Category Archives: Accadde Oggi

21Gen/17

21 GENNAIO 2000: FUNERALI DI BETTINO CRAXI A TUNISI

Dopo le esequie, i familiari diffondono un memoriale scritto di suo pugno dall’ex-leader socialista pochi giorni prima di morire. In quel documento, Craxi ribadisce che tutti i partiti erano coinvolti nel finanziamento illecito della politica e si chiede polemicamente come sia possibile che le cariche istituzionali italiane fossero all’oscuro di un sistema di corruttele così ramificato. Continue reading

20Gen/17
Adolf Hitler

20 GENNAIO 1942: I NAZISTI PIANIFICANO L’OLOCAUSTO

20 GENNAIO 1942: I NAZISTI PIANIFICANO L’OLOCAUSTO

Quindici tra i maggiori funzionari del Partito Nazista e del Governo tedesco si riunirono in una villa nel sobborgo berlinese di Wannsee per discutere l’esecuzione di quella che venne chiamata la “Soluzione Finale alla Questione Ebraica”. “Soluzione Finale” divenne poi il nome in codice dello sterminio sistematico e premeditato degli Ebrei di tutta Europa, piano che, in un momento imprecisato del 1941, venne autorizzato dallo stesso Adolf Hitler. Continue reading

18Gen/17
Don Luigi Sturzo

18 GENNAIO 1919: APPELLO AI LIBERI E FORTI

Don Luigi Sturzo (nella foto) diffonde l'”appello ai liberi e forti” al seguito del quale nasce ufficialmente il Partito Popolare italiano. Sturzo definì se stesso “sognatore e uomo d’azione”. E un sogno Luigi Sturzo lo aveva: trasformare il pensiero e l’atteggiamento dei cattolici italiani verso la vita moderna e i problemi sociali. Per realizzarlo fondò un partito che chiamò “popolare”, non “cattolico”, perché, disse: “il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politico, è divisione”. Così rivolse il suo Appello a “tutti gli uomini liberi e forti”, Continue reading

17Gen/17
Benjamin Franklin, ritratto

17 GENNAIO 1706: NASCE BENJAMIN FRANKLIN

Genio poliedrico, fu uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti. Svolse attività di giornalista, pubblicista, autore, tipografo, diplomatico, attivista, inventore, scienziato e politico. Fu tra i protagonisti della Rivoluzione americana. Diede contributi importanti allo studio dell’elettricità e fu un appassionato di meteorologia e anatomia. Inventò il parafulmine, le lenti bifocali, l’armonica a bicchieri e un modello di stufa-caminetto noto nel mondo anglosassone come stufa Franklin. Continue reading

16Gen/17
Ritratto di Miguel Cervantes

16 GENNAIO 1605: PUBBLICAZIONE DE “DON CHISCIOTTE DE LA MANCIA”

Don Chisciotte della Mancia (titolo originale in lingua spagnola: El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha) è la più rilevante opera letteraria dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra (nel ritratto), e una delle più importanti nella storia della letteratura. Vi si incontrano, bizzarramente mescolati, sia elementi del genere picaresco, sia del romanzo epico-cavalleresco, nello stile del Tirante el Blanco e del Amadís de Gaula. Continue reading

15Gen/17

15 GENNAIO 1753: APRE IL BRITISH MUSEUM

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Il British Museum (in italiano: Museo britannico) è uno dei più grandi ed importanti musei della storia del mondo. È stato fondato nel 1753 da sir Hans Sloane, un medico e scienziato che ha collezionato un patrimonio letterario ed artistico nel suo nucleo originario: la biblioteca di Montague House a Londra. Questa è stata acquistata dal governo britannico per ventimila sterline ed aperta al pubblico il 15 gennaio 1759. Il museo ospita circa otto milioni di oggetti che testimoniano la storia e la cultura materiale dell’umanità dalle origini ad oggi: l’oggetto più iconico ospitato nel museo è la stele di Rosetta che vedete nella foto.

14Gen/17

14 GENNAIO 1858: FELICE ORSINI ATTENTA ALLA VITA DI NAPOLEONE III

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Sono le 19:15 di un tardo giovedì pomeriggio parigino. Monsieur Kim, netturbino, incaricato di spargere di sabbia la strada d’accesso al teatro dell’Opera di Parigi, fa difficoltà a svolgere il suo lavoro: due uomini non hanno intenzione di togliersi dalla sua traiettoria. Ostinato e diligente Monsieur Kim riesce a convincerli e finalmente a concludere la sua commissione. Poco dopo, gli stessi uomini, insieme ad altri due prendono posto sul marciapiede di via Le Peletier in attesa che arrivi l’imperatore accompagnato dalla sua consorte. Continue reading

13Gen/17

13 GENNAIO 1898: “J’ACCUSE” DI ZOLA

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J’Accuse…! (Io accuso…!) è il titolo dell’editoriale scritto dal giornalista e scrittore francese Émile Zola in forma di lettera aperta al Presidente della Repubblica francese Félix Faure, e pubblicato dal giornale socialista L’Aurore il 13 gennaio 1898, con lo scopo di denunciare pubblicamente le irregolarità e le illegalità commesse nel corso del processo contro Alfred Dreyfus, al centro di uno dei più famosi affaires della storia francese. La locuzione «j’accuse» è entrata nell’uso corrente della lingua italiana, come sostantivo, per riferirsi a un’azione di denuncia pubblica nei confronti di un sopruso o di un’ingiustizia.  Continue reading

09Gen/17

9 GENNAIO 1950 – ECCIDIO DELLE FONDERIE RIUNITE A MODENA

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E’ una storia densa di significato, una pagina triste che è costata la vita  a sei operai modenesi, uccisi dalle forze dell’ordine e che è sconosciuta al grande pubblico. Noi per ricordarla pubblichiamo l’intervista al professor Lorenzo Bertucelli dell’Università di Modena che ha dedicato un libro alla vicenda: “All’alba della repubblica. Modena 9 gennaio 1950. L’eccidio delle Fonderie Riunite (Edizioni Unicopli 2012)”. L’intervista è apparsa su “Il resto del Carlino”, l’8 gennaio 2013, in occasione della presentazione del libro di Bertuccelli.

Bertucelli, perché ha scelto di approfondire questa vicenda?
«Per capire in che modo una repubblica nata dalla speranza sia precipitata in un clima di conflittualità politica e ideologica così forte».
Qual è il contesto storico?
«Siamo nel pieno della guerra fredda, due visioni del mondo radicalmente diverse si confrontano. C’entra moltissimo, ma non basta a spiegare tutta la drammaticità di quel confilitto».
Perché?
«Perché in altri paesi simili al nostro dal punto di vista sociale, come la Francia, non si sono verificate queste sequenze di sangue».
Di che sequenza parla?
«Inizia nel ’47, con la strage di Portella della Ginestra, in Sicilia. Da quel momento muoiono decine di lavoratori in conflitti di lavoro. L’eccidio di Modena è il culmine».
Com’è andata, quel 9 gennaio?
«I sindacati avevano organizzato una manifestazione per impedire la riapertura delle Fonderie, dopo una serrata. Il proprietario voleva ripartire assumendo solo metà delle persone, e a sua discrezione».
Quanti operai lavoravano in quella fabbrica?
«Circa 500».
Continui.
«Per i sindacati, che vengono da alcune pesanti sconfitte, quella vertenza è l’ultima spiaggia. C’è tensione. Qualcuno vuole entrare e occupare; i leader della protesta non sono d’accordo, ma non si oppongono. Il corteo si avvicina alle fonderie».
In che zona siamo?
«In fondo a via Ciro Menotti, dove oggi c’è il cavalcaferrovia. Il corteo arriva da via Divisione Aqui, dal Torrenova (attuale) e dai campi. Ci sono dei posti di blocco davanti alla fabbrica e degli uomini armati dentro l’edificio».
Chi dà l’ordine di sparare?
«In realtà non c’è un vero e proprio ordine. Chi dice ‘c’era il ministro Scelba, era fascista, hanno sparato addosso alla gente’, non racconta la verità. Si tratta, piuttosto, di uno scontro che le forze dell’ordine non riescono più a gestire in modo razionale. Temevano un’insurrezione e quando hanno visto degli operai pronti a entrare hanno aperto il fuoco».
Quanti colpi?
«Almeno 200. Muoiono sei persone. Una ha 40 anni, le altre sono più giovani. Vengono colpiti da lontano. Uno di loro viene addirittura gettato in un fosso e colpito, dopo, alla nuca».
C’è stato un processo?
«Sì, ma gli imputati sono gli operai. Poliziotti e carabinieri sono stati tutti assolti. Nel ’54 cadono le accuse e inizia la causa civile. Le famiglie dei morti ottengono due milioni di lire, ma l’avvocatura dello stato tiene a precisare che la polizia ha usato legittimamente le armi da fuoco. La verità ufficiale rimane questa; per l’autocritica non c’è spazio».

08Gen/17

8 GENNAIO 1958: Il quattordicenne Bobby Fischer vince i campionati statunitensi di scacchi

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Questa vittoria gli darà la possibilità di competere sin da giovanissimo con i migliori al mondo per il titolo mondiale. Conquistò la corona degli scacchi il 1º settembre 1972, battendo il sovietico Boris Spasskij, e la perse per essersi rifiutato di difenderla il 3 aprile 1975. Trascorse gli ultimi anni di vita da cittadino islandese dopo numerose controversie con il suo Paese d’origine e la perdita della cittadinanza statunitense. Considerato tra i migliori giocatori di scacchi di tutti i tempi, nonostante la sua prolungata assenza dalle competizioni, è rimasto uno dei nomi più conosciuti di questa disciplina, anche esternamente alla cerchia degli appassionati, a causa anche dei tratti eccentrici della sua personalità. I suoi modi di fare stravaganti e la sua vita privata caratterizzata da solitudine, scarse abilità sociali e ossessione per lo studio degli scacchi portano molti psicologi a ritenere che Fischer fosse affetto da autismo. Ecco il ritratto che ne fece il grande scacchista russo Garry Kasparov in un articolo apparso su “The New York Review of Books”, qualche anno fa:

 

Non riuscirei a scrivere con distacco di Bobby Fischer nemmeno sforzandomi. Sono nato nel 1963, l’anno in cui Fischer trionfò al Campionato USA con punteggio pieno: undici vittorie, senza sconfitte né pareggi. E, sebbene fosse appena ventenne in quel momento, era evidente già da qualche anno che fosse destinato a diventare una figura leggendaria. Il suo libro, Sessanta partite da ricordare (Mursia, 2008), fu uno dei primi e più preziosi oggetti legati agli scacchi che ho posseduto. Quando nel 1972 a Reykjavik Fischer strappò il titolo di campione del mondo al mio connazionale Boris Spassky, io ero già un discreto giocatore di circolo che aveva seguito ogni mossa degli incontri in Islanda. Nel suo cammino verso la finale, l’americano aveva schiacciato altri due Grandi Maestri sovietici1, e tuttavia molti nell’URSS ammiravano tacitamente il suo affascinante talento e la sua sfacciata individualità.Sognavo che un giorno avrei giocato con lui e, alla fine, per certi versi, ci siamo realmente affrontati – anche se attraverso i libri di storia e mai di fronte a una scacchiera.Nel 1975 Fischer aveva abbandonato l’agonismo, voltando le spalle al titolo che aveva desiderato così ardentemente tutta la vita. Dieci anni più tardi io avrei conquistato il titolo, strappandolo al suo successore, Anatoly Karpov. Tuttavia, raramente un intervistatore perdeva l’occasione di farmi il suo nome: «Riuscirebbe a battere Fischer?», «Sfiderebbe Fischer, se tornasse a giocare?», «Sa dove si trova Bobby Fischer?».A volte avevo l’impressione di giocare una partita contro un fantasma. Nessuno sapeva dove Fischer si trovasse, né se l’uomo che rimaneva il più famoso giocatore di scacchi al mondo stesse pianificando il proprio ritorno.Dopo tutto, nel 1985, a quarantadue anni, era molto più giovane di due degli avversari che avevo appena incontrato nelle partite di qualificazione per il campionato mondiale. Tredici anni lontano dalla scacchiera però sono molti. Certo, mi sarebbe piaciuto avere l’occasione di gareggiare con lui, e questo rispondevo a chi me lo domandava. Ma come si può competere con un mito? Avevo già Karpov di cui preoccuparmi – che non era un fantasma. Durante l’assenza del grande Bobby gli scacchi si erano evoluti, anche se molti in quel mondo erano rimasti uguali. Fu quindi una grande sorpresa vedere riemergere nel 1992 Bobby Fischer in carne e ossa. E giocò per la prima volta in venti anni una partita – a cui ne fecero seguito altre ventinove. Deciso ad abbandonare l’isolamento che si era imposto, allettato dalla possibilità di giocare contro il suo vecchio rivale Spassky nel ventesimo anniversario del loro match per il titolo mondiale – e dai cinque milioni di dollari in palio – un Fischer appesantito e con una vistosa barba si presentò davanti al mondo in una località balneare della Yugoslavia, una nazione all’epoca dilaniata da una sanguinosa guerra.L’incontro si svolse in circostanze bizzarre: l’improvviso ritorno di Fischer, la guerra, un losco banchiere e trafficante d’armi a sponsorizzare l’evento… Ma Fischer era tornato! Nessuno riusciva a crederci.Come prevedibile, la partita disputata fra Fischer e Spassky a Svefi Stefan e Belgrado fu priva di vigore, anche se Bobby mostrò qualche sprazzo della genialità di un tempo. Era tornato definitivamente? O sarebbe di nuovo svanito con la stessa rapidità con cui era riapparso? E che dire della sua strana condotta durante le conferenze stampa? Il grande campione americano che sputa su un cablogramma del governo USA? Che afferma di non aver giocato per vent’anni perché «messo al bando […] dalla comunità ebraica mondiale»? Che accusa Karpov e me di avere combinato a tavolino ogni nostra partita? Si sarebbe dovuto fare finta di nulla, ma era impossibile.Già molti anni prima i frequenti scoppi d’ira e gli sfoghi di Fischer avevano sollevato dubbi sulla sua stabilità. C’erano poi i racconti su quei due decenni trascorsi lontano dalla scacchiera: nel mondo degli scacchi circolavano voci che fosse caduto in miseria, che fosse diventato un fanatico religioso, che distribuisse volantini antisemitici per le strade di Los Angeles. Sembravano storie irreali, troppo simili a quelle secondo cui gli scacchi indurrebbero alla follia – o sui matti che giocano a scacchi – a cui la letteratura ha dedicato numerose pagine.

07Gen/17

7 GENNAIO 1536 – MUORE CATERINA D’ARAGONA

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Caterina fu prima  principessa del Galles come moglie di Arturo Tudor, e regina consorte d’Inghilterra come prima moglie di re Enrico VIII. La decisione di quest’ultimo di ripudiarla provoco’ lo scisma anglicano con il quale l’Inghilterra si stacco’ per sempre dalla Chiesa di Roma. A queste intricate vicende e alla figura della sfortunata Caterina e’ dedicato l’articolo: “La rivicita di Caterina d’Aragona” a firma di Masolino d’Amico, apparso su “La Stampa” il 23 agosto 2011. Ve ne proponiamo uno stralcio. Buona lettura!

 

Caterina era nata da Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, che uniti formavano una potenza senza eguali in Europa; ma venendo dopo altri quattro rampolli era, dal punto di vista delle alleanze, una merce di scambio meno preziosa per esempio di sua sorella Giovanna data in moglie all’Imperatore. Lei a suo tempo avrebbe ereditato il trono materno e suo figlio, diventato Carlo V, avrebbe dominato mezzo mondo. La piccola Caterina dovette contentarsi di essere un buon affare per la dinastia Tudor, che si era appena insediata sul trono inglese con Enrico VII, emerso dalle complicate turbolenze della Guerra delle due rose. Combinate durante l’infanzia di Caterina e di Arturo, primogenito di Enrico, queste nozze furono finalmente celebrate quando lo sposo aveva quindici anni e la sposa uno di più. La principessa era stata istruita nella religione e nella cultura classica, ma non nell’inglese, lingua che avrebbe appreso soltanto dopo molti anni di residenza nell’isola. L’unione durò meno di sei mesi, entrambi gli sposi risentendo del malsano clima del castello gallese che Arturo era stato mandato a governare; lei sopravvisse alle febbri, lui no.
Rimasta vedova, Caterina non fu rispedita in patria, in attesa che padre e suocero decidessero cosa fare di lei – avidi entrambi, uno rivoleva la parte di dote già pagata, mentre l’altro aspettava il saldo di quanto restava da pagare. Per non perdere dote e alleato, Enrico VII la fidanzò col fratello minore del defunto, il decenne Enrico, in attesa della cui crescita la tenne poi quasi in ostaggio, isolandola dai contatti e lesinandole le risorse. Lei peraltro diede prova di intraprendenza, cercando di scavalcare la sorveglianza cui era sottoposta per appellarsi ai sovrani suoi genitori; a un certo punto riuscì addirittura a farsi nominare ambasciatore spagnolo presso la Corte inglese. Nel 1509 Enrico VII morì, e suo figlio, ormai diciottenne, la impalmò con fierezza. Per molto tempo i due andarono d’amore e d’accordo, anche se Caterina non riuscì a produrre l’erede maschio che il re sognava. Uno morì dopo pochi giorni, almeno altri due nacquero prematuramente, e già morti; sopravvisse solo una femmina. Nel frattempo Caterina si rese popolare grazie al contegno sobrio e alle opere benefiche. Una volta che funse da reggente (il marito era in Spagna, abbindolato dal suocero in un conflitto inane), vinse addirittura una guerra, infliggendo agli scozzesi la definitiva sconfitta di Flodden (1514).
A cambiare la Storia fu un’altra donna, la giovane, bella e disinibita Anna Bolena, figlia di un nobile. Dopo un trascorso con la sua sorella maggiore, Enrico VIII mise gli occhi su di lei, che però da vera allumeuse flirtò e lo tenne sulla corda – o nozze o niente. Al re che si arrovellava, qualcuno ricordò allora che forse il suo matrimonio, benché ormai vecchio di ben diciotto anni, poteva essere invalidato in quanto incestuoso: in un passo del Levitico la Bibbia vieta infatti di impalmare la vedova di un fratello. Ma a parte che altrove la stessa Bibbia, vedi il Deuteronomio, loda invece proprio colui che sposi la vedova di suo fratello, nel caso specifico era stata chiesta e ottenuta una dispensa papale. Roma, cui ora si rivolse, non avallò quindi i tardivi scrupoli di Enrico, anche se il tentennante papa Medici rinviò un giudizio definitivo, sperando che nel frattempo Caterina morisse, o almeno che qualcuno, come il gottoso cardinal Casteggio, inviato a tale bisogna, la convincesse a farsi da parte spontaneamente, magari entrando in un convento.
Sennonché Caterina non accettò le ragioni del marito e, quando questi la fece convocare per discutere pubblicamente il caso, spiazzò tutti inginocchiandosi davanti a lui, dichiarandogli amore, obbedienza e fedeltà, e infine sfidandolo ad affermare di non averla trovata vergine la prima notte delle loro nozze. Già, perché per rafforzare la vecchia dispensa papale l’entourage di Caterina sostenne che quelle col gracile Arturo non erano state nemmeno consumate. Lì per lì Enrico non ardì contraddirla. Caterina si rialzò maestosamente e lasciò l’aula dove non accettò mai più di ricomparire. Ma incalzato da quella belva di Anna Bolena (che pretese progressive umiliazioni di Caterina e anche di sua figlia Maria ormai considerata illegittima, facendosi tra l’altro consegnare i gioielli della regina), e sconfitto sul piano del dibattito, Enrico finì per ricorrere alle maniere forti, fino ad autonominarsi capo della Chiesa inglese, con conseguente condanna per tradimento di coloro che volevano restare fedeli a Roma. Tra questi il vescovo di Rochester John Fisher e il Lord Cancelliere dimissionario Tommaso Moro furono decapitati. Fu per riguardo al loro rango: gli altri dissidenti venivano impiccati per un po’, quindi, ancora vivi, sbudellati molto lentamente.
Sempre più emarginata, spogliata di ogni privilegio e persino affamata, Caterina non rinunciò mai a farsi chiamare regina da chi aveva intorno, e intorno a lei si raccolse un notevole ancorché violentemente represso consenso popolare, soprattutto femminile. Il declino durò alcuni anni. Da ultimo il suo orgoglio iberico si portò nella tomba il rimorso di avere causato uno scisma che un sacrificio personale avrebbe potuto evitare. Peraltro, meglio che niente, Caterina aveva scongiurato una guerra: Chapuys, il savoiardo ambasciatore di Carlo V che le fu vicino negli ultimi tempi, le diede atto di avere diffidato il potente nipote, il quale per la verità la spalleggiava senza troppo ardore, dallo scatenarne una per lei. Caterina si spense nel 1536, solo sei mesi prima che la sua rivale Anna Bolena salisse sul patibolo, condannata dal sovrano che era riuscita a esasperare. Anche lei invece del sospirato maschio aveva prodotto solo una femmina, che il padre si affrettò a escludere dalla successione, come aveva fatto con la sua sorellastra. Ma le figlie di Enrico VIII avrebbero regnato lo stesso, prima Maria che per vendicare la madre si meritò l’epiteto di Sanguinaria, quindi, gloriosamente, Elisabetta.

Nella foto i ritratti di Caterina e di Enrico XIII Tudor.