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15Gen/15

15 GENNAIO 1892: NASCE LA PALLACANESTRO

nailsmith pallacanestro

A Springfield, nello stato americano del Massachussetts, James Naismith pubblica le tredici regole della pallacanestro. Nasce così ufficialmente il basket-ball.  Naismith, professore di educazione fisica canadese. è dunque l’unico creatore di questo popolarissimo sport. Nel 1891 Naismith lavorava presso la YMCA International Training School di Springfield, nel Massachusetts. Gli venne chiesto di trovare uno sport che potesse tenere in allenamento durante la stagione invernale i giocatori di football in alternativa agli esercizi di ginnastica. Ispirato al gioco canadese “duck-on-a-rock”, il basketball vide la luce il 15 dicembre 1891, regolato appunto  da tredici norme, con un cesto appeso alle estremità della palestra del centro sportivo e due squadre di nove giocatori. Il nome del gioco fu coniato da uno degli allievi di James Naismith, Frank Mahan, dopo che l’inventore aveva rifiutato di chiamarlo Naismithball. Il 21 dicembre si disputò la prima partita della storia della pallacanestro. Il 15 gennaio 1892 Naismith pubblicò le regole del gioco: è la data di nascita ufficiale della pallacanestro. La prima partita ufficiale venne disputata in nove contro nove il 20 gennaio e terminò 1 a 0 grazie al canestro di William Richmond Chase. Il canestro fu applicato all’altezza della tribuna, come canestro usavano un cesto di vimini e quando la palla entrava si usava una scala per riprenderla. Lo sport divenne popolare negli Stati Uniti in brevissimo tempo, cominciando subito dopo a diffondersi in tutto il mondo, attraverso la rete degli ostelli YMCA; gli allievi di Naismith divennero missionari e mentre viaggiavano nel mondo per portare il messaggio cristiano, riuscivano a coinvolgere i giovani nel nuovo gioco.Fu aggiunto al programma olimpico in occasione delle Olimpiadi di Berlino 1936 (anche se vi era stato precedentemente un torneo di pallacanestro durante le Olimpiadi di St. Louis 1904, non riconosciuto ufficialmente dal CIO). In quell’occasione, Naismith consegnò la medaglia d’oro agli Stati Uniti, che sconfissero in finale il Canada. Nel 1946 nacque negli USA la National Basketball Association (NBA), con lo scopo di organizzare le squadre professionistiche e rendere lo sport più popolare. Nel resto del mondo, la diffusione si incrementò con la nascita della Federazione Internazionale Pallacanestro nel 1932. In Europa, la pallacanestro ebbe una particolare risonanza e soprattutto l’Unione Sovietica fu lo stato che riuscì a competere a livello internazionale alla potenza degli Stati Uniti.

14Gen/15

14 GENNAIO 1858 – FALLISCE ATTENTATO ALLA VITA DI NAPOLEONE III

orsini

Sono le 19:15 di un tardo giovedì pomeriggio parigino. Monsieur Kim, netturbino, incaricato di spargere di sabbia la strada d’accesso al teatro dell’Opera di Parigi, fa difficoltà a svolgere il suo lavoro: due uomini non hanno intenzione di togliersi dalla sua traiettoria. Ostinato e diligente Monsieur Kim riesce a convincerli e finalmente a concludere la sua commissione. Poco dopo, gli stessi uomini, insieme ad altri due prendono posto sul marciapiede di via Le Peletier in attesa che arrivi l’imperatore accompagnato dalla sua consorte. La strada comincia ad essere gremita, una moltitudine di donne e uomini acclamano la carrozza blindata che una volta entrata in rue Le Peletier si dirige verso il teatro. Giunge quasi a destinazione, quando dalla folla uno dei quattro uomini lancia qualcosa: una bomba, dopo pochi istanti, un altro si gira al compagno e grida “Lancia la tua”, l’amico esegue e fugge in un’osteria da dove sentirà il rimbombo del terzo scoppio. Tre bombe, quindi, 12 morti, 156 feriti e un marciapiede ricordato da tutti i testimoni come “pieno di sangue”. La paura e il terrore dilaga tra le persone presenti, la carrozza con l’imperatore e l’imperatrice Eugene rimane intatta, ma le vittime sono moltissime, i feriti cominciano così a fuggire in via Rossini e a trovare soccorso nella farmacia Vautrin di via Laffitte. Medicati alla svelta vengono riportati in strada per lasciare posto agli altri. Monsieur Dually vedendone uno in difficoltà, gli porge il proprio braccio e lo aiuta a raggiungere la stazione delle vetture che si trova all’incrocio con la rue de Provance consentendo la fuga a quello che sarà il principale indagato dell’attentato: Felice Orsini. E’ il 14 gennaio del 1858, giorno in cui Orsini, insieme a Giovanni Andrea Pieri, Carlo Di Rudio e Antonio Gomez con 5 bombe, costruite artigianalmente, provano ad uccidere l’imperatore Napoleone III come “condanna a morte pronunciata contro l’assassino della Repubblica Romana”. Felice Orsini era un repubblicano di origini romagnole dal passato turbolento. Di famiglia ricca, aveva evitato la galera per l’omicidio del cuoco di casa a causa dell’intercessione di un potente zio presso il cardinale di Imola Mastai Ferretti. Divenuto avvocato, si trasferi’ a Firenze dove aderi’ alla Carboneria  e nel 1849 divenne deputato della Repubblica Romana. Terminata l’esperienza della Repubblica Romana a causa dell’intevento francese, si rifugio’ a Nizza da dove organizzo’ due fallimentari insurrezioni mazziniane in Lunigiana e in Valtellina. Fu arrestato e imprigionato dagli Austriaci nel castello di San Giorgio a Mantova.  Orsini fu protagonista di una rocambolesca fuga, nella notte tra il 29 e il 30 marzo 1856, grazie all’aiuto della facoltosa Emma Siegmund, che riuscì a corrompere i carcerieri e ad accompagnarlo in carrozza fino a Genova, da dove s’imbarcò per l’Inghilterra. L’evasione da una delle fortezze del Quadrilatero, ritenute inespugnabili e simboli della potenza austriaca nel Lombardo-Veneto, venne subito ripresa dalla stampa di tutta Europa, anche per l’incidente occorso ai fuggitivi che si tramutò in occasione di scherno verso il proverbiale rigore asburgico. Infatti, l’immediata inchiesta ordinata personalmente dal generale Radetzky, oltre alle complicità interne ed esterne al carcere, appurò che la carrozza con a bordo Orsini e la Siegmund ruppe il timone nel cremonese, davanti al posto di polizia austriaco della fortezza di Pizzighettone. I due vennero soccorsi dai gendarmi che provvidero a sostituire il timone rotto con uno nuovo, preso dai magazzini della fortezza. Dell’episodio si venne a conoscenza per il fatto che la Siegmund, presentatasi con il falso cognome di O’Meara, lasciò una somma per pagare il timone, ma la cosa non era prevista dai regolamenti militari. Il responsabile della contabilità, quindi, inviò un dettagliato rapporto all’amministrazione di polizia per sapere in quale capitolo potesse imputare l’entrata, così svelando che la fuga di Orsini era stata ingenuamente favorita proprio dalla gendarmeria austriaca. In Inghilterra, Orsini si rese conto di essere ormai diventato celebre in quel Paese e decise di stabilirsi a Londra, accettando la generosa offerta di un editore per scrivere le sue memorie che pubblicò nei volumi Austrian Dungeons in Italy, del 1856, e Memoirs and Adventures dell’anno successivo. Nel 1857 Orsini ruppe i legami con Mazzini e cominciò a preparare l’assassinio di Napoleone III. Cause scatenanti dell’odio verso il monarca francese furono l’aver affossato la neonata Repubblica Romana e il fatto che Napoleone III avesse chiaramente tradito gli ideali della Carboneria che egli stesso aveva professato in gioventù negli anni 1830-1831. L’attentato a Napoleone si rivelo’ un folle gesto fallimentare che provocò morti e feriti e che costò la vita allo stesso organizzatore. Tale episodio spianò tuttavia la strada a Camillo Benso conte di Cavour nel chiedere aiuto alla Francia. Fu infatti, lo stesso Felice Orsini a porre su un piatto d’argento la firma di quelli che passeranno alla storia come i patti di Plombieres. Dal carcere, quindi, prima di essere ghigliottinato il 14 marzo del 1858, Orsini scrive una lettera all’imperatore nella quale si legge: “Sta in poter Vostro fare l’Italia indipendente o di tenerla schiava dell’Austria e di ogni specie di stranieri. Gli Italiani vi chiedono che la Francia non permetta che la Prussia intervenga nelle future e forse imminenti lotte dell’Italia contro l’Austria. Io scongiuro Vostra Maestà di ridare all’Italia quella indipendenza che i suoi figli perdettero nel 1849, proprio per colpa dei Francesi. Rammenti Vostra Maestà che gli Italiani (e tra questi il mio padre stesso) accorsero a versare il sangue per Napoleone il Grande, dovunque a questi piacque di condurli; rammenti che sino a che l’Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell’Europa e quella Vostra non saranno che una chimera. Vostra Maestà non respinga il voto supremo d’un patriota sulla via del patibolo: liberi la mia patria e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno dovunque e per sempre”. Napoleone III fu favorevolmente colpito da questa lettera e ne autorizzò la pubblicazione; i giornali presentarono Orsini come un eroe. Camillo Cavour, vista la popolarità che aveva raggiunto la missiva, sfruttò la situazione per aumentare la sua pressione politica sulla Francia affinché aiutasse il Piemonte e non lasciasse nelle pericolose mani dei rivoluzionari l’iniziativa di unificare l’Italia. Ciò condurrà in seguito ai celebri accordi di Plombieres. Felice Orsini (nella foto) venne ghigliottinato a Parigi, insieme a Pieri, il 13 marzo 1858.

 

13Gen/15

13 GENNAIO 2012: NAUFRAGA LA “COSTA CONCORDIA”

COSTA 3

Alle 21 45, la Costa Concordia, una delle più grandi navi della flotta Coste Crociere, urta contro degli scogli a 500 metri dal porto dell’Isola del Giglio, in Toscana. L’impatto causa uno squarcio di oltre 50 metri sul lato sinistro. Un forte sbandamento e l’arenamento sullo scalino del basso fondale sono le conseguenze immediate. Un incidente causato per poter praticare la manovra di passaggio ravvicinato, l’inchino, sotto l’Isola, e che, secondo Francesco Schettino, comandante della nave, era stato previsto prima ancora della partenza. L’impatto con lo scoglio danneggia immediatamente i motori elettrici e i generatori e questo porta a un primo blackout a bordo della nave. In seguito si allagano vari compartimenti e il quadro elettrico principale viene completamente sommerso. In poco tempo la nave, risulta totalmente ingovernabile. Fino alle 22.05 i passeggeri della Costa Concordia vengono tenuti all’oscuro della gravità della situazione e sono informati di un solo problema ai generatori elettrici. Stessa cosa avviene con la Capitaneria di Porto di Livorno, che solo alle 22.13 è informata del blackout e non dello squarcio e del conseguente allagamento. Solo alle 22.36 i passeggeri vengono richiamati e fatti riunire per seguire le istruzioni del’equipaggio, che minuti dopo chiede anche di indossare i salvagenti. Il comandante Schettino e altri ufficiali sono salgono vergognosamente a bordo della lancia di salvataggio molto prima che le operazioni di salvataggio siano portate a termine lasciando così i passeggeri al loro destino. Le operazioni di soccorso sono molto complesse: la nave verso mezzanotte si inclina infatti sulla dritta rendendo tutto più difficile. Molte vite vengono salvate dai soccorsi portati dalla popolazione dell’Isola del Giglio, che spontaneamente mette in mare alcune barche e organizza un servizio di l’assistenza alle persone che raggiungevano la riva con i mezzi di salvataggio della nave. L’evacuazione di più di 4000 persone viene ultimata poco prima delle 5 del mattino ma il bilancio del disastro è terribile: ben 32 persone muoiono annegate. Dopo l’incidente, il Comandante Schettino e il primo ufficiale Ciro Ambrosio sono stati arrestati e accusati di naufragio, omicidio colposo plurimo e abbandono di nave in pericolo. In seguito Schettino ha ottenuto i domiciliari e ha chiesto il patteggiamento, che è stato rifiutato. La fase dibattimentale del processo non è tuttavia ancora terminata. Dopo il disastro, più volte Francesco Schettino è apparso in pubblico mostrando un atteggiamento spavaldo e arrogante, non dimostrando alcun rimorso per quanto avvenuto né alcun pentimento per il suo comportamento vile e irresponsabile.

 

12Gen/15

12 GENNAIO 1709: Piccola era glaciale

ERA GLACIALE

Un periodo di gelo di due mesi inizia in Francia – La costa atlantica e la Senna congelano, le coltivazioni vanno perdute e almeno 24.000 parigini muoiono. La Piccola era glaciale (PEG), in inglese Little Ice Age (LIA), è un periodo che, pur con una non totale convergenza degli studi, va dalla metà del XVI alla metà del XIX secolo. in cui ci fu un brusco abbassamento della temperatura terrestre nell’emisfero settentrionale. Questo periodo fu preceduto da un lungo periodo di temperature relativamente elevate chiamato periodo caldo medievale.La piccola era glaciale ha causato inverni molto freddi in molte parti del mondo, ma la documentazione dettagliata riguarda soltanto l’Europa e l’America del Nord. Nella metà del XVII secolo i ghiacciai delle Alpi svizzere avanzarono gradualmente inglobando alcune fattorie e distruggendo interi villaggi.
Il fiume Tamigi e i molti canali dei fiumi dei Paesi Bassi si congelarono spesso durante l’inverno, tanto che fu possibile pattinare e perfino tenere fiere sul ghiaccio. Nell’inverno del 1780 il porto di New York ghiacciò, consentendo di andare a piedi da Manhattan a Staten Island. Il mare ghiacciato circondante l’Islanda si estese per molti chilometri in tutte le direzioni impedendo l’accesso navale ai porti dell’isola. Lo stesso avvenne anche in Groenlandia. In entrambe le isole le navi commerciali provenienti dalla Danimarca non riuscivano più a entrare nei porti. Questo fece sì che la Danimarca cominciò quasi a dimenticare l’esistenza delle due isole. Si hanno riferimenti del 1500 di una spedizione danese che trovò la Groenlandia completamente disabitata. In particolar modo, viene ricordato l’inverno 1709 che, secondo gli esperti, è considerato il più freddo degli ultimi 500 anni per il continente Europeo.
Gli inverni più rigidi ebbero effetti sulla vita umana in larga e piccola misura. Le carestie divennero più frequenti (quella del 1315 uccise 1,5 milioni di persone) e le morti per le malattie aumentarono. La piccola era glaciale è visibile nelle opere d’arte dell’epoca; la neve domina molti paesaggi del pittore fiammingo Pieter Brueghel il Vecchio, vissuto tra il 1525 e il 1569. La piccola era glaciale si è conclusa intorno al 1850, quando il clima terrestre ha iniziato gradualmente a riscaldarsi.
Tra il XVI e il XIX secolo i lunghi periodi di gelo portarono la città di Londra a organizzare delle Fiere del ghiaccio lungo il fiume Tamigi, i Thames Frost Fair (in un’immagine del 1683-84).

11Gen/15

11 gennaio 1944: fucilazione di Galeazzo Ciano

 

 

ciano

Dopo un sommario processo tenutosi a Verona Galeazzo Ciano, genero del Duce e suo ex-ministro degli Esteri viene fucilato assieme a Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi, condannati a morte per aver sfiduciato Mussolini nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943. L’11 gennaio 2008 Marco Innocenti, inviato del «Sole 24 Ore» e autore di numerosi libri sugli eventi mondiali e sul costume del nostro Paese, raccontava nell’articolo che proponiamo quei tragici frangenti e ricostruiva la controversa figura di Galeazzo Ciano, da sempre contrario all’alleanza tra l’Italia e la Germania.

 

11 gennaio 1944 / La fucilazione di Galeazzo Ciano

di Marco Innocenti

La Repubblica sociale, appena nata, vive fra l’ebbrezza di un potere effimero e il presagio della morte. Mussolini è un fantasma, l’ombra dell’uomo che fu. Una sola forza sostiene i fedelissimi: la lotta ai traditori, la vendetta. Catalizzatore degli odi è Ciano. E Ciano deve morire.

La scarica fatale
La mattina dell’11 gennaio 1944 vento e morte si danno appuntamento a Verona. Galeazzo Ciano lascia il carcere degli Scalzi: la sua vita sta per coniugarsi all’imperfetto. Le colline attorno alla città sono bianche di neve, l’aria che si leva spazza via la cortina opaca delle nuvole e quel filo di nebbia che filtrava le immagini in dissolvenza. I capelli arruffati, l’impermeabile beige di Caraceni gonfio di un’insolente tramontana, Ciano va a morire. La vita che gli ha dato tutto sta per togliergli tutto. Poco dopo, al Poligono di Porta Catena, l’esecuzione: una scarica rabbiosa di fucileria, il colpo di grazia, il corpo disteso a braccia larghe come un crocefisso, il riscatto di una morte coraggiosa. Il “più bello del reame” muore meglio di come era vissuto.

Il «delfino» del Duce
Era stato il “delfino” di Mussolini, il secondo uomo più potente del fascismo, ministro degli Esteri, marito di Edda, grande seduttore, la stella mondana del regime, uno Scott Fitzgerald senza gin, tutto spalmato di snobismo, protagonista indiscusso di una corte da basso impero. Aveva fatto il portaborse di lusso del duce, poi, tardivamente, si era opposto ai nazisti, anche se a modo suo, con buone intenzioni e modesti risultati; si era esposto, aveva votato contro Mussolini al Gran Consiglio del 25 luglio 1943, si era messo contro la Germania e Hitler, che lo odiava di un tenace odio austrico, aveva giurato di saldargli il conto.

In carcere
Ospite-prigioniero dei tedeschi, Galeazzo è consegnato alla Repubblica sociale il 19 ottobre 1943. Incarcerato a Verona, è un uomo che vive a prestito. Il processo è una farsa, la condanna a morte un copione già scritto. Edda si batte per lui, gioca la carta dei Diari, ma tutto è inutile. Mussolini, che potrebbe salvargli la vita, non lo fa: non vuole (né può) contrastare Hitler e gli estremisti “neri”. E l’11 gennaio 1944 l’ex ministro degli Esteri fascista viene fucilato dai fascisti. «Muoio senza odiare nessuno», sono le sue ultime parole. Un anno dopo, nell’anticamera della fine, rievocando la morte del genero, Mussolini scaricherà il suo dolore represso: «Quel giorno – dirà – con Galeazzo sono morto anch’io».

Il vino della Mosella
Battuto dalle agenzie di stampa, l’annuncio della fucilazione di Verona scavalca le frontiere e si ferma sulle scrivanie di ambasciatori, ministri e capi di governo alleati e nemici. Molti, fra i notabili della politica, avevano avuto il conte Ciano come gradito commensale alla loro tavola e ricordavano i capelli pettinati con cura, le unghie impeccabilmente tagliate, la predilezione per i vini della Mosella, il fazzoletto di seta profumato nel taschino e il vezzo di portare il bicchiere alle labbra rizzando il mignolo per poi forbirsele delicatamente con il pizzo del tovagliolo ripiegato: un tocco di classe di un uomo che aveva lasciato una scia profumata nei salotti e nelle alcove, per poi finire disteso come un sacco di stracci sull’erba ghiacciata, nell’odore pesante di un terrapieno di periferia.

03Gen/15

3 GENNAIO 1974 – MUORE GINO CERVI

maigret 2 peppone

Attore dotato di grande presenza scenica e di una notevole incisività recitativa, è stato uno dei più prolifici e versatili interpreti nella storia dello spettacolo italiano, spaziando dal teatro serio a quello brillante, dal cinema alla radio e alla televisione.

Peppone: Se siete un uomo aspettatatemi qui fuori!

Don Camillo: Va bene…ma ricorda che siamo in due…Perché prima le prendi dall’uomo e poi le buschi dal prete!

Questa epica battuta tratta dal film Don Camillo e l’Onorevole Peppone, immortala Gino Cervi in uno dei personaggi che lo ha reso celebre: il sindaco comunista Giuseppe Bottazzi, in costante antitesi con il prete Camillo, interpretato . Gino Cervi non si è limitato a interpretare un sindaco di campagna; ha doppiato Laurence Olivier nei film shakesperiani, è stato un grande Otello sulle scene, ha interpretato il condottiero Ettore Fieramosca,  il commissario Maigret: così Gino Cervi ha consegnato il suo nome alla storia del teatro, del cinema e della televisione. Eccone una biografia che traiamo da www.biografieonline.it

Figlio di Antonio Cervi, critico teatrale del “Resto del Carlino”, Gino Cervi nasce a Bologna il 3 maggio 1901. Appassionato di teatro sin da piccolo, esordisce ventenne in una compagnia filodrammatica, e nel 1924 debutta ufficialmente come attor giovane ne “La vergine folle” di Bataille, a fianco di Alda Borelli.n Sempre come attore giovane, nel 1925 passa al Teatro d’Arte di Roma, il cui direttore è allora lo scrittore Luigi Pirandello. Dopo un decennio di intense esperienze, diventa primattore della compagnia Tofano-Maltagliati (1935-1937). Nel 1938 entra a far parte della compagnia semistabile del Teatro Eliseo di Roma, di cui assumerà la direzione nel 1939. Il suo aspetto imponente e austero, il suo stile elegante ed incisivo, la sua voce profonda e suggestiva, e la sua pronta comunicatività, lo rendono uno dei più apprezzati interpreti di Goldoni, Sofocle, Dostoevskij e soprattutto di Shakespeare (la sua interpretazione dell’ “Otello” è considerata memorabile). Dal 1932 Gino Cervi passa quasi stabilmente al cinema, diventando uno dei divi più popolari, grazie soprattutto al regista Alessandro Blasetti, che lo dirige in “Ettore Fieramosca” (1938), “Un’avventura di Salvator Rosa” (1939), “La corona di ferro” (1941), “Quattro passi fra le nuvole” (1942), film dai toni neorealisti in cui interpreta un commesso viaggiatore che aiuta una povera ragazza nubile e incinta, e “Fabiola” (1948). Negli anni ’50 e ’60 è il bonario e sanguigno interprete del personaggio del sindaco Peppone nella fortunata serie di film su Don Camillo (personaggio creato da Giovanni Guareschi), al fianco di Fernandel nella parte dell’agguerrito prete (“Don Camillo”, 1952; “Don Camillo e l’onorevole Peppone”, 1955; “Don Camillo monsignore… ma non troppo”, 1961; ecc…). Gino Cervi possiede un volto bonario, che trasmette simpatia, ma ha anche interpretato ruoli di cattivo, come il gerarca fascista de “La lunga notte del ’43 ” (1960) di Florestano Vancini. Una rinnovata notorietà gli verrà dalla televisione con il primo ciclo degli episodi de “Le inchieste del commissario Maigret” (1964), tratto dai romanzi dello scrittore belga Georges Simenon, in cui l’attore dà vita con sobria intensità al personaggio del perspicace e sornione ispettore Maigret. Un secondo ciclo andrà in onda nel 1966, e un terzo nel 1968; il commissario transalpino dal fiuto infallibile tornerà sui teleschermi per l’ultima volta nel 1972 con l’episodio finale della lunga serie dal titolo “Maigret in pensione”. Il successo del personaggio è tale che la serie viene trasmessa anche in Francia, dove il pubblico apprezza soprattutto la mitezza casalinga del Maigret di Cervi. “Fratello ladro” (1972) sarà la sua ultima fatica cinematografica, due anni prima della sua scomparsa, avvenuta a Punta Ala, in provincia di Grosseto, il 3 gennaio 1974. Versatile e comunicativo, Gino Cervi è stato tra gli attori italiani più noti e significativi per l’accattivante carisma scenico, la serietà del suo lavoro e l’impegno costante dimostrato in oltre quarant’anni di carriera.

02Gen/15

2 GENNAIO 1492 – “RECONQUISTA” DI GRANADA

alhambra

A distanza di otto secoli dalla conquista musulmana del regno visigoto i seguaci di Maometto (570 ca. – 632) sono costretti ad abbandonare la penisola iberica e lasciano nelle mani di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona la città che meglio rappresenta la civiltà araba conservando nel suo seno l’Alhambra e la Generalife, monumenti tra i più rappresentativi dell’arte orientale. Proprio Granada era stata fondata dagli Arabi nel 756 presso le rovine della città di Illiberis divenendo, dopo la conquista di Cordova, la capitale dell’ultimo dei regni dei Mori.
La costante crescita civile e socio-economica che ha caratterizzato Granada durante i secoli della presenza moresca e la specificità che si è espressa grazie all’influenza di maestranze artigiane arabe viene intaccata a causa della conquista cristiana. Inoltre viene meno il ruolo di cerniera fra i due mondi, quello islamico e quello cristiano, che la città ha svolto nel corso del basso Medioevo. La conquista dei re cattolici sottopone a dura prova l’economia della provincia andalusa e ne consegue una grave crisi. L’avvento degli Spagnoli si manifesta con una forte pressione politico-religiosa, che ha l’obbiettivo di costringere la popolazione moresca alla conversione, oppure all’emigrazione, determinando una condizione di forte insicurezza che non favorisce la vitalità civile ed economica. Ripercussioni di questa condizione di subalternità si manifesteranno a lungo termine con la rivolta e la conseguente repressione dei moriscos sotto Filippo II (1527-1589), nel 1561. La débâcle che interessa la città capoluogo dell’ultimo regno di Granada è testimoniata dalla crisi demografica: la popolazione, che nell’ultima età moresca ha raggiunto i duecentomila abitanti, ai primi dell’Ottocento si presenta come quella di una modesta provincia spagnola di circa diciottomila abitanti.