in difficoltà economiche ai fini di accesso ai servizi sanitari.

Invece, lo Stato italiano ha trovato una via più breve, che gli evita i fastidi delle attività sopraelencate([2]): ha istituito un monopolio pubblico delle attività sanitarie. Inizialmente gratuite, ora a “basso costo” per tutti i cittadini. E’ lo Stato stesso che, anziché svolgere i compiti per cui è preposto, si è messo a  “fare il dottore”.
Bellissimo! Così, dal nulla, ecco scendere dal cielo (o sorgere dalle viscere della terra?) medici ed infermieri, medicine e trattamenti, gratuiti o a basso costo. Per il mendicante e per il milionario.
Mmmmh . . . . che ci sia un trucco? E’ veramente tutto gratuito, o è tutto costosissimo? E poi, è veramente “tutto”? Ed infine: ma ‘sto sistema, permette veramente al cittadino di curarsi, oppure rischia ancora pelle e salute?

La risposta la conosciamo tutti:
– i costi della sanità italiana sono mostruosi. Si tratta della maggior voce di costo del bilancio pubblico ([3]) ([4]);
– l’accesso è ostacolatissimo, e più spesso precluso, dai tempi di attesa ([5]) ([6]) ([7]);
– molti servizi importanti per la vita mancano, ed in alcuni casi i cittadini (solo i facoltosi) devono rivolgersi all’estero per sopravvivere ([8]) o essere curati;
–  i “diritti” (che diritti non sono) dei “lavoratori” sanitari pubblici ([9]) prevaricano le necessità sanitarie dei cittadini.
– la possibilità di scelta è limitata alla qualità dei servizi dell’AUSL di residenza ([10]).
– il costo dei farmaci e delle attività sanitarie private è elevatissimo ([11]) ([12]) ([13]).  Questo nonostante la (o a causa della) presenza di un’autorità di controllo dei prezzi dei farmaci, di nomina partitica, fonte illecita di reddito per la sua dirigenza (esempio più noto: Duilio Poggiolini, detto “Re Mida”) e lecita per i partiti.
– il paziente non è la fonte del reddito degli operatori sanitari, ma il loro fastidioso problema quotidiano ([14]).
– essendo un servizio pubblico, non è sorvegliato, né le sue malefatte adeguatamente risarcite, né i suoi operatori (medici ed infermieri) civilmente responsabili;
– il servizio è quasi sempre inaccessibile, spesso pessimo, pericoloso e fonte di lesioni permanenti.
– come sempre, quando l’autorità pubblica gestisce delle attività economiche, fiorisce la corruzione. Che nel caso di servizi sanitari, causa tragedie. L’esempio più noto è quello delle decine di migliaia di cittadini infettati (e dei 250 morti accertati) da trasfusioni di sangue contaminato, utilizzato dalle ASL nonostante i pareri negativi della sorveglianza europea.
– A tutti questi problemi, il cittadino italiano non ha alternative, perché il monopolio pubblico impedisce lo sviluppo di un mercato concorrenziale di prodotti e servizi sanitari privati. E impone cartelli farmaceutici ([15]).

In più, rinunciando, l’autorità pubblica, ad espletare i servizi generali che le competerebbero, ed espletando invece l’attività sanitaria diretta (Stato Dottore), si espone al seguente problema di rigore logico: se un cittadino rinunciasse a servirsi del sistema sanitario pubblico, avrebbe ragione ad omettere di pagare quella percentuale di imposte che finanziano esclusivamente tale servizio.

Per chi non si fidasse delle cronache quotidiane o delle statistiche, alla fine del paragrafo ho inserito in nota alcune testimonianze degli ostacoli posti dal sistema sanitario italiano alla libertà di curarsi.

Obiezione: mi si obbietta che esistono porzioni di questo sistema siano da ritenersi di eccellenza. Ad esempio, il reparto neurologico del Bellaria di Bologna. O i servizi di screening alla prostata o al seno. O certi reparti ostetrici (certi altri proprio no). O i servizi di pronto soccorso in certe località od in certe occasioni.

Risposta: sperando che al Bellaria abbiano finalmente imparato ad operare gli aneurismi cerebrali, e sperando che tali eccellenze non costino come la mostruosità media del resto del sistema sanitario, è insostenibile che in mezzo a tale sistema sbagliato non possano esistere medici o dirigenti ottimi o addirittura geniali. O che vengano proposti anche servizi utili ed efficienti (ad esempio, quelli pediatrici, i vaccini etc) esattamente come nei paesi a sanità privata.

Ma è innegabile che il sistema, in generale, sia insufficiente, pericoloso, dai costi incontrollati, e soprattutto pregiudicante la possibilità di rivolgersi ad un mercato efficiente e concorrenziale di servizi sanitari. In altre parole: ostacolante il diritto a curarsi.

1.2       I sistemi sanitari nel mondo

Attualmente vi sono 8 diverse tipologie “teoriche”. Il numero è uguale alla possibilità di composizione di 3 elementi:

–    Modalità di erogazione dei servizi: può essere diretta (dalla struttura sanitaria al paziente) od obbligatoriamente mediata da un’assicurazione. Quella mediata è più costosa, ma la pretesa è che le assicurazioni private sorveglino il mercato sanitario al posto dello Stato ai fini di ottimizzarne i costi. Il problema è poi che lo Stato deve sorvegliare i costi delle assicurazioni. E che dovrebbe poi sorvegliare anche i cartelli e gli accordi tra assicurazioni ed operatori. E anche la qualità dei servizi. Insomma, è un sistema in realtà pieno di pecche.

–    Modalità di pagamento: può essere anch’essa diretta (dal cittadino all’assicurazione od alla struttura sanitaria) oppure obbligatoriamente mediata dallo Stato attraverso imposte e sistema sanitario o assistenziale.

–    Forma giuridica dell’erogatore del servizio: pubblico o privato

Poiché nessuna delle possibili 8 combinazioni di questi elementi funziona, sono stati tutti corretti nel tempo in modalità “mista”, per cui le loro differenze si sono temperate nel tempo. Ma nessuna di queste è conforme al “contratto sociale” definito dal diritto naturale.

Comunque, proseguendo nella trattazione, ai primi tentativi di regolamentazione del mercato sanitario è stato dato un nome. Quello del suo ideatore. Vediamo i tre più importanti:

1) Il sistema inglese, quello ovviamente più vicino allo stato di Diritto, si chiama “Beveridge“, e vede una modalità di erogazione diretta (senza assicurazione obbligatoria), una modalità di pagamento pubblica (dall’imposizione sui redditi al sistema assistenziale per tutti), ed un mercato della sanità privato. La correzione è stata l’inserimento di strutture pubbliche.

Il difetto di questo sistema è che sia la gratuità che la presenza di strutture pubbliche hanno mandato in malora il mercato.

Sistemi derivati da questo con vario tipo di correzioni sono oggi adottati in UK, Spagna, Scandinavia, New Zealand ed  Hong Kong (rifiutatasi di passare alla nazionalizzazione, propria del sistema cinese – vedi tipologia 3, ovvero l’italiana).

Una sua importante variante è quella Canadese (detto NHI [16], adottato anche da Taiwan e Sud Corea). Sfruttando la propria condizione di cliente monopolista del sistema sanitario privato, impone le sue tariffe su TUTTI (!) i prodotti e servizi sanitari. Il ché a volte ha successo (specialmente con i prodotti farmaceutici, i cui costi sono sia studiati analiticamente che comparati con quelli in altri paesi), ma può causare l’incompletezza dell’offerta (cioè dei servizi disponibili), lentezze burocratiche e barriere all’entrata nel mercato. E, ovviamente, corruzione.

2) Il modello tedesco originario è chiamato”Bismark”. Prevede che coloro che lavorano (solo loro) paghino obbligatoriamente un’assicurazione sanitaria (deducibile dai datori). Che si rivolge ad un mercato privato di operatori sanitari. Poiché tale sistema era fruito solo da coloro che erano impiegati, e le malefatte di assicurazioni e strutture sanitarie necessitavano sorveglianza, tale sistema ha dovuto quasi immediatamente essere corretto e vincolato da complicate normative e sistemi integrativi pubblici, che lo rendono ormai inclassificabile, ed a seconda dei casi più o meno costoso, burocratizzato, lento, inaffidabile, iniquo ed insufficiente.

Sistemi derivati da questo, con vario tipo di correzioni, sono oggi adottati in Germania, Francia, Belgio, Olanda, Giappone, Svizzera ed America Latina ([17]).

3) Il sistema italiano: lo “Stato Dottore“. E’ spesso chiamato anche “Malasanità“. E’ lo Stato (con le Regioni) che utilizza le imposte per pagare esclusivamente operatori sanitari pubblici. La differenza teorica coi sistemi socialisti puri è che questi ultimi non prevedono redditi, e quindi neanche imposte.

Anche questo, nel tempo, è stato parzialmente corretto. Sono ammesse al rimborso (parziale) anche alcune strutture private. Inizialmente perché costavano meno e perché erano più efficienti ([18]). Poi, vista l’assenza di sorveglianza di cui è specialmente caratterizzata l’autorità pubblica italiana, ai fini di interesse personale delle autorità delegate (lunga mano dei baroni del pubblico, corruzione, finanziamento partiti etc.).

Difetti di questo sistema: costoso, burocratizzato, lento, inaffidabile, iniquo, insufficiente, fonte di corruzione, soprusi, privilegi.

Conclusione

Per proteggere la libertà del cittadino di essere curato a fronte di malattie ed infortuni, sarebbe sufficiente che l’autorità pubblica facesse il proprio dovere. Se invece si mette a “fare il dottore”, oltre a disporre di cifre enormi la cui destinazione diventa difficile da controllare, non potrà più fare il suo mestiere. In quanto dovrebbe sorvegliare se stesso. Il ché è un controsenso. Non funziona, non ha mai funzionato, non funzionerà mai. E viola il contratto sociale naturale.

Pensiamo ora alle possibili difficoltà di un sistema compatibile con il Diritto, e scopriamo come si sciolgono autonomamente come neve al sole.

1.3       Il sistema sanitario compatibile con il Diritto (naturale)

Cosa dovrebbe fare l’autorità pubblica, per difendere la libertà di un cittadino a curarsi? Solo due cose:

1) aiutare finanziariamente (non economicamente) chi lo necessita;

2) sorvegliare il funzionamento del mercato (privato, altrimenti non è un mercato, e non sarebbe neanche sorvegliabile) delle attività e dei prodotti sanitari,

Si tratta quindi di due attività diverse, che tratterò separatamente.

Il finanziamento dei cittadini per le attività sanitarie

1) Primo problema: se io Stato (Regioni etc.) mi metto a pagare le prestazioni sanitarie private, queste automaticamente aumenteranno le tariffe a valori stellari.

2) Secondo problema: se le pago a tutti, finisco in bolletta. Se lo pago solo ad alcuni, sono soggetto all’arbitrarietà dei parametri di scelta, e perciò destinato all’iniquità.

Devo quindi trovare un modo per:

aiutare i poveri – senza alterare il mercato – senza scegliere io chi è povero e chi no.

Facile. Basta prestare, anziché dare.

In questo modo, chi può pagare non si mette dei debiti (ad interesse) con lo Stato. Chi ritiene invece conveniente un pagamento dilazionato, oppure un “pagherò”, potrà rifarsi al temporaneo supporto pubblico. Restituendolo obbligatoriamente nel tempo con una piccola percentuale del suo reddito imponibile (quando ce l’avrà, se ce l’avrà). E tutti avranno interesse a cercare la prestazione meno costosa.

In teoria, in questo modo lo Stato (Regioni etc) non spende un euro. Anzi ci guadagna. In realtà, molti finanziamenti andranno a fondo perduto. Lo stato individuale di “povertà”, nonostante l’aiuto pubblico per il recupero (l’assistenza), può permanere. Va bene lo stesso. Io, cittadino giusnaturalista, l’avevo già previsto quando ho dato all’autorità pubblica il compito di “assistenza“, e quando ho accetto di pagare imposte a questo fine. Ma sempre basato sul prestito, Vedere il post sull’assistenza sociale.

Vediamo ora le trappole di questo sistema, e la loro soluzione.

1) Il cittadino può utilizzare il finanziamento pubblico per fini diversi. Soluzione: il finanziamento non va al cittadino, ma direttamente alla struttura sanitaria da lui scelta.

2) Il cittadino che già prevede uno stato di povertà permanente, ovvero l’impossibilità di restituire il finanziamento, si rivolgerà alla struttura più lussuosa e costosa (tanto sa che non la pagherà mai). Soluzione: l’autorità pubblica indicherà la quota massima disponibile per la prestazione richiesta, basandosi su dati reali di strutture (indicate) che la applicano ([19]).

3) Abbiamo detto che l’autorità pubblica deve garantire vita e salute. E se il mercato sanitario fosse territorialmente incompleto? Ad esempio, in ritardo nei nuovi insediamenti? Oppure lo fosse temporaneamente, a seguito di fallimenti? La soluzione sta nei compiti naturali dell’autorità pubblica. In questo caso: il monitoraggio pubblico della distribuzione dei “pronto soccorso” permanenti, e l’organizzazione di pronto soccorso pubblici temporanei. E’ importante il principio della “temporaneità”, per sopperire all’emergenza emersa: l’autorità pubblica interviene per le emergenze, non per sempre.

Il mantenimento di una quota di servizio sanitario pubblico è comunque necessaria. Infatti fa parte delle Attività Militari e di Protezione Civile. Una seconda utilità è poi il monitoraggio anche diretto dell’efficienza e dei costi del mercato per queste prestazioni. Diventa perciò naturale attribuire alla Protezione civile (meglio se organizzata regionalmente) il compito di sopperire direttamente a questo tipo di emergenza. Proprio perché “emergenza”.

5) Abbiamo una tipologia di cittadino che non dispone delle stesse libertà individuali degli altri, in quanto sotto tutela. Si tratta del “minore”. Sotto tutela parzialmente dei genitori e parzialmente delle Istituzioni. Le quali si dovrebbero fare carico delle possibili mancanze dei genitori imponendo a questi ultimi attività obbligatorie (ancorché facilitate e deducibili, in uno stato ideale che ora non c’è). Si tratta degli obblighi concernenti istruzione e salute. Quest’ultima consiste in due cose: vaccini e visite pediatriche.

Lo stato di tutela di minori da parte delle Istituzioni impone a quest’ultime di sopportare i costi di tali attività obbligatorie (e quindi, già oneri in termini di libertà personale per i genitori). Ora, vi sono due strade per la “gratuità”( cioè: il carico da imposte sopportato dalla collettività). O il mantenimento della struttura pubblica (ora non più in struttura temporanea in emergenza ma permanente) oppure il rimborso delle strutture private. Non più “prestito” ma “elargizione”. Purtroppo, è inevitabile che un mercato privato foraggiato dal settore pubblico, in assenza di concorrenza, costi moltissimo. Ne è un esempio il caso delle prestazioni gratuite statunitensi.

D’altronde queste attività, forse per la tensione morale ispirata dai bambini, forse perché già parzialmente indipendenti dal carrozzone pubblico degli ospedali, sono le uniche raramente soggette a biasimo qualitativo (tempistico sì, però).

A mio avviso, anche queste sarebbe più opportuno accorparle all’ambito delle competenze della Protezione Civile (vaccini e visite pediatriche fanno comunque parte delle sue competenze), previa una sua auspicabile organizzazione regionale, soggetta così a “confronto federale”, e quindi ad una più facile sorveglianza per via della conseguente “concorrenza amministrativa”.

6) Monitoraggio preventivo delle malattie dell’anzianità (ex: prostata seno, etc). Il recente incremento degli avvisi e dei servizi agli ultracinquantenni per il monitoraggio dello stato di salute è ritenuto “socialmente” vantaggioso. Può darsi. D’altronde, l’informazione pubblica è già uno dei compiti naturali delle istituzioni. E della deducibilità e finanziabilità delle spese mediche abbiamo già parlato. Invece, l’informazione personale ed il monitoraggio, vanno gestiti da quell’ambito istituzionale che si occupa proprio della difesa dall’anzianità, ed opportunamente denominato “Previdenza”.

 

La sorveglianza del mercato sanitario

Se l’attività medica non fa parte dei compiti naturali dell’Autorità Pubblica, al contrario lo è quello di sorveglianza. In particolare, nei confronti di due diritti: il primo (vita e salute), ed il secondo (libertà personale, espresso in questo caso come libertà del mercato).

Il primo, ovvero la sorveglianza nei confronti della qualità dei prodotti, è ora ostacolato e corrotto dal fatto che tale attività influenza la veicolazione di denaro pubblico. Che guarda caso, ha la tendenza ha confluire in parte anche nelle tasche dei funzionari preposti (a volte curiosamente impiegato come imbottitura di cuscini e “pouffes”[20]).

Anche la sorveglianza nei confronti delle attività è impedita dalla loro natura pubblica ([21]).

In conclusione, la scomparsa della sanità pubblica lascerebbe finalmente mano libera ad una vera attività di sorveglianza di prodotti e servizi sanitari.

Aggiungo che anche l’attività giuridica e giudiziaria, liberati dall’influenza pubblica, difenderebbero con maggior vigore i cittadini da errori e danni in ambito sanitario.

 

Il secondo tipo di sorveglianza, quella sulla libertà di accesso al mercato, vede questi nemici tipici:

– i cartelli

– i monopoli.

– la burocrazia;

– il corporativismo;

L’individuazione dei cartelli si effettua per comparazione delle tariffe, anche rispetto ai paesi esteri (preciso anche: non è che l’estero sia sempre un buon esempio), ed ovviamente attraverso l’attività investigativa.  La repressione, come al solito, mediante pene e contravvenzioni aventi funzione di deterrenza (la funzione rieducativa la possiamo tranquillamente lasciare nel cassetto delle cose stupide).

Per quanto concerne i monopoli, vorrei attirare l’attenzione su quelli attualmente legalizzati. Ovvero i brevetti. Potrei limitarmi a segnalare l’immoralità di impedire la diffusione di farmaci, dispositivi o macchinari che possono salvare vite o difendere la salute. Se mi limitassi a questo, potrei incorrere nei tipici errori della morale superficiale, quella così ben descritta 160 anni fa da monsieur Bastiat nel suo saggio “Ciò che si vede e ciò che non si vede“. La domanda è la seguente: se abrogassi il divieto di copiare prodotti brevettati, ostacolerei la ricerca e l’avanzamento tecnologico?

La risposta è “no”. Perché? L’elenco dei motivi è lungo esattamente 241 pagine, quanto la ricerca dei due professori dell’università di Washington, Boldrin e Levin, sugli effetti storici della legislazione sulla protezione della proprietà intellettuale, a partire dagli effetti del brevetto della macchina a vapore di Watt. La conclusione dello studio è che i divieti di diffusione di prodotti ed idee nuove (cosa diversa dal “plagio”, che è fondamentalmente una truffa) non hanno mai stimolato l’innovazione, ma solo il suo ostacolo. Questo in ogni campo, anche farmaceutico.

Ora, poniamoci di fronte a questo studio con le sopracciglia aggrottate del sig. Popper, sostenendo come lui che “la prova sperimentale di una teoria non è mai definitiva“, in quanto anche dopo un milione di conferme, basterebbe un solo fallimento per smentirla.

Non possiamo però ignorarla. Specialmente se la sua direzione è la stessa di quella morale comune che costituisce il nostro miglior riferimento. Fortunatamente, la morale è flessibile. Nel senso che, dubitando della perfezione della teoria di Boldrin e Levin, potremmo anche tollerare un monopolio brevettuale di un anno o due. Ma non di 10 anni! Le lobby farmaceutiche, di fronte a questa pretesa, le possiamo mandare tranquillamente dove la nostra morale li vorrebbe condurre.

Passiamo ora alla burocrazia. In realtà, questo è l’oggetto del capitolo seguente. Ne cito brevemente la conclusione: la burocrazia è un ostacolo alla libertà personale. Perciò, se l’Autorità Pubblica richiede all’individuo, od all’impresa, un’attività (burocratica) in nome di un più o meno incerto “vantaggio collettivo”, ebbene, il “collettivo” la deve pagare. Più precisamente, la dovrebbe pagare l’Ente che ha imposto l’attività burocratica. Questo sarebbe il maggior ostacolo alla produzione di burocrazia. Un articoletto così in Costituzione stimolerebbe un corsa alla semplificazione burocratica non più coordinata da un lontanissimo parlamento, ma direttamente da quegli innumerevoli enti  pubblici che l’hanno prodotta (e che, perciò, la dovrebbero pagare).

Infine, il corporativismo.

Ho già parlato della prepotenza dei gruppi. E’ inutile ripetermi. Propongo un ennesimo esempio.

Una conoscente, statunitense, si diplomò colà come “surgical technician“, che sarebbe qualcosa di simile ai nostri termini “ferrista” ed “assistente chirurgica”. Lavorò in diversi ospedali USA, e poi si trasferì in Italia, paese con grandissima necessità di tale specialità, in quanto assente qualunque scuola della stessa. Qui, alcuni chirurghi riescono a farsi assegnare in modo permanente un’infermiera, e la istruiscono allo scopo, secondo le proprie incerte nozioni di tale attività.

Ma ecco che compare il nostro sistema corporativo. In Italia, non si può lavorare in ambito sanitario (né pubblico né privato) se non iscritti ad un albo. Cioè, bisogna essere o medici o infermieri. E per la nefanda mania diplomistica, da alcuni anni si è infermieri solo se si è svolto prima un corso universitario di tre anni. Roba da matti. Con l’aggravante che l’attività da infermiera non c’entra proprio nulla con quella da assistente chirurgica. Proprio nulla. Ed è troppo poco per la laurea in medicina. Quindi, il diploma americano da surgical tecnhician  non serve a nulla.

Ecco un esempio lampante di come domanda ed offerta non si possono incontrare per questioni di difesa corporativa [22].

Ma anche di Sanità Pubblica. Perché la necessità di corsi e di albi per le attività sanitarie è giustificata con il nefando potere “baronico” di assumere chiunque ad ondate, nelle strutture pubbliche. Tanto, paga Pantalone. Nipoti, cugini, amichette, la figlia della donna di servizio, etc.

Ora, per favore, basta. La Sanità Pubblica va finalmente risposta nel cassetto citato poc’anzi.

1.4       La vendita del carrozzone

Le “privatizzazioni” sono un capitolo a parte. Accenno però solo due dei vari concetti che si troveranno ivi sostenuti. Quelli riguardanti il capitolo “disoccupazione“, che è il primo campanello di allarme per il lettore – dipendente pubblico.

É un allarme perché viene dato per scontato che qualunque carrozzone pubblico sia pieno di impiegati inutili. I cosiddetti “esuberi”. I quali verrebbero fatti fuori da un’eventuale gestione che seguisse la logica dell’efficienza e del profitto.

Il primo dei concetti che vorrei far passare è che non è vero che rinunciando a pagare degli impiegati di un determinato settore, ancorché “inutili”, si aumenti il livello generale di disoccupazione. Lo spiegò Bastiat molto meglio di me 160 anni fa. Ci provo mantenendo la sintesi: le risorse di Monsieur Bonhomme, prima destinate ad impieghi inutili o dannosi, saranno immediatamente dirottate verso altrettanti impieghi utili. Con il guadagno dell’utilità. In altre parole: “la sostituzione di impieghi inutili con altrettanti utili si tramuta globalmente in maggiori risorse economiche, e perciò in maggiore impiego.”

Però, rinunciando alla visione generale, e focalizzandoci sul caso particolare della dismissione degli esuberi, dobbiamo ammettere che può comportare ingiustizie. Anzi, un particolare tipo di ingiustizia. Quella che i sindacati, nella loro logica livellatrice, non hanno mai considerato. Vi è infatti una differenza sostanziale tra il lavoratore autonomo ed il dipendente. Il primo ha la libertà di adattarsi autonomamente al mercato, evolvendosi e differenziandosi nel tempo in modo da adattarvisi. Il dipendente segue la logica della specializzazione. Più passa il tempo, più la sua esperienza si restringe.

In poche parole, il dipendente anziano, ancorché più esperto nella propria azienda, avrà maggiori difficoltà a trovare impiego altrove. E non solo per l’età. Sempre più efficiente all’interno, sempre meno allettante per l’esterno. Paga quindi un dazio invisibile col passare del tempo: la propria spendibilità.

Inoltre, la mia esperienza di impiegato, quadro, funzionario e manager in diverse aziende mi ha convinto che spesso la rovina delle aziende deriva da una naturale tendenza gestionale alla sottovalutazione del valore di quegli impiegati anziani costituenti la silenziosa memoria storica dell’impresa, in cambio della sopravvalutazione di giovani e prestanti nullasapienti, abbronzati macchinisti specialisti in direzioni sbagliate([23]). Meglio prevenire tale “tendenza naturale”, specialmente quando è contraria all’etica naturale di cui sopra.

Perciò, anche se ritengo imprescindibile che ogni imprenditore abbia la libertà ed anzi il dovere di aumentare o diminuire la dimensione della propria forza lavoro in funzione del mercato, ritengo che tale giustificazione per eventuali dismissioni debba essere soggetta ad un solo vincolo “negativo”: la priorità dell’anzianità di servizio.

Anche i salari, a mio avviso, possono essere ricontrattati ([24]). Ma non abbassandoli sotto il livello minimo imponibile (di vivibilità) cui si è parlato al cap. “Diritto e tributi”.

Conclusione: dei dirigenti, la nuova proprietà può fare quel che vuole.

Degli basso-salariati anziani, no ([25]).

So che questo mio paragrafo farebbe rabbrividire i miei amici libertari ([26]), ma spero nei plausi dei sostenitori del “buon senso” e dell’etica naturale.

 

 

Conclusione: i sistemi sanitari pubblici funzionano male, ovunque nel mondo. La soluzione logica è eliminarli, sostituendoli con compiti istituzionali tradizionali: sorveglianza del mercato sanitario, servizio assistenziale, servizi d’emergenza dipendenti dalla Protezione Civile. Il bilancio pubblico sarebbe sollevato sia dall’eliminazione dei costi fissi, sia dall’introito della vendita delle strutture. Il cittadino avrebbe finalmente la possibilità di scelta della struttura che più gli confà, con l’assistenza finanziaria pubblica se gli convenisse, in un mercato non rovinato dalla presenza pubblica.

Maledetta malasanità: discorso chiuso.

 

 

1.5       Appendice al paragrafo: testimonianze

Ad integrazione degli eclatanti esempi di dominio pubblico, propongo di seguito alcune testimonianze dirette degli ostacoli posti dal sistema sanitario al diritto a curarsi. Sono sicuro che ogni lettore ne può proporre di proprie. Ma ritengo necessaria questa appendice per annientare ogni possibile tentazione di difendere il sistema attuale.

 

[1] Testimonianza del sig. A: “L’anno scorso mi sono stirato il retto femorale. Pronto soccorso. Dopo 4 ore di attesa viene svolta ecografia. Con quella posso recarmi in visita dall’ortopedico. Visita pubblica, attesa 2 mesi. Privata: 2 gg dopo. Scelgo privata. L’ortopedico mi rende noto che il referto ecografico non dice nulla (né dimensioni né categoria né posizione). Solo “stiramento”. Devo farne un’altra. Struttura pubblica: attesa 18 mesi. Privata: il giorno dopo. Anziché aiutare, il sistema sanitario pubblico ostacola e fa perdere tempo.”

2 Testimonianza del sig. B: “A 35 anni mi ruppi il tendine del gran pettorale destro, quello che lo collega all’omero. Dopo il tendine d’Achille, è il più grosso tendine del corpo, quello che permette di portare il braccio in avanti. Ecco l’elenco delle “prestazioni” del SSN:

1) In pronto soccorso, un medico di guardia demente mi diagnostica “lussazione spalla”. Gli biascico, tra le nebbie dovute all’emorragia interna,  che sento nettamente la lesione al pettorale, e che necessito di ecografia. Mi risponde “Cos’è, lei, un medico? Se vuole, le faccio una radiografia, oppure firma e se ne va”. Mi trascino via, prima che il luminare mi peggiori lacerazione ed emorragia allargandomi il braccio per l’inutile radiografia.

2) Il giorno dopo, a Bologna, mi reco dolorante al  Malpighi, dove allora aveva sede un’importante sezione ortopedica. Il medico di turno, questa volta competente, diagnostica subito l’evidente lesione del pettorale. “Bene, allora quando mi ricucite?” “Non noi: secondo le regole interne (???) non possiamo ricoverare se il distacco del tendine non è diagnosticato mediante ecografia”. Bene, facciamola. “No, la macchina è rotta. Vada in un altro pronto soccorso. Qui non possiamo accettarla”.

3) Mi trascino al “Maggiore”. Un’altra dottoressa imbecille mi diagnostica ancora la lussazione della spalla. Le mie rimostranze non valgono nulla. Il buco al posto del muscolo non dice niente alla cretina. La collinetta sullo sterno dove il mio pettorale è andato a finire, neanche. È notte. Due soste al pronto soccorso prendono tutta la giornata, e non ve ne sono altri di aperti data l’ora.

4) Il giorno successivo, guidando ancora col solo braccio sinistro, sono al Rizzoli, l’ultimo rimasto, il più importante e noto ospedale ortopedico del Paese. Mi viene diagnosticata subito la rottura del tendine, prescritta ecografia a cui seguirà, mi dice il medico, il ricovero per l’intervento di ricucitura. Mi metto in fila per l’eco. Dopo due ore, chiude. Venga domani. Mi reco domani, me la fanno. Ed il referto? Tra due giorni. Dopo due giorni, il referto dice “rottura totale del tendine del pettorale destro”. Con quello torno all’accesso del pronto soccorso. Ecco, mi aggiustate adesso? No, perché sono passate più di 24 ore e non la possiamo quindi più accogliere. Ma non si preoccupi: braccio al collo una settimana e passa tutto (sic!!! Scritto sul referto!!!).

5) Vado a pagamento da un illustre luminare del Rizzoli stesso (nel suo studio privato). Un imbecille di prima. Con grande prosopopea mi spiega che la lesione è evidente, ma non si opera mai, perché tanto “altri muscoli sopperiscono. Comunque ora non si può operare per via dell’emorragia. Torni tra 20 giorni“.  E mi manda via prima che io possa aprire bocca. Un coglione pazzesco. Dopo 20 giorni, sono ancora li’: E ribadendomi che l’operazione non era conveniente, aggiunge che ora è inutile, perché è passato troppo tempo. Se avessi potuto usare il braccio destro l’avrei strangolato.

Invece: un mio conoscente, campione regionale di lancio del disco, un anno dopo subì lo stesso infortunio. Immediatamente operato a Padova, dopo un anno di fermo per riabilitazione tornò campione regionale.

Conclusione: Io ora ho un buco orrendo al posto del pettorale, il cui moncone si è incollato schifosamente sullo sterno. Ho provato a rinforzare il capo inferiore (l’unico rimasto), quello che è attaccato alla clavicola anziché allo sterno, ma l’assenza di contrasto lo fa alzare e mi lussa la clavicola. L’articolazione della spalla è tutta sbilanciata perciò oggetto di periartrosi. La funzionalità compromessa, precludendomi, ad esempio la difesa personale, il tennis o semplicemente appendermi col braccio destro. Questa è il sistema sanitario nazionale. Un branco di pericolosi incompetenti!!! Che mi ha impedito di curarmi, a qualunque cifra!“.

 

3 Testimonianza del sig. C: “A trent’anni mi ruppi il tendine d’Achille sinistro. A causa (certa) di scarpe da basket difettose (vedi la sorveglianza del mercato). Mi dissero che probabilmente le scarpe mi avevano rovinato anche il destro. Si poteva verificare e rinforzare preventivamente? No perché non ero un atleta professionista. Alla faccia dell’isonomia. In ogni caso, il problema era che i monconi dei tendini spezzati iniziano subito ad andare in necrosi! Ed io ero stato ricoverato il Giovedì del weekend di Pasqua. Il giorno dopo c’era già un altro da operare, ed il personale già ridotto per la festa. Il Sabato e la Domenica negli ospedali c’è solo personale infermieristico, non si opera MAI. (!!!-se non per pericolo di vita. O per i politici regionali – esempio Polverini – per cui si programma l’apertura di interi reparti). Il Lunedì ovviamente era festivo. Non si opera. Chissenefrega della salute! Santificare le feste, quello è importante. Il Martedì, attesi tutta la mattina di essere operato, digiuno. All’una mi dissero che si erano sbagliati, ed avevano operato un altro. Ed il pomeriggio non si opera mai (!!!). Ebbi un crisi di nervi. Cominciai a buttare cose in giro, a gridare ed a rovesciare comodini. Il giorno successivo, finalmente, mi ricuciono i due pezzi. Ma il chirurgo mi disse di aver trovato, chissàpperché, le fibre completamente marce, praticamente al posto di soleo e gastrocnemio ora avevo filo chirurgico. Da allora invece del polpaccio sinistro ho una specie di pezzo di legno. Siamo a Bologna. Istituto Rizzoli. La capitale dell’ortopedia pubblica italiana. Maledetti weekend! Maledette festività! Maledetti raccomandati! Maledetta sanità italiana!”

[1] Esempi, manifestazioni sportive, riunioni di grandi associazioni, eventi pubblici che riuniscono masse di cittadini, etc.

[2] Situazione ora: come noto (servizi di “Le Iene” e di “Report”), le case farmaceutiche mantengono prezzi particolarmente alti in Italia, paese in cui manca la sorveglianza, la burocrazia ostacola la concorrenza, la corruzione e l’incompetenza dominano l’unico grande mercato, che è quello pubblico. Le attività sanitarie private sono scarse e quasi sempre collegate dai “baroni” a quello pubblico.

[3] Articolo del 9/2011 dell’economista, due volte ministro, A.Martino: “Sapete quanto costa il nostro illuminato sistema sanitario? Se ai circa 110 miliardi di spese ufficiali, aggiungete i circa cinquanta di spese che i privati sostengono per procurarsi quanto il pubblico non fornisce, arrivate a 170 miliardi. Ma la storia non finisce qui: l’ottanta per cento del bilancio delle regioni è costituito da spesa sanitaria, occorre quindi aggiungere a quella cifra l’80% del costo di burocrazie, parlamenti, governi regionali, e consulenti, esperti e quant’altri. Si arriva così a ben oltre 200 miliardi, circa 3.400 euro per ogni italiano, uomo o donna, vecchio o bambino, ricco o povero. Ben 13.600 euro all’anno per la famiglia media di quattro persone.

Se anche solo la metà potesse essere risparmiata, grazie a una radicale riforma, i problemi del bilancio sarebbero risolti. Se a questo si aggiunge che il sistema trasferisce reddito dai meno abbienti ai ricchi e che gli episodi di malasanità sono all’ordine del giorno, non possiamo non concludere che questo mostro non merita di essere difeso

E infatti, con una frazione irrisoria di quella cifra si potrebbe fornire al 50% meno abbiente della popolazione un buono per un’assicurazione sanitaria dotata delle caratteristiche previste dalla legge, da utilizzare presso la compagnia assicurativa di loro scelta. Il restante 50% sarebbe libero di decidere se assicurarsi o sopportare quando necessario le spese per le proprie cure.

Avremmo un sistema competitivo che farebbe a meno di politici e burocrati inutili o corrotti, di medici e paramedici incapaci, in grado di assicurare a tutti un’assistenza medica di qualità. Scomparirebbe la differenza fra medicina pubblica e privata, resterebbe solo quella fra medicina efficiente e inefficiente. Saremmo costretti a fare a meno degli episodi di malasanità e di corruzione e le compagnie assicuratrici avrebbero interesse a vigilare perché non accadano frodi.”

 

[4] E’ noto da tempo (2014) che i costi dei servizi sanitari, per le ASL sicule, risultano circa 10 volte quelli delle cugine lombarde. Conosco personalmente medici che lavorano per le “ASL modello” lombarde. Mi assicurano che lo spreco ed i traffici sono vergognosi. Quindi, qual è il moltiplicatore medio dello spreco rispetto al costo virtuoso? 5 volte? 10? Di più?.

[5]   1° Esempio di oggi 3/11/2014. Mio figlio, 7 anni, a cui sono comparse macchie rosa, necessita di  visita allergologica. Tempo di attesa in struttura pubblica: 2 anni. Siamo a Bologna. O in Botswana? No. Semplicemente, il costosissimo servizio sanitario pubblico non c’è.  E’ solo costosissimo. Ed impedisce lo sviluppo di un mercato privato concorrenziale e rigorosamente sorvegliato.

[6]   2° Esempio di oggi 3/11/2014, sulla stampa quotidiana. A Salerno, equipe medica si reca alla visita urgentissima e trova il paziente deceduto.  La visita urgentissima era stata richiesta 33 giorni prima, e più volte sollecitata dal medico di famiglia e dai familiari

[7] E’ veramente ridicolo il caso degli interventi ortopedici (legamenti, tendini etc). 3/4 anni di attesa significa semplicemente che il servizio pubblico non c’è.

[8] Testimonianza personale: il figlio 4enne del notaio P.A, si sente male. Ricoverato al Bellaria di Bologna, uno dei maggiori centri di neurologia, finisce in coma. Diagnosticato aneurisma cerebrale, inoperabile. Condannato. Gli danno una settimana. P.A. si informa, lo fa portare in Francia.  Operato, dopo una settimana è in piedi. Ora è sano e sportivo. Se suo padre non avesse avuto le conoscenze giuste e le somme necessarie, ora sarebbe in una bara.

[9] Gli ospedali lavorano praticamente solo la mattina dei giorni feriali. Salvo casi di vita/morte. Il resto del tempo, solo servizi minimi di tipo prevalentemente alberghiero per i ricoverati.

[10] Esempio: specialità ortopediche.  A Modena: specialità mano. A Bologna: specialità ginocchio. Forlì: caviglia. Etc. Guai a lederti la mano se risiedi a Forlì.

[11] Esempio 2014: io necessito di gocce oculari. Soluzione fisiologica, praticamente acqua e sale. L’anno scorso, le mie costavano 10 euro la confezione. Mi sembrava esagerato. Quest’anno costano circa 20 Euro. Tutte le marche!

[12] Esempio tipico: costi ortodontici. I cittadini meno abbienti vanno a curarsi nei paesi limitrofi (Es: Slovenia, Croazia).

[13] Altri problemi sono costituiti dagli ostacoli generali al lavoro. Esempio: il miglior fisioterapista che conosco (e ne conosco parecchi) ha un esperienza trentennale in tutti gli ambiti di recupero ortopedico. Ma non potrebbe più lavorare, da quando sono diventati obbligatori titoli di studio specifici per i terapisti. Perciò deve accontentarsi di contratti che lo qualificano in modo diverso (quindi falsi), e del ricatto dei pochi centri privati che, conoscendolo, lo assumono assumendosi il rischio giuridico.

[14] Salvo casi di personale “tensione morale”. Ma non è questo il punto. E ogni anno spunta un caso di infermiere killer.

[15] Ad esempio, è nota la proibizione alle farmacie di consorziarsi per un laboratorio farmaceutico comune, per la preparazione delle ricette prescritte dai medici. L’apparente assurda proibizione ha lo scopo di evitare concorrenza alle case farmaceutiche, abbattendo i costi rispetto a quelli dei singoli “laboratori galenici”.

[16] National Health Insurance. Praticamente, lo Stato chiama se stesso Assicurazione Pubblica. Il ché permette varianti più o meno perverse sull’estensione del suo servizio.

[17] Alcuni associano a questo modello anche quello degli USA, per via dell’assicurazione associata ai contratti di lavoro. In realtà è di tipo “misto”, in quanto varie categorie di cittadini godono di assistenza sanitaria permanente (ex: i reduci, e tante altre) e perché è gratuito il servizio di Pronto Soccorso (la favola italiana del rifiuto del pronto soccorso USA in assenza di “carta di credito”, raccontata dai libri di testo delle scuole e probabilmente copiata dalla “Pravda”, ha plagiato l’intera cittadinanza) e quelli ostetrici (anche agli stranieri, specialmente a quelli clandestini). Fino alla “riforma Obama”, non era però pagata altra assistenza agli indigenti esclusi da categorie privilegiate. Nonostante le spese sanitarie pubbliche fossero, già così, altissime, questi ha imposto il pagamento pubblico di assicurazione privata per gli indigenti. Le conseguenze sono immaginabili: tariffe delle assicurazioni alle stelle e deficit di bilancio record nella storia degli USA (in rischio di default. Si ricordano i musei chiusi e gli impiegati pubblici non pagati fino all’approvazione mugugnata del ricorso al debito da parte del Senato). Riforma destinata a modifica.

[18] Esempio: ecografie a Bologna. Tempi di attesa 18 mesi. Costo: 15 Euro. Struttura privata “convenzionata” (a Monselice, PD): tempi di attesa: 1 giorno. Costo: 30 Euro. Prenotazione pubblica: presso uffici pubblici preposti (“CUP”). Prenotazione privata: tramite telefonata.

[19] Si può obiettare che quest’impostazione ci riporta in parte al problema dell’errore nell’attività pubblica. Ma l’importante è che si tratti di un’attività tipiche dell’autorità pubblica, quale è la sorveglianza di un mercato. Non “fare il medico”, o fissare i prezzi di un farmaco. E che il sistema contenga dei sistemi di verifica, controllo ed individuazione di responsabilità. Cioè, il tema del capitolo 2 (separazione dei poteri). E che l’eventuale arbitrio sia previsto e ridotto al minimo. Come citato nel cap.1.0: concetto di diritto amministrativo come restrizione, non come libertà, per l’amministrazione pubblica.

[20] Per i più giovani: si richiama qui il noto caso di corruzione del direttore generale del servizio farmaceutico nazionale del Ministero della Sanità Duilio Poggiolini.

[21] Esempio “dei giardini”: se un vigile urbano passa davanti ad un giardino privato con l’erba incolta e troppo alta, entra ed eleva una contravvenzione. Se passa davanti ad un giardino pubblico incolto (e ce ne sono un bel po’. Con bivacchi, siringhe, schifezze varie, altro che erba alta) non può fare niente. Anche l’opinione pubblica è inerme di fronte al giardino pubblico-schifezza: esposti, lettere ai giornali, proteste ai quartieri non servono a nulla. Stessa cosa per la sanità pubblica.

[22] Un conoscente mi ha posto l’obiezione: ma se un’infermiera nostra andasse in USA, verrebbe assunta come Surgical Tech, o dovrebbe anche lei fare un corso? Bè, a parte che, come ho detto, infermiera e ferrista sono due cose diverse, c’è un’altra differenza sostanziale. In Italia, l’ostacolo al lavoro è costituito da leggi di difesa corporativa. Colà, è il mercato privato che decide di assumere chi è più qualificato, senza necessità di leggi. E il mercato, in questo, è ancor più selettivo delle leggi.

[23] Una buona testimonianza di questa “tendenza” è riportata nel libro “Falce e carrello” di Caprotti, proprietario di “Esselunga”.

[24]    Cioè: non può essere inibito ai contratti di prevederlo. Se poi cambia uno dei contraenti, il contratto dovrebbe annullarsi automaticamente

[25]    Rispiego perché non vorrei essere frainteso. I contratti, in generale, devono essere liberi in tutto. Comprese le retribuzioni. Ma la ricontrattazione a seguito di cambio proprietà, è un caso diverso, perché la libertà di scelta di uno dei due contraenti è  limitata. In particolare, quella degli impiegati di lungo corso. Perciò, la ridefinizione dei salari è anch’essa legittima, ma non se utilizzata come ricatto abbassandola sotto il livello di vivibilità.

[26]    Rifiuto il termine “liberista”, invenzione crociana di una teoria inesistente.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Chiudi il menu
×
×

Carrello